Reportage su Borgata Finocchio (CorSera 27ora, 10.9.14)

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«ciò che è sacro si conserva accanto alla sua nuova forma sconsacrata»
Pier Paolo Pasolini, Medea

Bozzetto uno: la parrucchiera e la serial killer

Comincio dalla strada più esterna. Percorrerò le tre parallele a ritroso verso il centro: via del Casale del Finocchio, via di Fontana Candida e infine Via di Prataporci.

Sotto il sole a picco si apre uno scenario ultrafisico. Vedo una bella balconata araba, i ricami di ferro battuti dal sole e i lenzuoli stesi cha fanno vela. La nostalgia agisce da sola, sfila il tappo all’obiettivo della mia bridge. La donna mi viene incontro fumando, ha una faccia bella alla annamagnani e le mani imbrattate di tinta bruna. Sorride. Dice aò, che sei 'na giornalista? Boh, rispondo, non di continuo, giusto talvolta. Allora attacca a dirmi guarda quanta sporcizia, che stato d’abbandono, scrivi, scrivi che il Comune ci trascura. Eppoi: ‘o vedi llà – e indica un altissimo albero di pino, davvero suggestivo nella sua inclinazione escheriana – quer pino, si nun è oggi domani, casca ‘n testa a quarche disgrazziato.

Poi all’improvviso s’irrigidisce, dice che però io mica ce l’ho il diritto di fotografare le case private. Dico sì che ce l’ho e, soprattutto, mi piacevano i lenzuoli. Dice ah, te piacevano i lenzòli… e si addolcisce. Poi ci ripensa: sì, ma pòi esse ‘na ladra, noi che ne potemo sapé? A signò, ma che dice, m’ha vista in faccia?! Sì vabbè, mo’ stai a guardà la faccia… Hai visto quant’era carino quell’americano che se magnava i regazzini… Ossantoddio! le grido, il killer di Milwaukee?! E me ne vado, offesissima. E mi viene da ridere. Al primo impatto, ecco quel che cercavo: questo è il parlare schietto e vero che mi piace, questa è la difesa brutale di una casa, anche malmessa ma casa, il proprio posto nel mondo. In un altro quartiere questo sentimento sarebbe stato espresso più educatamente e più crudelmente. Meno di pancia e più di lama. A me piace così, alla come viene. Tanto ormai porto a casa lo scatto delle lenzuola.

Bozzetto due: centauri da bar sulla terra-Medea

Io sono qui perché la maggior parte delle ragazzine che ho conosciuto al minorile di Casal del Marmo viene da questa borgata: sembra che qui ci siano le grandi ville tirate su con i soldi delle attività malavitose. E, in effetti, vedo convivere ville a tre piani con giardini e frutteti e immaturi abitati campestri, appezzamenti d’orto che tengono al fondo il cubo di mattoni con la tendina antimosche agganciata al telaio della porta: quelle strisce di plastica colorata che, quando nei quartieri si tenevano aperte le case, erano appese sopra ogni soglia.

Qui convivono il sacro e lo sconsacrato. Qui i centauri d’infanzia e ragione stanno uno di fronte all’altro: a sinistra il fragile cancelletto sverniciato, fermato con catena e lucchetto leggeri, su uno storto sentiero di ghiaia che sfocia in rivoli di pomodori e fagiolini; a destra, il gran cancello automatizzato, di assennatissimo metallo nero, con videocitofono a muro, tettoia spiovente e cane immusonito.

Nell’aria, odore di concime e di vernice fresca. Ci sono campi coltivati a vite. Ci sono vecchi muri sfarinati accanto a intonaci che irragionevolmente specchiano il sole, verande scure e lustre come baite montane e, ai tavolini del bar, quel gruppetto di uomini baritonali, cupovocianti, sotto la tenda abbassata contro il sole. Nella parallela più interna, meno periferica, compaiono le prime donne, i primi bambini, seduti anch’essi ai tavolini esterni dei bar, zirlovocianti come rondinelle.

Tempo stratificato. Avanzo in un non-luogo, scavalco di continuo un invisibile confine spaziotemporale. Passo da un’Italia anni Cinquanta – viva composizione di creature indigene affiancata da una fluorescente comunità dell’est – a un presente smargiasso, sgargiante, eccessivo nella sua posa di consistere in forma del proprio tempo. Tutto quel che si sfoggia non è vero o, per lo meno, non abbastanza profondo.

Il tempo passato non ha guardiani, si manifesta senza custodia, è esposto. Lascia al vento di terra le proprie lenzuola e le proprie smaglianti canottiere. Il tempo presente è disabitato, il suo popolo è invisibile, nascosto nella sua neologistica, fraintesa privacy. Che è quando non si sopporta lo sguardo di un altro. Che è quando si sospetta.

Io cammino cammino sotto un sole che sa d’amaro e improvviso addolcisce. Ripasso le parole di un poeta: «esso – dice il centauro adulto a Giasone, a proposito del centauro sacro e ormai muto dell’infanzia – non parla, naturalmente, perché la sua logica è così diversa dalla nostra che non si potrebbe intendere. Ma posso parlare io per lui: è sotto il suo segno che tu, al di fuori dei tuoi calcoli e della tua interpretazione, in realtà ami Medea – io amo Medea? – sì. E inoltre hai pietà di lei e comprendi la sua catastrofe spirituale, il suo disorientamento di donna antica in un mondo che ignora ciò in cui lei ha sempre creduto. la poverina ha avuto una conversione alla rovescia e non si è più ripresa – e a che mi serve sapere tutto ciò? – a nulla. è la realtà – e tu, per quale ragione me lo dici? – perché nulla potrebbe impedire al vecchio centauro di ispirare dei sentimenti e a me, nuovo centauro, di esprimerli».

Oggi per me Medea è questa borgata. Vecchia e nuova, confusa, colonizzata da un tempo che in lei stona e non comprende. Terra che cerca di adattarsi alla realtà, bella sfera che cerca di quadrare. Austerità. Terra dove incombeva il disordine del verde e del sole e viene cancellata e organizzata, ancora e ancora. Fa lei stessa lo sforzo di quadrare, di corrispondere alle aspettative.

Ma la gravità spinge, spinge ancora da dentro, fa crescere le uve sotto il sole, sgretola i muri a secco, spacca l’asfalto, dove la zolla è fertile, vulcanica, volta le piante. Si sente respirare, dal fondo calcinato delle strade, la voce muta della terra.

Il fiato va elargito dove non serve, va elargito invano. Perché suoni improvviso come la grazia. Allora sì, lo vedi che fatica, ti accorgi della compatta anticonversione. Quanti cani da guardia, quanti cancelli, per tenere a freno la natura, la muta lingua del sacro, la lingua ora incompresa del centauro muto dell’infanzia. E la nostra risposta, il nostro muto sì al suo desiderio. Il nostro illogico e assoluto: sì.

Questa deriva lirica solo per dire che ho sentito suonare un silenzio profondo e universale nelle parole delle ragazzine di Casal del Marmo. Simile a quello della borgata dalla quale provengono. Prendete in blocco tutto quel che ho scritto sul corpo esposto della terra e applicatelo a ciascuna delle detenute. Sono tutte Medea. Stanno nella medesima contraddizione, incastrate in uno spacco di terremoto tra passato e futuro che prescinde dal loro e dal nostro volere. E io sono qui a testimoniarlo.

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