Nuovi Argomenti (n. 70 4-6.15)

 "Nuovi Argomenti" n.70 - “Dite quel…BIP…che vi pare”

Dieci domande rivolte a una settantina di scrittori, poeti e intellettuali italiani che hanno spiegato la loro idea di libertà di espressione e di come dovrebbe essere tutelata.

In linea con l’attenzione ai fatti di cronaca intrecciati ai fatti geopolitici, già presenti dalla fondazione della rivista, la redazione usa la formula del questionario, tratto caratteristico della formula di ricerca di Alberto Moravia, per affrontare l’argomento d’attualità usando come punto di partenza la recente strage di Parigi nella redazione del settimanale satirico «Charlie Hebdo»

Fulvio Abbate Eraldo Affinati Alessandro Agostinelli Massimo Arcangeli Federico Audisio di Somma Alberto Bertoni Filippo Bologna Carlo Bordini Maria Borio Franco Buffoni Laura Buffoni Errico Buonanno Maria Grazia Calandrone Mario Capello Aldo Cazzullo Mauro Covacich Marco Cubeddu Giancarlo De Cataldo Roberto Deidier Erri De Luca Fabio Deotto Paolo Di Paolo Simona Dolce Giuliano Ferrara Biancamaria Frabotta Gabriele Frasca Stefano Gallerani Attilio Giordano Arnaldo Greco Andrea Inglese Stefano Jossa Andrea Kerbaker Raffaele La Capria Nicola Lagioia Marina Lalovic Camillo Langone Antonella Lattanzi Loredana Lipperini Giancarlo Liviano D’Arcangelo Gaja Lombardi Cenciarelli Francesco Longo Federica Manzon Paola Mastrocola Marco Missiroli Antonio Monda Raul Montanari Italo Moscati Giulio Mozzi Edoardo Nesi Piergiorgio Odifreddi Vincenzo Ostuni Massimiliano Parente Sandra Petrignani Gabriele Pedullà Stefano Petrocchi Aurelio Picca Veronica Raimo Elisabetta Rasy Gianni Riotta Mario Santagostini Simonetta Sciandivasci Gian Paolo Serino Giulio Silvano Walter Siti Italo Testa Filippo Tuena Patrizia Valduga Giorgio van Straten Paolo Valesio Mariapia Veladiano Gian Mario Villalta Alessandro Zaccuri Giorgio Zanchini

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1) La libertà d’espressione deve tener conto di altre libertà (per esempio legate a religione, credo politico, ruoli istituzionali, memoria storica,...) o non deve essere limitata? Quali dovrebbero essere gli eventuali limiti e chi dovrebbe deciderli?

Attenendomi a riflettere intorno all’espressione verbale, orale o scritta che sia, credo che il solo limite sia l’insulto personale. La discussione, teorica o ideologica, non dovrebbe mai scivolare nell’offesa, come ci ha invece abituati a fare la cattiva politica italiana degli ultimi trent’anni, che ha infatti finito per rivoltarsi contro chi l’ha corrotta. Le funzioni dell’attacco alla persona, dello scandalismo e dell’insulto come arma politica, sono ben descritte nell’articolo di Cristina Morini, Il perturbante della sessualità, pubblicato da alfabeta2 il 12 marzo di quest’anno: lo scandalo viene impiegato, abitudinariamente e con successo, per distrarci dalla crisi della sostanza economica e ideologica della società. I discorsi dei nostri politici sono pragmatici, l’ideologia è guardata con sospetto. Certo, la macrovicenda storica ci ha messi in guardia contro gli effetti delle dittature ideologiche, ma, proprio per ciò, ritengo che il libero confronto tra idee sia indispensabile a formare e far crescere una società non monolitica e fiduciosa, che abbia appreso la lezione dai fantasmi storici ma che possa iniziare a emanciparsi da essi. Il discorso naturalmente si complica quando il confronto, oltre che tra idee, è tra culture diversissime, come sta avvenendo con sempre maggiore evidenza in tutto l’Occidente.

2) Rappresentazione artistica e opinione personale dovrebbero godere dello stesso grado di libertà di espressione?

Sì. Ma artisti e intellettuali fanno parte di una minoranza.

Spesso chi fa arte o produce pensiero dimentica questo dato di realtà, abituato com’è ad avere consuetudine con il proprio mondo, a sua volta abitato da simili. Avere figli mi costringe a riflettere su simili evidenze: gli artisti non abitano gli stessi luoghi interiori (né topografici, spesso) di quella che, per amore di prassi, definirò “la maggioranza”. Quella degli artisti è una collettività complessa e non meno reale, soltanto più ristretta, un gruppo microsociale, a sua volta composto di “minoranze”, che spesso contengono ancora altri “stati di minoranza”. I figli degli artisti – quando essi ne abbiano: non spesso – nella maggior parte dei casi frequentano scuole speciali (steineriane, internazionali, montessoriane). Oppure, quando i genitori non desiderano costruire ai figli un destino che magari quei figli non avrebbero scelto per sé e, dunque, fanno frequentare loro la scuola pubblica, quei figli si trovano a dover affrontare quotidianamente e loro malgrado un conflitto con le abitudini della maggioranza – che, per il fatto stesso di essere maggioranza, difficilmente accoglie senza paura quanto differisce da sé.

Io ho scelto di mandare i miei figli alla scuola pubblica. Da questo punto di osservazione vorrei ricordare, a me stessa per prima, che le opinioni di un artista non sono opinioni che nascono da un terreno sociale largamente condiviso. Per ciò stesso sono spontaneamente, osiamo dire “biologicamente”, eversive. Un esempio per tutti: sono una fautrice integrale della non violenza e ho cresciuto i miei figli secondo questa convinzione. Il mio modello educativo funzionerebbe se fosse condiviso. Sono stata costretta a constatare quanto lo sia soltanto in apparenza.

Gli artisti hanno, probabilmente, una memoria viva della memoria platonica (del nostro slancio comune, dell’archetipo, del mito del legame collettivo), la nostalgia di tutte le creature è il loro tessuto connettivo. Il “borghese”, il non-artista, inclina invece all’evidenza delle cose, non sopporta di vivere in via permanente in quel mondo invisibile, indecifrabile, inesauribile e incerto, non nutre o non sostiene quella nostalgia – perché, semplicemente, non sa che farne. L’artista regge la nostalgia collettiva perché è capace di testimoniare, attraverso la sua opera, del mondo dove (chissà) abitavamo o abiteremo tutti. Viceversa il borghese/la maggioranza respira l’arte (“ricorda”) provvisoriamente: va a teatro – poi però torna a casa. Legge – poi però chiude il libro. Mentre l’artista resta in quel mondo: tra quelle pagine, su quel palcoscenico – del quale il borghese/la maggioranza mantiene una rimossa nostalgia perché, pur sensibile, non ha il talento di fabbricarne bellezza in prima persona, dunque non ha motivo di reggere troppo a lungo la solitudine che chiede. A specchio, infatti: tutti gli artisti hanno provato e/o provano una struggente nostalgia del “mondo” e hanno fatto della loro differenza originaria un valore: “vissi d’arte, vissi d’amore” – con buona pace della gorgheggiante Tosca. E fin qui…

Non amo invece chi trasforma questa obiettiva condizione di lontananza e di isolamento in sentimenti di superiorità (l’altero concetto di élite). Si tratta di un semplice fatto, di un’attitudine, ma influente su ciascuna delle pratiche esistenziali. Perché, ancora: qualunque creatura si dedichi o sia incline alle arti, deve più e più volte fare i conti con una diminuzione sociale di sé: un fannullone perso nel mondo dei sogni, un parassita, un illusionista che voglia imporre ad altri le proprie illusioni, ché le illusioni sono il rovescio disilluso della bellezza alla quale una volta credevamo di avere diritto. Questa è l’altra faccia dell’esaltazione (bizzarra) che i “creativi” patiscono loro malgrado.

L’appassionata tirata è stata fin qui condotta al fine di introdurre un concetto semplice: quando artisti e intellettuali si espongono al pubblico, hanno la doppia responsabilità di legittimare la propria esistenza e, nello stesso tempo, di aggiungere al discorso della maggioranza una parola che mostri ancora l’insopportabile e desiderata nudità del Re(ale).

3) Dovrebbe essere diversa la libertà d’espressione di cui si può usufruire in ambito pubblico e in ambito privato? Perché?

Sì, dovrebbe essere diversa, perché parlando in pubblico – così come esponendo e/o pubblicando i così detti frutti del proprio ingegno – si assume una responsabilità etica che limita la libertà. Un conto è discorrere a cena con gli amici, un altro è “prendere la parola”, per citare Nancy. Questo vale anche quando, privatamente, vestiamo l’abito di educatori – e per tutte le arti. Approfondendo quanto risposto alla domanda precedente, specifico la necessità che l’espressione genitoriale e/o artistica sia etica, ovvero non metta solo in scena il male, ma ne offra anche una soluzione, fosse anche solo la bellezza della parola, secondo la mirabile lezione di Paul Celan che, poiché l’assenza di Dio si notava, imparò a pregare il Nulla con una parola che, attraverso la sua bocca, imparava a costituirsi come fine della stessa preghiera che smentiva. Per ciò, vengo commossa dalla pur algida perfezione estetica dell’ultimo Von Trier (penso a Melancholia e Nymphomaniac), ma non ne condivido i contenuti.

4) È giusto limitare la libertà di un cittadino di esporre o indossare simboli religiosi, politici,...? Se sì, in che misura?

No, non sarebbe affatto giusto, ma la storia e l’attualità dimostrano che la natura umana è anche estremamente pericolosa, dunque lo ritengo giusto solo ed esclusivamente se i detti simboli propagandano, o anche solo sottintendono, idee e/o progetti di assassinio e/o sterminio.

5) Chi difende o appoggia pubblicamente atti violenti o illegali dovrebbe esserne considerato corresponsabile sotto un profilo etico e giuridico, o dovrebbe avere diritto a esprimere liberamente la propria convinzione?

Dovrebbe, perché ne è certamente corresponsabile. Naturalmente questa mia affermazione non intende sottrarre neanche un milligrammo di responsabilità personale a chi commette il crimine, altrimenti finiremmo per aderire alla disonestà dei processati nazisti, che tentavano di scagionarsi moralmente spacciandosi per meri esecutori di “ordini”.

6) Si può ricorrere alla violenza fisica per l'affermazione di un ideale? Quali sono, se ci sono, i valori per la cui difesa varrebbe la pena ricorrere alla violenza o sacrificare la propria vita?

La domanda mi scotta da tutta la vita. Sono figlia di un uomo che, insieme a tanti altri, saltò su precari mezzi di trasporto per andare a combattere per l’emancipazione del popolo spagnolo dalla dittatura franchista. La parola “combattere”, in questo caso, non è ideale o astratta, è bensì piena di odori e di sangue. Dell’odore del sangue. Non ho mai voluto immaginare quelle mani capaci di accarezzare prese nel gesto di interrompere vite umane.

Di me, so che ucciderei solo in via animale: per difendere chi amo più della mia vita – persone per salvare le quali sacrificherei anche me stessa. Dunque la vita dell’altro, del da-me-ipoteticamente-ucciso, dell’avversario, ha idealmente lo stesso valore della mia. Riflettendo su un più fruttuoso approccio al sacrificio di sé, cito gli esempi illuminanti e quasi opposti, ma stretti nella medesima dolcezza, di Massimiliano Kolbe (ritenere la vita di un altro più “utile” della propria) e Aung San Suu Kyi (privarsi della propria libertà a difesa non violenta dei diritti di un popolo).

7) I valori della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 sono assoluti e universali o tutto è soggetto alla storia e non esistono valori indiscutibili?

Sottoscrivo ciascuno dei punti, non perché io – com’è comunque vero – pensi anacronisticamente per assoluti, in questo tempo di relativismi, ma perché gli articoli sono stati ragionati, al di fuori delle ricadute del tempo e dello spazio, per garantire il massimo bene sociale a ciascun individuo. Li sottoscrivo a cominciare dalla prima frase del Preambolo, che espone da subito il contenuto emotivo e intellettuale di quanto seguirà: il concetto di “famiglia umana”.

8) Si può dire che è in atto uno scontro fra due o più civiltà diverse e inconciliabili? E se sì, quali sono le cause di questo scontro (culturali, religiose, politiche, economiche,…)?

Si può dire. L’evidenza è che ci sia uno scontro tra fondamentalismi: da una parte un capitalismo che comincia a mostrare l’esaurimento delle proprie risorse, di pensiero e di materie prime terrestri, ormai sfruttate all’eccesso e senza lasciare alla terra il tempo di rimarginare e rifarsi terra – e dall’altra la virulenta crociata di religioni che vorrebbero imporre il loro dogma, inapplicabile all’organizzazione occidentale. Sono in contrapposizione due visioni incompatibili del bene e del male e, di conseguenza, del modo di immaginare la propria disposizione sul pianeta.

Ma il movimento mondiale che mi preoccupa più profondamente – e che traduce in prassi economica il conflitto ideologico appena citato – è la grande migrazione di individui dei paesi “poveri” verso i paesi “ricchi”, la necessità e il bisogno del benessere – o perlomeno della dignità – da parte di alcuni e la resistenza degli altri a condividere il proprio spazio, già saturo. Il mondo ci sta ponendo difronte alla necessità di ripensare il mondo, a partire dalla sua ormai convenzionale ripartizione geografica.   

9) È possibile mettere a confronto e stabilire quale sia il migliore tra sistemi di valori di differenti civiltà?

L’unico parametro credo sia il noto risultato pragmatico: il maggior bene (benessere sociale, in questo caso) per il maggior numero di persone.

10) Qual è lo stato della libertà di espressione in Italia? Ci sono argomenti tabù su cui risulta difficile o impossibile esprimersi liberamente?

Apparentemente no. E questa possibilità apparente di dire tutto crea una sorta di rimozione condivisa e, dunque, doppiamente pericolosa.

Posso infatti individuare almeno due grandi temi-tabù. Primo: l’amore omosessuale, argomento sul quale si ha ancora un profondo pudore sociale e altrettanti pochi diritti. Basti pensare a quanto la nostra legislazione sia indietro rispetto a quella di molti altri paesi, d’Europa e del mondo. Basti pensare che è stata letta come rivoluzionaria la sentenza di Cassazione del 2012, che semplicemente fa decadere l’”inesistenza” del legame omosessuale e attribuisce a una singola coppia gay diritti pari a quelli delle coppie coniugate.

Il secondo grande argomento tabù è la morte – e l’invecchiamento, soprattutto femminile, che ne è il progressivo preludio (ove si abbia la fortuna di vivere abbastanza a lungo) – con la quale il mondo occidentale ha perso quasi completamente la confidenza naturale. Della morte ormai parlano solo i poeti e i beccamorti, questi ultimi asetticamente rinominati “impresari di pompe funebri”. Altrimenti, siamo indotti a coltivare il mito infantile della nostra propria immortalità, a congelare la nostra giovanezza per mezzo di tristi artifici.

La mancata familiarità con la morte ci consegna al posticcio di siliconi, materie plastiche, gel, tiraggi, extension di ogni appendice estendibile dei nostri volumi corporei – a lasciar subentrare un corpo falso e illusoriamente imperituro al nostro corpo vero, di carne e sguardo per lo più mortali.

Maria Grazia Calandrone
Roma, 22.3.2015

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