Ortona Giorgio, appunti su (RAI Radio 3, 4.9.10)

IL CEDIMENTO IMMOBILE DELLE FACCIATE
appunti profani su Appio Latino, olio su tavola di Giorgio Ortona
in “Qui comincia”, RAI Radio 3, 4 settembre 2010 
http://www.mariagraziacalandrone.it/podcast/


IL CEDIMENTO IMMOBILE DELLE FACCIATE

Un pugno, una diecina.
Una fila colorata di palazzi – più uno in primo piano – emerge da una grigia vastità che occupa orizzontalmente più di metà dell’opera. 
I palazzi sul fondo sono divisi dal grigio sottostante da una linea retta anzi scolano qualche lingua di storto colore nel nulla. 
Il palazzo che sta in primo piano è invece piuttosto mangiato da sotto, è come galleggiasse nel suo bozzolo di infermità.
Dunque un grigio completamente muto è alla base di un brulicare di bestie sovrapposte in bell’ordine: piano per piano, dalle cantine all’attico. 
Dunque le strie spurie di un bianco nervoso e nebuloso insidiano dal basso l’abitare umano come bave di nullità. 
O in basso è descritto l’informe prima dell’essere, sul quale verrà eretto di nuovo e incrollabilmente l’edificio degli uomini nonostante il grigio sfrontato di un silenzio mortale rida sotto le fondamenta di tutti?
I palazzi hanno colori dai nomi bellissimi: ocra, salmone, rosso mattone, terra d’ombra, rosa confetto e verde pistacchio, giallo di Napoli.
Un poeta con questi nomi farebbe una poesia. Noi parliamo di quello che vediamo: case serrate da serrande grigie, salmone e doppi toni di verde.
Sui palazzi c’è un cielo blu cobalto con qualche nuvoletta chiara chiara, sotto i palazzi c’è il caos, primordiale e presente. Nella sua zona infera il quadro reca tracce di successive cancellazioni, è una superficie sporca e all’apparenza incompiuta che dà all’intera opera un senso di precarietà, di instabilità, una sorda inquietudine, un disagio ancestrale e postmoderno. 
Quella fascia insondabile di grigio rende inafferrabili e imprevedibili gli oggetti sommersi e sovrapposti e ci ricorda che così è ingovernabile la vita vivente, che ingovernabili siamo noi stessi, come lo è l’autore di quest’opera: quel disordine organizzato è di certo anche il modo della creatura Ortona di rimanere in compagnia della propria sublimazione, perché in quel caos può sempre essere aggiunta una traccia del proprio vivere, un graffietto biologico, casuale, inconscio.
L’ordine è al di sopra del caos. 
Non in senso prioritario ma come mera dislocazione spaziale: nella parte alta c’è un raziocinante tirare linee rette con la squadra e riempire le aree nettissime che si sono formate con colori detti dai nomi bellissimi – e nel basso è la manifestazione del mondo prima o dopo il suo esserci. I palazzi sono stati o saranno o non saranno più.
La metà inferiore dell’opera è in movimento come l’esistente e pieno dei filamenti gialli e neri del colore che scivola dall’alto.
Così il cielo, la materia della quale è fatto il cielo: l’aria ci entra nel corpo, in ogni giorno della nostra vita.
Ma i palazzi non contengono figura umana. 
Tutto questo abitare è visto da lontano e da un altrove, è più grande dell’ampiezza dello sguardo umano, è osservato da un osservatore che vola e che si pone nelle cose come una verticale. Questo esempio di rovinosa umanità è visto da un uccello.
Mi pare necessario parlare, a questo punto del racconto, di come sia composto fisicamente il quadro: si tratta di legno di abete trattato con gesso acrilico, per produrre la simulazione di una tela vergine senza nemmeno le impercettibili asperità della fibra tessuta.
Ortona crea il suo bianco verginale e lo divide verticalmente in due parti, destra e sinistra. 
Il legno viene trattato come un foglio, reca i segni della matita – che si è sostenuta ai regoli e agli altri strumenti da disegno – e della verticale che è la sublimazione del corpo eretto dell’artista, il suo punto di osservazione, la sua incisione, il taglio di spada del suo sguardo nelle due dimensioni del bianco. 
Un autore – per essere autore – trasforma la materia, è più forte del bianco e del vuoto. Del quadro e del suo vuoto. Casomai diventa egli stesso il bianco e il vuoto, ma non sembra essere il caso di Ortona, estremamente colmo e preciso e finale.
Un breve cenno eterologo: in altri quadri di Ortona troviamo figure umane completamente inespressive e delocalizzate, corpi disabbigliati, disadorni, inespressivi e posti in nessun luogo. 
Arriviamo allora ad affermare che la sua è pittura che non racconta nulla – ma che ferma una immagine facendola vivere da ferma. 
Un fermo immagine che qui nella sua parte alta è desertificato (non c’è un lenzuolo alle finestre, un solo viso che si affacci, un vasetto di gerani, una gabbia di canarini al davanzale) e che di sotto brulica di vita come un sito archeologico, delle stratificazioni della vita che somma tempo a tempo, umore a umore, stile a stile: dove supporremmo la vita c’è il vuoto e là dove non cercheremmo la vita, in un immaginario sottoterra, c’è un pullulare di sostrati e di ripensamenti.
Quasi che un morto mandasse parole alla superficie come piccole crepe nel mondo, quasi potesse comandare soffiando verso il cielo il suo fuoco fatuo, quasi che le tracce magnetiche di un’infanzia continuassero a girare nelle bobine e a lasciare residui, urla, richiami, sonorità e colori dimenticati e che Ortona si sforza di cancellare e poi di rivelare e poi di nuovo di ridurre al silenzio della povera polvere umana.
Ci interessa annotare che tutto il dinamismo, inclusi i rilievi di colore, le vere gocce tridimensionali di colore sono nella “zona grigia”, che è tanto simile a quella descritta da Primo Levi ne I sommersi e i salvati quando analizza i comportamenti delle vittime, degli internati. Egli, il nostro reduce esemplare, ha conosciuto una situazione nella quale il bene e il male erano spinti l’uno dentro l’altro da una serie di forze complesse: distinguere i buoni dai cattivi è una semplificazione necessaria alla comunicazione, ma chiunque anche in situazioni di pace abbia approfondito pochissimo l’indagine di sé ha scoperto di certo zone morte di dolore, zone che prima erano piene d’amore e ora sono resti, ossa calcinate, intere aree grigie di incoscienza e di metaforica malvivenza dove credeva di trovare una squillante ragionevolezza.
Il quadro di Ortona che stiamo esaminando ci contamina, proprio nel senso che stiamo ora dicendo: rispecchia il nostro ordine e disordine, la nostra nitidezza e la sporcizia: è il quadro di un architetto che vuole renderci confortevole l’abitare e di un irridente anfibio che cela e svela i nostri stessi reperti: l’identità umana è sguardo verticale sopra un grigio irrequieto.
Il quadro di Ortona è come noi, come il nostro destino: per metà immobile e per metà infinito. Morto a metà, che vuol dire, anche e sempre, vivo a metà. 
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