Riviste e quotidiani nazionali

Carte nel vento n. 24 (10.14)

dal paesaggio - premio "Montano" 2013, poesia inedita
 
 
1. supplica all’evidenza
 
a uno a uno, in un susseguirsi
di apparizioni fantastiche – o piuttosto in massa, in lunghi filamenti
di fuoco, potenti
come lapilli, appaiono questi rossi
alberi-parola
emanati dal centro del paesaggio in fiore
 
                                                                    prima
c’era solo la splendida mutezza delle cose, l’evidenza oggettiva, nostra e del mondo.
ora siamo corrotti dallo scisma
 
ci inginocchiamo sul brusio dell’erba, l’orecchio teso al soffio disumano delle cose.
nessuno emette altra preghiera che questa
 
                                                                     solo quando
da una piega di luce del cielo
cade uno spolverio di grandine e di uccelli, ovvero
quando gli eventi riescono a oltrepassare l’abilità descrittiva
di una lingua ormai esperta, i corpi umani
assumono la densità delle origini, muti si spostano in colonne d’eco
 
 
2. il gregge
 
gli animali non ancora nominati
stanno come rudimenti
sotto un velo di calma meraviglia, danno luogo a vistosi agglomerati di esistenza
dai bordi scabri come per una piaga, quando si lasciano alle spalle
la pianura e le nostre figure
 
gli animali hanno agito sparsamente
poi sono confluiti, assecondando lo splendore chimico dell’erba che si piega sull’arco della terra, ancora ricoperta da un liquame fertile che si va disseccando dopo l’inondazione
 
 
3. la compenetrazione degli oceani
 
l’acqua appare immediatamente dotata di una aggettivazione ardua. tra gli elementi mobili è quella che presenta il potere maggiore
di persuasione del paesaggio: l’ossigeno dell’acqua
si combina per attrazione immediata con la cenere che giace dalle origini
nel cuore dell’albero. soprattutto il rosso
dei meli, riflesso
in un lucido specchio di idrogeno
permette agli alberi di modificarsi in vegetali subacquei mantenendo viva
la fiamma dell’orgoglio
 
i coralli sono infatti un allegro esperimento alchemico: i ciliegi più giovani
marmorizzano i flussi delle linfe e li espongono sotto forma di scheletri ematici
apparentemente immobili. essi, dotati di una struttura interiore ancora flessibile, confluiscono volentieri in una qualità animale e
tutto in loro dirama in forma di corallo.
 
viceversa i cespugli, sostenuti
da una basica sintassi di specie, preferiscono dilavare la propria sostanza. dunque, modificati appena, commisurano se stessi all’umidità dell’ambiente assumendo la viscosità dell’alga
 
intanto sulla terra l’acqua finisce per separare dal sommerso la razionalità dei frutti, che appariranno appesi a una certa altezza non del tutto celeste come crisoliti di dolcezza
 
 
4. il latte
 
sospinti dall’acqua, alcuni animali si raggruppano sotto la volta delle stelle con la mansuetudine bovina di un rilievo montano, la somma dei loro corpi assume la compattezza di un bianco santuario. essi cominciano ad arrotondarsi e a convergere in un punto dal quale sgorgherà il latte in luogo delle parole
 
sopra tutto lampeggiano i nomi, incandescenti e bianchi come stelle
 
 
5. la religione
 
secondo una simile fenomenologia si forma il corpo di fiamma e vapore di un dio appena ucciso e la nera terra ammonisce: non lasciare mai vivo quello che uccidi
 
dunque il gregge si espone come il sacrificio di un toro
antecedente al suolo intransitivo e scortese delle montagne, un animale esteso che dilata il ventre e lo rilascia sotto la pasta vitrea degli sguardi umani
 
questo è il retroscena di città severe e solenni come Napoli o Roma, due città capovolte all’interno
 
non è mai stato chiaro perché gli esseri umani, compiendo continui microsuicidi interiori, si siano adattati a questa povertà, se conservano ancora così viva la memoria del paradiso
 
 
6. un Dio parlante viene infine eretto affinché i corpi possano cantare
 
chi entra in possesso di un oggetto eversivo come la parola non può limitarsi a usufruire della sua mera funzionalità. per impiegare la lingua al di fuori dell’utile, gli uomini devono prima espungere da sé l’autorevolezza del verbo e onorarla attraverso un’ideazione che abbia il peso specifico dell’aria e del marmo. per esempio un altare
 
dunque all’origine della creazione – altrimenti così nuda
e terremotata, fatta di scontri casuali
di blocchi e neri carsi di materia in fiamme – una generazione di figure rosse installa
una figura esteriore, esterna al creato, un’icona paterna
alla quale attribuire la serietà integrale del Verbo, infine estromessa dalla esclusiva responsabilità umana
 
dai sussulti iniziali della materia estraiamo un dio a nostra immagine e, ancora gocciolante dell’amnio della mente e già adulto come una Minerva, lo incarichiamo di certe passeggiate preistoriche che egli, ormai indipendente dai suoi autori, spenderà nella calma euforia della nominazione del visibile e dell’invisibile. quest’ultimo appare principalmente sotto forma di simbolo
 
grazie a questa delega divina, gli uomini cominciano a cantare. la prima forma del loro canto è lauda, inno, questa gratitudine
 
 
7. l’asse
 
si forma dunque un asse cartesiano dove dio è altitudine bizantina e gli uomini sono i suoi bambini, canori come passeretti, che beccuzzano il pane della gioia su un orizzonte finito
 
poggiando sulle dune dell’informe
i piedi di dio sollevano piccole colonne di materia ancora muta, mentre egli plasma il fango con la sua voce definitiva
 
infine, per mezzo di una donna che non ha mai conosciuto e nonostante questo ha acconsentito a farsi sua obbediente e sua serva, il padre emette un figlio-Verbo
la cui parola è distillata, sapienziale
e didattica. Christòs non parla mai senza motivo, non canta mai, non rifà mai la musica dell’erba con le parole
 
il dio della più grande misericordia non ride, affinché noi possiamo
 
 
8. nel paradiso
 
la confluenza di questa carne solare al centro del paesaggio ricorda quando l’amore era quel misterioso spostamento animale
 
la massa compatta delle creature avanzava in silenzio nel fiore d’oro del sole, con la pelle scottata come acqua
 
fin quando la perla madre, colma del suo piacere e della sua discordia, è stata esposta con le sue figure di dolore nel covo bianco del sepolcro
 
la sua persona era attraversata da venature di verde e mielee sulle ciglia presentava un orlo di cereali arrivati intatti da un’economia di baratto
 
la sua urna era colma come un granaio
 
stamattina la sua maschera funeraria appare impressionata dalla quiete della fiumana umana, sulla quale dilaga una macchia di trasparenza bestiale
 
 
9. la mela è fatta di parole e il corpo canta
 
comincia così: il male genetico rosseggia e serpeggia per tutta l’ampiezza del paradiso. esso interrompe l’intimo silenzio edenico. il male avviene
quando il serpente si rivolge a Eva. Padre
che per noi indossi l’austerità della lingua, liberaci dallo scisma
che rende doverosa la parola
 
prima, solo intuizione e contemplazione dell’assembramento. il corpo unico degli animali e delle cose
è rotto. insieme al trauma della separazione urge una parola comunicante.
 
poi il Verbo viene eretto sulla croce. voce
del corpo dei corpi: io faccio musica con i corpi degli uomini, io
non parlo. la parola incarnata
ora è carne inchiodata a un oggetto. il sacrificio è volontario. gli uomini spiegano agli uomini che il mero nome (croce, legno, chiodo)
non basta a salvare. per salvarsi bisogna
che tutto il corpo canti come un bambino
 
 
Roma, 31 marzo 2013

Creatività e creazione, nota critica di Marco Furia

“dal paesaggio”, di Maria Grazia Calandrone, è intenso componimento che sembra trattare della creazione del mondo.
Una creazione non remota, bensì presente, continua.
Il lettore è coinvolto in un fitto susseguirsi d’immagini che presentano un divenire inarrestabile, privo di soluzione di continuità.
Il mondo, per Maria Grazia, fu ed è creato nello stesso tempo.
Forse, guardando in direzione del mare, potremmo scorgere l’Arca di Noè ancora in navigazione e, forse, certi episodi biblici si stanno ancora verificando.
Non siamo dinanzi a un gioco di gusto surrealista, bensì a un vivido sguardo sulle origini intese quali energie che continuamente si rinnovano.
La cronologia perde importanza quando ci si rivolge al fenomeno dell’esistere puntando a renderne evidente l’intima natura.
Siamo, sempre, le nostre stesse origini?
Sembra, a prima vista, che la risposta della poetessa a simile quesito sia positiva.
Dico “sembra a prima vista”, perché il sincero atteggiamento dell’autrice non è assoluto e, pur gettando luce su certi aspetti, non intende eliminare tutto il resto.
Il trascorrere del tempo è presente, ad esempio, quando vengono proposti precisi riferimenti alla storia sacra e, in ogni modo, non appare estraneo alla stessa sequenza di nove brevi sezioni ciascuna contraddistinta dal proprio titolo.
È presente, poi, una pronuncia davvero chiara:
“chi entra in possesso di un oggetto eversivo come la parola non può limitarsi a usufruire della sua mera funzionalità”.
Pronuncia che non si può non considerare specifica dichiarazione in cui la “mera funzionalità” del linguaggio è ritenuta insoddisfacente, non sempre adatta alla bisogna, inadeguata.
Talvolta occorre allontanarsi dagli usi idiomatici consueti, come “dal paesaggio” insegna.

http://www.anteremedizioni.it/montano_newsletter_anno11_numero24_maria_grazia_calandrone

Nuovi Argomenti (10.10.14)

qui
PONIAMO IL CASO DELLA GRATITUDINE

Grappoli di pere con piccoli spacchi
 
Penso che con questo magnifico sole freddo l'unica cosa ragionevole da fare sia argomentare intorno a piccole pere verdi dopo averne osservato nei giorni lo strutturarsi e il gonfiarsi in forme che si presentano come di consueto tondeggianti in basso (che è verso la gravità della terra) e allungate verso la cima (che è dove pendiamo dal ramo).
Ogni piccolo fiore, se non cade per la stanchezza del ramo – che riesce a portare a compimento solo i più robusti tra i propri frutti – e se non viene trascinato dal vento sulla terra – che origina una vita simile a se stessa solo dalla matrice dei semi, mentre dall’altra materia organica produce differenti specie di larve – asciuga lentamente e si traduce in frutto.
La buccia – fredda,
liscia e lucente – a volte cede alla secchezza dell’aria invernale e si forma uno spacco – i bordi del quale
anneriscono con il trascorrere dei giorni e delle notti a causa dell’ossidamento del ferro contenuto nella polpa.
Osservando nella ferita
si rivela il vivo della polpa, granulare e bianca come la traccia dei morti.
Nella pera c’è un cuore molto bianco che in realtà rimanda alla nostra morte
e allo splendore (conseguenza del male che lo precedette e che è anche già stato
lavorato
– ma tu sei giovane e hai ancora tempo da perdere col dolore
– oh, vorrei anch’io subire ancora l’offesa della giovinezza!)
Intorno a questa traccia c’è la ruggine, che possiamo considerare come la parte del corpo vivo che ha reagito all’aria, come la scia di una emorragia nel passaggio che avviene tra regno (dei vivi) e regno (dei morti).
Raramente infatti passiamo intatti dall’essere una pera liscia e impassibile a essere una pera parlante cioè dotata di ferita aperta.
Tutto quello che possiamo immaginare avvenga al di là dei sensi nella formazione della pera, esorta a una serena pulizia dello sguardo, esorta a eliminare il superfluo e le scorie mentre si forma l’agglomerato dolce che diciamo frutto.
Ma alle volte, come vale per tutti gli altri frutti, avviene che il biancore sia insidiato dalla fame di un essere vivente. E la pera serenamente ospita il suo ospite – che si nutre di lei e della sua bianca morte – così com’è, illuminata dalla gioia del ridicolo.
 
Roma, 9 novembre 2009


Per motivi estranei ai cani
 
Vede cani, campane e altre cose aperte
sulla campagna. Vede
cose trascolorare: una certa avversione, un certo silenzio, certi
corpi smisurati. Gambe
e attrezzi, cose che smettono
di lamentarsi e lasciano
scie di luce nei ghiacci, vede loro
innalzarsi come radici di gioia
poi si mette a baciare la consolazione di quella bellezza sulla faccia di lui
nudo come la battitura del miglio.
Sulla faccia di lui bacia la terra e tutta l’acqua di vegetazione
bacia la tramontana e l’avere portato questa possibilità di baciare
fino al mattino, bacia le masse ancora addormentate in uno smisurato sconforto
le onde fatte di graniglia azzurra e di cobalto, bacia anche il corpo
che si secca tra rovi di more
con un rumore molle
di mucose, come un fiore spiccato, una leggera
anomalia del giardino, bacia il giacere del corpo 
tra i semi delle rosacee
e il suo calmo saldarsi alla terra
con un suono di fiori schiacciati e di congiungimenti,
bacia il cielo in ognuno dei corpi
che lo attraversano
fermi nelle carlinghe; le pulegge e gli spalti del frumento
bacia e lo bacia
invisibilmente
con il dolore e l’oro della lisca, con l’aria che ruota
intorno ai corpi con coincidenze elettriche, bacia la continenza di quei corpi
che, trascurati, diventano santi
bacia chi ha immaginato di morire
per mancanza di luce e poi ha detto sia benedetto il giorno
che ti ha vista nascere, bacia la perla delle cartilagini
e l’obice degli omeri
abbassati sul petto, bacia il cuore
che vistosamente declina, bacia chi le ha portato l’equilibrio,
questo modo di mettere insieme
cosa con cosa
e poiché ho attraversato con la bocca indenne
tutto il disequilibrio della notte, so che è stato
per questo
poter baciare in te ogni fenomeno,
perché giungesse l’Ora Immaginaria
con macchine terrestri nel fango naturale
e fosse appariscente
tutta la gioia e tutta la crescente
riconoscenza
perché, ecco, io ti amo senza dolore.
 
Roma, 27 dicembre 2010

Poniamo il caso della gratitudine

Chiamiamo A il donatore.
Chiamiamo B il destinatario del dono.
A cammina verso la casa di B portando in dono a B una cosa severa, concentrica e importante: qualcosa
di equivalente a una possibilità di dilatarsi, a un liquido per la compassione
e per ciò A sente il petto come una nave ferma nella luce.
A prevede la gioia che darà a B, anticipa l’abbraccio che solleverà ciascuno dei due amici più in alto di se stesso quando è solo.
A si avvicina alla casa di B e sorride da solo.
A non sa che nella bocca di B si è formata una sacca di silenzio, dura come la capsula di un dente, infetta come la sua inattesa
suppurazione. Niente ha ancora guarito quel male. Non i ragionamenti sulle opportunità. Non l’amore che, dopo, è venuto a salvare: se l’amore non salva e non guarisce, se l’amore può solo indicare
la direzione. Ora
o mai più: dove puntava
la scaglia d’oro dell’unica freccia. La tua vita è quello che mi hai fatto. Lo splendente disastro
che hai fatto
di me. Un follicolo inerte
che ha manifestato il suo sorriso
una volta. All’insaputa di A nella bocca di B si nasconde una infermità: sulle salivari
di B preme una ghiandola di fallimento
la cova velenosa di un ascesso.
A non sa che il cuore di B è una bilancia e che B ha mandato a memoria il minuzioso elenco degli oggetti dati. Tutto il cuore di B è in abbandono. Questo è senza rimedio. Questo fossile nel mio petto sanguina
le sue pareti colano rimpianto. Il bene che mi porti è solo eco
del mio amore perduto. Io sono della specie
che non dimentica – dunque
perde natura. A non sa che B è incapace di privarsi di qualcosa e poi dimenticare, di trasformare tutta la mancanza in combustione.
Dunque B non riconosce la gratuità del dono e nel dono di A legge una inumana perturbazione
e una cruda, una acidula affermazione di potere
da parte di A. B intravede l’aguzzo di una chiglia che separa la calma del mare. Ci è voluto
tutto il mare, per coprire la solitudine di B. Così, avviene che:
1. B allontani con rancore A dalla propria casa, B si disfi con violento disprezzo di A, che lo ama; 
dopo avere smantellato l’ingombro del dono di A, B si impegni nel denigrare A per affermare la propria libertà dal bisogno che il dono di A gli ha rivelato.
A ha involontariamente dimostrato di sapere cose sul passato di B che B non vorrà conoscere
mai più. B sa che adesso è tardi per l’amore. B rimarrà fedele alla siccità. B ha posato una copertura nera senza fiamme dove stava
tutta la fioritura.
Il silenzio del cuore rassicura B. Il nero gotico delle albe, la spelonca vuota, il muto
concerto dei morti. Il vuoto è privo di contrasto: una completa assenza di contrasto
circola nella linfa dei fantasmi. Il fantasma ha espressioni circolari.
Il fantasma è soggetto come un arbusto di dolore al sole incostante del capriccio di B.
B non mette nella bocca del fantasma il tralcio aguzzo della parola: l’esca viva.
La parola farebbe sanguinare anche il fantasma.
B mette nella bocca del fantasma una ruota bianca di silenzio.
A vedeva i fantasmi di B stretti e muti sul cuore di Buio.
Uno scenario esangue.
A è composto di fango e di pastura. A è del tutto
compromesso con la vita. Il suo cuore è un fattore algebrico sanguinante. Rosso come un’appoggiatura patetica. Ogni vita lo culla e lo tradisce. A prova rabbia, umiliazione, gioia e spavento. Canta, piange, è soprattutto nascente. Germinativo.
Amore porta in dono Amore. Amore
porta nudità
trasparenza e umiltà di Amore. Niente altro.
Da principio Buio ammirava il perpetuo devolversi di Amore. Prima che la moltiplicazione di Amore cominciasse a manifestare la sottrazione di Buio.
Scacciando Amore con malanimo Buio richiude la crepa, asciuga la paurosa infiltrazione del sangue, quel profumo di nettare che piegherebbe il capo sulla terra e piegherebbe le ginocchia
nell’odore dei tigli, riconferma un’avara superiorità sul proprio deserto:
scempio, se vogliamo chiamarlo col suo nome. Buio non desidera desiderare. Buio non intende essere turbato
dal vano impulso alla generazione. Buio, dopo quella notte
di impassibili mantici di sangue rovesciati
a sfiatare nel buio
esoterico dell’isola, dice a se stesso che a generare sono buoni tutti
i pedissequi e gli inetti, triste animule prive
di libertà e coraggio, spiriti facili e senza spessori
che si tirano dietro il mondo
secondo la legge
di attrazione dell’ovvio. Giogo della natura. Niente di più insipiente.
Buio si ritiene molto esotico. Buio dice che solo Buio è veramente libero. A questo punto A dovrebbe morsicare B con sapido trasporto
e mostrargli il sedere. Ma qui si vuole dimostrare
come perdonare una ingratitudine.
Sembra niente ricevere un dono ed esserne grati. La vita, per dire. E invece. Così avviene che:
2. Spaccato il primo guscio di dolore
tutta la cera del cuore di A venga accesa da una compassione per il cuore di B, così privo di questa compresenza ronzante e buona
di fiori e api, della plastica altezza
della fiducia. A piange per il petto di B che ospita un sordo
magma – e così
definitivamente solo. Dunque:
1. A non ha smesso di amare B. Eppure
2. B non smetterà di essere solo.
 
Buio ha appena richiuso la porta alle spalle di Amore e per un breve istante dice questo. Poi dimentica.
Detto di Buio:
 
Amore, se spacchi il mio cuore con il tuo dono intravedi le tracce
della vita che lo attraversava. Questo è senza rimedio. Via da me questo scempio! Vattene, lasciami
    rimarginare: questo fossile sanguina
nel mio petto – tutto il costato cola dall’interno
il suo rimorso – stalattiti di lacrime ghiacciate
da quell’ultima notte di modestia, quando ero
ancora così docile
devoto
e naturale da ricevere tutti i tuoi baci
come una logica consolazione. Con quale senso di opportunità e di cosa ben fatta io ricevevo
in tutto il corpo la consolazione dei tuoi baci. Allontana da me
il graffito di bestia del tuo nome: l’incisione che sgocciola
sul piatto
un tatuaggio di diavoli e di angeli
compenetrati. Allontana da me!
questa incoerente liquefazione, questa tardiva attesa, questa impressione di meritare ancora
la feroce bellezza della vita: disattenta
e incostante. Lo vedi: il risultato di ogni cosa
è che muore. Solo il lutto è rassicurante
e perfetto. Divino. Solo il lutto
è immutabile e fedele. Tutto il bene che porti è buia eco
del bene perduto. Disamorata eco. Niente regge il confronto con il morto.
Il Dio morto, il Dio vero, il Dio divino, il più Dio
di te, Eros, indecoroso caprone! Mendicante! Sei un’infelice emorragia di nuvole, il groviglio di un parto di bestia
che sfonda gli sterpi. Membra insolenti, zampe che affondano in quote di fango, striscia di sangue
sulla pelliccia, versamento di organi vivi
dall’interno del corpo: fertilità che prova
la prevaricazione di una specie dannata. Sei l’indugio che non permette al morto di morire, il picco in basso della sua idiozia. E quello urla e non ha più giustizia. Non riconosce il ferro della legge. Stacca! dalla lingua del morto il residuo fetale
della combustione di un melo
che fu nutriente. La mia lingua era tutta fiammeggiante. Stupido, ridicolo, languido
amore: tutto tremante, tutto sospiroso, tutto illuso di essere vivo. Vattene, lasciami rimarginare! Chiudi la terra! Chiudi l’imboccatura alle tue spalle. Mondami! Tutte le rose hanno esasperato il loro male
sul mio corpo soggetto
alla rosa letale
del tempo. Vattene!
e io dimentico. Io non sono più vivo.                                                                         
 
Roma, 1-3 giugno 2011

Atelier (29.8.14)

io mi fido di te


quando l’alba era un coro levato da una terra radiosa
quando eri iniziale e dal tuo labbro
gocciava l’amnio
del troppo amore non sarà troppo? tutto questo amore
 
fra le tue braccia ricominciava il grido delle rondini in aprile e l’odore di muschio e di rosa canina della
                                                                                                                     casa sulla pietra viva, l’impeto
della pietra e il rumore del ferro delle biciclette tra le piante di fico ad altezza umana
 
a volte avevi sapore di sale come il deserto, a volte
la logica della merce abbandonata in un porto
tra i fischi delle navi e dei cormorani
 
allora ripassavo con lo sguardo
il bassorilievo delle tue belle vene, il delta che affiorava sulla tua fronte quando sotto la volta 
            dell’intelletto strisciava il branco silenzioso e illogico del desiderio, allora un’iridescenza di mante
si levava dal fondo sabbioso del tuo essere e immaginavo
gli affluenti perduti nell’opacità del corpo
come ombre idroelettriche
 
qualunque raggio, qualunque bene
e male tu incarnassi, riconoscevo il suono delle tue scarpe azzurre
 
la gioia dura del fiore
nel giallo
del chiostro
 
poi la nebbia depone il suo silenzio sul lavoro invisibile della crescita
                                                                                                        e dei transiti umani
poi, avviene sul mare:
                                     la tua figura si ammorbidisce sotto il mio sguardo
 
cobalto
profondo
 
in silenzio
mi dici
rimani
 
perché non ho finito di fiorire
 
 
20.7.14

http://www.atelierpoesia.it/portal/poesia/poesia-italiana/maria-grazia-calandrone/117

Nuovi Argomenti n. 63 (9.13)

LO STUPORE DI CUI ERAVAMO FATTI
(dieci frammenti sull'evoluzione)

1. verbo

originariamente la parola
aiutò una delle diverse specie preumane a formare piccole società e a orientarsi nel mondo:
 
fu un gesto di compassione che agiva sulla biologia
fissando nella laringe di una specie due bianche pliche vocali
 
originariamente la parola
fu un gesto morale della biologia
 
nel punto dove la scimmia si è staccata dall’albero non c’è sangue
né dolore
ma l’impronta morale di una parola

2.  elevazione

vedo una prevalenza di grano e gioia
e un commosso desiderio di vivere
nella carne che pascola
tra grandi rettili
al fondo del cratere
o sta a galla sui posatoi del cielo
con veli di calcare
sulla pagina inferiore delle ali

certe figure carponi
assumono la posizione eretta per vedere il pericolo oltre l’erba alta

certe altre figure meno superbe
certi tranquilli animali bianchi
simili a capre, continuano a ruminare
e la natura li lavora dentro come il sangue terrestre lavora
le vene del marmo. mentre appaiono
distratti, essi comunicano attraverso il sangue

la loro obbedienza consiste
nell’appartenenza alla neve
che esalta il sapore del sangue

quelli che si alzano in piedi nella preistoria saranno
umani: snaturati e avulsi
essi sono la specie
conscia del tempo
che urge fuori dall’erba

vedo quanto somigliavamo alla terra. poi
alle capre. infine
eccoci storia, eccoci tempo
e crimine
 
3.  crimine

io vedo sollevarsi la mia specie e vedo sollevarsi
la scheggia d’osso
mentre una vibrazione diversa
dalla parola trema dentro la mano di quello
che la solleva
e la vibra: la prima idea di crimine
un nuovo bivio della specie
tra bene e male

staccati come figurine di fango
dal fondo secco della terra

                                              dopo,
nella storia, saremo
le uniche creature
affette da un disturbo
di specie: eliminare i simili
a causa di astrazioni,
contravvenire alla nostra origine

4.  amore

vedo il proseguire nella stazione eretta e vedo il flettersi di uno
sul corpo dell’altra come su un campo arato, su una messe biondissima

lui dissipa la sua anima tutta nuova e tutto
il suo piccolo ambiente spirituale su un corpo di sonnambula

lui s’inchina al cospetto
di una creatura bianca dove quella
è immensa
e piena
di illusione e di grazia
è fatta
di futuro

ma quello teme d’essere punito per avere goduto la nudità di una dea –  bruciò
ma il cuore rimaneva intatto – freddo
come l’avvento
e la statua era immensa, finiva

dove l’aria conduceva
i suoni cardinali di uccelli anch’essi
dal cuore incombustibile
che volavano nitidi
e contrari all’azzurro

e ancora una volta – oltre
l’umana sopportazione
del dolore, ancora
una volta – amore – a questa
che ti viene consegnata da un dio selvaggio
che le divarica le vertebre, apre
la sua cassa toracica come un ventaglio, una rosa dei venti, già pronta

a fare un’altra carne con la sua carne
come un essere in volo ma decaduto nella forma chiusa
di un corpo (sì, lei era tutta inerme
dopo, scivolava
in un sonno artificiale
con corone di ghiaccio sulle ciglia)

5.  parla la statua preverbale

io depongo ai tuoi piedi la mia corona e con essa
depongo ai tuoi piedi la mia sommossa
la commossa
mia fronte
e dai tuoi occhi mi guardano di nuovo
tutti i morti di tutte le ere, inconsapevoli di tanto amore

sei così vigile e meraviglioso nella massa del sole sei la preda
reversibile,
cacciatore con
urna, freccia e scure
tra felci bianche
fino alla muta forma
di tutte le persone che non sono state 

 amore è lo struggente desiderio di non finire
esalato
da corpi riversi
nella dolce imperfezione del tempo

6.  cittadinanza

vederti in questa inerme prospettiva, Roma, la lacca gialla
del sole sul marmo dei mausolei e tu aperta
come una sposa
sei una faccenda stregata
una insubordinazione
del passato

                    sulla piana dei fori,
dove l’opera dell’uomo scintilla
come scintillano le stelle sul mare

e i volumi di tutte le arcate depositano
la loro gloria seria, appena
sgretolata, sul manto nero della nera terra
 
il Tempo qui non è lineare, ha la grazia dell’ultimo volo
di un gabbiano sul mare capovolto
di Massenzio, con le cinghie
che ne tengono eretta la rovina
sul fondale di fuoco della terra

poi ci siamo assuefatti ai gabbiani, a questa contraddizione ricevuta
dal mare, a questa muta
foce

          sui celesti ricorsi
metropolitani e le lune chiare
della consolare

7.  focus: materiali virtuali

         je pense à toi, mia Cara, al cuore de la notte, sei Nessuno

Creatura della mente, la tua figura
non impressionerebbe la pellicola. Pure
la tua pupilla è l’ovulo dei morti
ha un colore di latte
purissimo, l’occhio
che possiede il mio cuore come il mio cuore
possiede
l’opacità del bronzo, non riflette
che la volta stellata della mente

Tu che ne sai del giorno mi diceva
guarda la gru che provvisoriamente oscura il sole le ciminiere lo slancio verticale della figura
ma è di me che parlava, anzi di come
lei m’immaginava. Così
rimango, vinto da quello
che sono quando vengo creato dalla sua mente

sono metallico come sangue umano
ovvero un’emissione razionale, eretta
del sangue umano della terra lanciata
fuori dal Tempo per raggiungerti, amore, chiunque tu sia

8.  in uno spazio esiguo come il cuore umano

pur essendo la stella madre di un sistema, il Sole ha ricevuto dalla nostra specie un nome maschile: essendo l’oggetto più evidente e vitale del cielo, essa è stata classificata dalla mente degli abitanti della preistoria sotto specie divina – e dio, secondo la preistorica immaginazione, coltiva la felice consuetudine d’essere maschio

cani bianchi – assediati dal sole
cani quasi
fatti di sole
nella segala amara
crudi e regali e
biancosommersi
in campi di pallone
come nel primo cielo
del paradiso

cara luna, ambra bianca modificata 
dalla radiazione di una stella, faglia bianca
che si è aperta nel cuore del tramonto

se il tramonto
è un cigolio di giunti e di trivelle
enormi, un trascinio di astri per i raggi ventosi efferati
affondati nel fondo profondo
del mare e se il mare
è tuttavia più piccolo del tuo dolore, cara luna
torna a essere ovale
come l’impeto della generazione, torna
come ritorna la rondella
sulla punta dell’asse terrestre
– o la terra si storce, si rovescia – o cade o vola – è lo stesso –
verso i mari di fuoco del sole, che è deserto,
inabitabile come la tua vita quando cadi di lato da un cielo
di terra e maestrale sulla malva e la polvere di Circo Massimo
mentre l’impronta di una scarpa umana
calca la bianca cenere lunare
e qualcosa si scioglie
in uno spazio esiguo come il cuore umano ed è simile
all’amore – ma corale

9.  genere umano

ecco i risultati del lavoro espresso da un corpo
dopo i fenomeni dell’evoluzione della specie, ecco a che punto di astrazione arriva
la forza dei muscoli e l’impiego
dell’intelligenza, applicata
alle forme del mondo.
ecco come si muove la vita di un essere umano, che segni lascia nel suo fine
sulle bandelle di cemento e i canoni
delle belle bandiere
– e sempre quella serratura
messa a difesa
della sua messa privata, nel suo nucleo
familiare-periodico

10. scimmia lunare

la poesia non è che questo
rimbalzare del suono tra angoli bianchi
di crateri preistorici – un vuoto calcinato avvitato al fondo
dell’orecchio umano
come pelle con osso

il cantiere è la vita, l’oro della pazzia, tutta l’umana gioia

il poeta è la scimmia lunare. il suo corpo
non è mai solo: traslocato
dal favo fiottante
della parola nella cella vuota
della parola, il suo corpo
prende in sé
– fisicamente tra i suoi occhi divisi –
il centro della terra, metallo liquido
composto
dalla pena e dalla gioia
di tutti

egli sa solo trasformare in canto
il sangue della specie

sebbene il suo corpo sia una comune
entità chiusa, in trasparenza la sua massa risulta
sciolta all’interno per un fenomeno di combustione
mentre attinge
alla lingua comune
della specie, a quella lingua in allontanamento
come un arcobaleno lunare
che risorge dai luoghi dell’origine,
dove la lingua serve a stare insieme
per dire le cose, è solo
compassione

Roma, 22-24.11.2012

Species that remains (Calamita/à, 7.2.14)

IL POEMETTO

sul disastro del Vajont realizzato per CALAMITA/À Project

su una foto di Evaristo Fusar, primo giorno di scuola dopo la tragedia del Vajont (“Corriere della Sera”, 1963)

con traduzione di Johanna BISHOP

Allegati:
Scarica questo file (SPECIE CHE RESTI, Calandrone - SPECIES THAT REMAINS.pdf)SPECIE CHE RESTI, Maria Grazia Calandrone [sul Vajont, traduzione di Johanna Bishop]

alfabeta 2 n.32 (9-10.13)

da Rosa dell’animale

io estraevo da un suolo di calce
il passo bianco di un animale estinto
non lasciavo residui, ero bianchissima
e nucleare, tutto il mondo faceva
un silenzio iniziale

ti sei abbattuto come una centuria sui miei passi
come una legione di galli rossi: al bianco
hai aggiunto il canto. dov’era il bianco
è intervenuto il canto, fino a dove la schiuma della terra
piegava

oltre questo segnale di confine niente
stava in piedi. dio, donna, uomo e bestia ciecamente
erano solo canto

l'Espresso (18.4.13)

di Alessandro Agostinelli

alfapiù (27.11.12)

http://www.alfabeta2.it/2012/11/27/lune-elettriche/

Lune elettriche

L’entità astratta ACEA si materializza esclusivamente in homunculi stipendiati per eseguire ordini di distacco, quantunque illeciti. Nessun altro contatto è consentito tra l’utente, sebbene pagante, e l’ufficio tecnico. Solo sfogo è il call-center: schiere di giovani, sicuramente precari, gettati in prima linea per depistare il cliente con informazioni fantascientifiche e contraddittorie. I ragazzi che scavalcano (con l’arco di tutti i dialetti dello stivale ficcati nella strettoia di una robotica inflessione commerciale) il frastuono di fondo del numero verde 800199900 vengono provvisoriamente malpagati dall’azienda per offrire gli irrorati petti alla causa aziendale e assumersi il ruolo di capro espiatorio. Una piccola serie di Monsieur Malaussène fa da ammortizzatore tra la legittima rabbia dell’utente disconnesso senza colpa e l’illegittimo strapotere dell’azienda che sottrae la tensione dai cavi privati: senza preavviso, senza intercorsi solleciti – senza ragione.

Già estenuati da una intera giornata di conversazioni incongruenti e ormai detestando la splendida Imagine di John Lennon, malauguratamente eletta da ACEA a intrattenimento tra una voce registrata e l’altra – dunque avendo subìto un ulteriore danno affettivo ed estetico – durante il secondo giorno di buio ci rechiamo nello spazio fisico ACEA di via Ostiense 2 e a prima vista ci rendiamo conto di quanto l’altrimenti glorioso civis romanus sia ormai docile e del tutto privo della coscienza dei propri diritti civili. Non c’è sommossa, non c’è insubordinazione. Molti sono seduti con gli occhi al vuoto. Altri, col corpo posto inerte sulla magra panchetta, sono impegnati in acrobatici videogiochi. Il silenzio è frenetico e perturbante.

Dopo un’ora di fila ci avviamo pieni di speranza all’incontro con uno sguardo umano: allo sportello una nostra sovrabbondante coetanea, tatuata e con una rosa di stoffa sulla testa – ma ahimé priva di un Lancaster-Mangiacavallo al fianco – sostiene di non avere alcun altro potere che inoltrare l’ennesimo sollecito ai fantasmi dell’ufficio tecnico e ci fornisce un numero presunto di Pronto Intervento che, dopo venti minuti di preregistrato, scopriamo occuparsi esclusivamente di guasti.

Siamo anche noi al solito dolente bivio psicopolitico: dinamitardi o rassegnati? Poiché siamo non violenti per costituzione spirituale, ci forziamo a cogliere il buono nell’essere costretti a non lavorare per due giorni, nel cenare a lume di candela, ci rassegniamo a prendere contatti con l’amico avvocato (ovviamente quando l’utenza verrà riallacciata e dunque potremo radiosamente rientrare in possesso del nostro numero telefonico). Non possiamo che confermare la dolorosa considerazione agostana, quando ci trovammo con una bambina di quattro anni dietro un’affranta riga di un centinaio di persone alle Poste, mentre Poste Italiane declinava ogni responsabilità del disagio, affermando di avere affidato le consegne delle raccomandate a una ditta privata, i cui incaricati non citofonano nemmeno più ai destinatari e la cui direzione non produce il pensiero elementare di fornire agli utenti numeri d’ordine o sedie. Tutta la fila ebbe a ribellarsi quando chiedemmo se per favore, vista l’impossibilità di mantenere la piccola ferma in fila, potevamo passare avanti. Allora, letteralmente su due piedi, inventammo una legge, che ci parve all’improvviso del tutto morale: sostenemmo che le persone con bambini minori di 5 anni avessero il diritto di precedenza e ci presentammo allo sportello, frecciati come patetici sansebastiani dagli insulti pieni di pena dei “poveri contro poveri”, che sempre ci feriscono fino alle lacrime.

Il sole etico del nostro mondo riprese a splendere con timido vigore quando, accanto agli sportelli del San Gallicano, pochi giorni più tardi, trovammo scritto che i bambini addirittura fino a 6 anni godono del diritto di precedenza. Allora la giustizia, la compassione, questo essere uomini con uomini, non sono stati schiacciati dal calcagno mortale dell’individualismo! Forse allora non siamo inerti prede di un astratto “libero mercato”, forse / non siamo perduti.

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