POETARUM SILVA (20.9.12)

intervista di Gianni Montieri

Gianni: Ciao Maria Grazia, prima tre domande di servizio.  Ma secondo te “li passeracci” non sono offesi a morte con Venditti per averli fatti diventare usignoli, unica maniera di essere degni di Roma?

Maria Grazia: Visto che hai deciso di entrare per la porta di servizio ti vengo dietro in punta dei piedi. Confesso di non sapere (come nelle migliore tradizione delle omertà filosofiche) come e dove Venditti abbia avuto modo di sondare la romanità dei rosignoli. Secondo me ne sa di uccelli quanto di pesci. Te la ricordi quella Sara dei pesci che non entrava più nel banco di scuola?

Gianni: (come no, quella di cui belava che doveva prendere i libri, accendere il motorino…però attenta… che però non era la stessa dei pesci…gesù).Ma quella cosa di “certo che nelle sere di primavera, quando passeggi a Trastevere, beh Roma…” è ancora vera?

Maria Grazia: Ci vediamo tra Ponte Sisto e Ponte Garibaldi alle 21.00 del 21 marzo 2013. Certe cose o le vedi con gli occhi tuoi o mi tocca fartici la poesia – che, lo sappiamo, è più vera del verismo di Roma.

Gianni: Gli inserti culturali dei quotidiani valgono ancora la pena o stanno cominciando a lasciare un po’ il tempo che trovano?

Maria Grazia: Avevo letto “insetti culturali”. Vale, come riposta?

Gianni: Non ti pare esagerata questa cosa di citare Amelia Rosselli, ogni volta che si parli o recensisca un’altra poetessa? Più in generale, pensi sia possibile (e auspicabile) recensire o criticare un poeta senza dover ricorrere ai vari: “come Fortini…” “qui Giudici avrebbe detto…” “certo che la Cavalli…”?

Maria Grazia: Stabilito che Rosselli è Rosselli e fa dei versi oscenamente belli, se Calandrone non è Calandrone (fatta la naturale proporzione), è bene che la piccola cambi ossessione.

Gianni: Quando mi è capitato di scrivere del tuo libro “La vita chiara”, tra le altre cose ho evidenziato l’assenza di presunzione nei tuoi versi, assenza resa ancora più rilevante dal fatto che quel testo in particolare riuscisse, nel suo viaggio tra i quattro elementi della natura, a contenere un “tutto”. Questa umiltà (spesso sinonimo di purezza) la si trova praticamente in tutta la tua opera, credo sia un aspetto importante. Pensi sia così? Ho divagato alla grande?

Maria Grazia: Mi hai grandemente arrossita. Sorvoliamo, per favore?

Gianni: Facciamo che Sopravvoliamo? te la ricordi?

Maria Grazia: Brao Montieri!!

Gianni: Che musica ascolti e quali sono i dischi ai quali non potresti rinunciare?

Maria Grazia: Dipende se intendi volontariamente o meno. Io sono una da Notturni di Chopin, Patti Smith e le hit anni Settanta di Mina. Ma convivo con certi tipi poco raccomandabili che pompano nelle (mie) casse Cashwoman, Il king del rap e le sigle del Coniglietto Milo. In questi giorni sto componendo un dialogo d’amore in rosso damasceno con la colonna sonora dei Barbapapà.

Gianni: Quali sono per te i “Maestri” ovvero i poeti ai quali in qualche maniera ti ispiri o che comunque torni a rileggere?

Maria Grazia: Ti dico cosa aspiro come incenso: Il-se-me-del-pian-ge-re (Caproni). Poi la triade divina Rilke –  Cveateva (che preferisco quando saggista) – Pasternak. E Mandel’stam, Celan e tutte le forme di Dante (in polvere, in prosa, liquido e in pastiche) in piccolissime dosi perché dà alla testa.

Gianni: C’è vita dopo il Secolo breve?

Maria Grazia: Nonostante nel secolo scorso l’umanità – per una sua coazione a ripetere gesti di plateale autolesionismo – abbia tentato di sterminare l’umanità in molti, scientifici e mediatici modi, non solo la vita ma anche l’umanità mi sembra siano riuscite a sopravvivere. Non ci resta che lavorare sulla parte viva, sapendo che siamo tutti sopravvissuti.

Gianni: Recensendo (più o meno) il numero 6 dei Nuovi poeti Italiani dell’Einaudi, dove tu sei inserita, Marchesini su Il Domenicale (Il sole 24ore del 29/07/2012), quando ha scritto: “testi che talvolta sfruttano con cinismo le tragedie storiche e mediatiche”; (non ho capito “mediatiche”) mi ha fatto venire in mente una cosa che diceva Raboni, riguardo alla seconda fase della sua poesia, ovvero che  “l’esperienza personale” poteva (e doveva) entrare nei testi perché ne aveva fatta abbastanza, aggiungo che (secondo me) ci possa entrare qualsiasi cosa se scritta come si deve. Compongo questo strano puzzle per affermare che nella tua poesia, “le tragedie storiche” sono molto vicine all’esperienza personale, quindi perché (come) non scriverne? E poi, le tragedie storiche sono esperienza di tutti, come può essere “sfruttamento” raccontarle?

Maria Grazia: Ipotizziamo che Montieri sia un uomo cattivo: allora cita quella frase per farci arrabbiare. Ipotizziamo viceversa che lui sia tutto buono: allora la cita perché vuole darci il diritto di replica che ancora non ci siamo prese. Propendiamo per l’ipotesi equanime che Montieri sia diretto e curioso come una scimmia e poiché lo siamo pure noi lo perdoniamo e rispondiamo.

Per cominciare: appare palese che processare le inconoscibili intenzioni di un autore, mentre se ne analizzano i risultati testuali, sia un metodo disonesto, a meno che non si conosca a fondo la biografia di quell’autore e si possano azzardare ipotesi di qualche legame. Essendo dunque un semplice, credo che Marchesini intendesse per “tragedie mediatiche” la storia d’amore tra Natasha Kampush e Wolfgang Priklopil (della quale si è occupata la sottoscritta). Come se quell’amore non si fosse svolto nella carne. Tragedia dunque della carne amorosa, non mediatica. Ora: è statisticamente probabile (ma Marchesini non può averne certezza poiché non conosce la mia vita) che io non sia stata confinata in uno scantinato né vi abbia mai sequestrato chicchessia (non così a lungo, per lo meno), ma sono certissima che nei miei materiali non si possano riscontrare tracce di cinismo. Mentre è certissimo che l’illazione sia pratica scandalistica e di superficie. Sfido il Marchesini a mostrare nei miei testi passaggi di altrettanta finezza.

Quanto alla storia: essa, come tu dici – e come dice la stessa evidenza, appartiene all’umanità intera e ciascuno di noi ne è il prodotto, biologico e sociale. I poeti – ammesso che io lo sia – hanno una vocazione allo sguardo ampio. Ma nel particolare: le vicende delle quali scrivo (e lo stesso so che vale per Giovanna Frene) oltre a essere sedimentate in una impressionante quantità di documenti, cronache, indagini e risultati di natura artistica (per dirne un paio senza relegarci alla sola poesia: Guernica di Picasso e Miracolo a Sant’Anna di Spike Lee), appartengono quasi tutte alla mia diretta anamnesi familiare.

Gianni: Ti chiedo, se vuoi, di spiegarmi il criteri con i quali la curatrice (Giovanna Rosadini) ha scelto le autrici e perché sono giusti secondo te.

Maria Grazia: La giustezza delle scelte di Rosadini è conseguenza diretta dalla sua decennale esperienza di editor einaudiana. Infatti: leggendo il volume sono rimasta sorpresa dalla varietà autoriale che emerge da questa antologia. Le voci di queste dodici sono così diversa una dall’altra che nessuno può mettere in discussione l’onestà della curatrice né l’onestà delle scriventi. Ciascuna di esse sta solcando un cammino originale e quasi mai riconducibile a schieramenti letterari. La bellezza di questo volume trovo sia la sua decisa antiretoricità, poiché l’uso della retorica è quasi sempre filtrato dall’ironia o da un piglio scientifico o post-postmoderno che raffredda sollievi e sollevamenti orfici. Non è una poesia che osserva se stessa ma è dotata di un’intelligenza tutta contemporanea. Al buon lettore compare sempre al fondo una seconda voce, sia essa il soffio lieve di un sorriso o un rumore di macchina idraulica. Però mi taccio: se potessi recensire un’antologia nella quale sono inclusa avrei molto da dire su ciascuna autrice-membro e sul corpus proteiforme (e che sembra venire avvertito come una minaccia – vi ricordate Blob?) formato dall’insieme di queste scritture. Aggiungo solo che credo che Rosadini abbia voluto offrire una doverosa e doverosamente parziale (già così sono 300 pagine!) istantanea della scrittura femminile oggi in Italia. Sono assai divertita dal polverone sollevato contro un’operazione chiara ed elementare come questa. Dunque dev’esserci dell’anacronistico altro. Come ebbi a scrivere in un meno glorioso status di facebook: “poesia maschia” (Berardinelli) “la musica delle donne in versi” (Galaverni) “la danza rituale della poetessa” (Marchesini). aspettiamo “poesia del punto croce”, “poesia del punto G”, “il sabba perturbante delle Dodici”, “lasagne in versi” “versi versus lasagna” – o, dai più onesti, “vi preghiamo: tornate a prepararci il ragù di mamma” ovvero “olio di fegato di struzzo”.

Gianni: (Montieri è curioso e poco sa di quest’antologia a parte il fatto – naturale e ovvio – che alcune autrici incluse gli piacciono e altre no – e dalle recensioni non ha capito perché, un lettore, non dovrebbe o dovrebbe comprarla, per cui  grazie per entrambe le risposte). Molto spesso si fanno strani (talvolta assurdi) paragoni del genere: “Ah, quella canzone è una poesia” “I cantautori sono dei poeti” “Quel film? Pura poesia”.  Una volta Francesco De Gregori, rispondendo a una domanda sull’argomento disse (più o meno): “Il paragone tra canzone e poesia non esiste, è un’invasione di campo non richiesta, noi abbiamo la musica e il testo è costruito insieme a questa…”, io sono d’accordo con questa definizione, tu che ne pensi?

Maria Grazia: Penso che confondendo canzone e poesia si faccia un torto sia ai poeti che ai musicisti. I tramonti sono meno suscettibili dunque magari parliamo della poesia del tramonto (o della parmigiana di melanzane). Altrimenti limitiamoci a dire che un film è “poetico”, visto che la poesia, ahimé per i poeti, si fa con quella cosa astratta e intangibile chiamata parola.

Gianni: Si possono scrivere versi al di fuori della metrica ma si può pensare di scrivere senza conoscerla?

Maria Grazia: Sì, si può. L’importante è che si sappia fare sufficiente silenzio per sentire la musica di dentro. La metrica, come tutte le scienze esatte, è codificazione di qualcosa che già esiste in natura. Certo, ci si potrebbe risparmiare la fatica di scoprire ogni volta la stessa regola. Ma. In qualche modo dobbiamo pur distrarci.

Gianni: Pensi che si possa immaginare una vita senza la pizza?

Maria Grazia: Quasi più terribile di una poesia senza stile.

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