Zanzotto Andrea, Il mio Campana (il manifesto, 9.10.11)

ZANZOTTO E CAMPANA, FRUTTI OFFERTI A NESSUNO
su il manifesto, 9 ottobre 2011

Andrea Zanzotto, Il mio Campana, a cura di Francesco Carbognin, Bologna, Clueb, 2011


ZANZOTTO E CAMPANA, FRUTTI OFFERTI A NESSUNO

Non abbiamo grazia abbastanza per compensare la grazia dei poeti che ci lasciano varcare la soglia del proprio laboratorio. Perché l’officina alchemica dei poeti è la loro stessa animacorpo, lì dove essi compiono il miracolo di rifare il mondo con le parole. Leggere dunque che una figura totemica come Andrea Zanzotto si sia accostata con circospezione a Dino Campana, come se Campana incarnasse un principio di fuoco e dissonanza, è cosa che fa spazio nel nostro cuore, perché conferma che i poeti mantengono vivo il sentimento del mito e del “timore”. Non della idolatria, non del divismo, bensì del mito greco, quello radicale, che ha espresso incomparabilmente e una volta per tutte le immutabili fondamenta umane. Non a caso, ovviamente, Freud riaffondava le mani in quell’archivio di simboli già catalogati per ricodificare, in forma più scientifica e moderna, gli eroismi e gli egoismi della nostra psiche e, soprattutto, per tentare di ristabilirne un equilibrio “personalizzato”, individuale, da ottenere attraverso un racconto fatto con le proprie parole. Al medesimo scopo i greci usavano le parole dei poeti e dei drammaturghi: così usavano liberarsi tutti insieme catarticamente dai grumi del sé. Nella terra di Euripide il pubblico assisteva alla messa in scena dei propri istinti, non solo i più incivili ma anche quelli apparentemente più innaturali, quali quelli di una madre tragica che arrivava a uccidere i propri figli per causa di strazio d’amore. Anzi, peggio: per causa di vendetta d’amore. Forse così, osservando fuori di sé la propria anima nuda, anzi che la ferocia del proprio giudizio morale si poteva produrre una qualche affinità, una qualche compassione, un qualche commosso perdono, contemporaneo a quello che si dava a chi stava soffrendo sulla scena: un poeta aveva preso in carico il nostro inconfessabile segreto e lo stava ponendo sotto i nostri occhi. Lo strazio, il desiderio sono comuni. Le sue parole, il nostro salvacondotto. Ma l’azione la simula un altro, che occupa il posto del nostro dolore. E così io mi sento provvisoriamente salvo. Oggi abbiamo i tabù della morte, che rendono ipertrofica e dunque inefficace l’esposizione della morte. E abbiamo le (una e due) dimensioni esangui della televisione. E una rete invisibile nella quale gettare una quantità istantanea di parole così abbondante da annullarle tutte. Abbiamo l’ambizione e dunque la solitudine. Vorremmo tutti essere un io che agisce sotto gli occhi di tutti. Ed ecco l’esemplarità di Zanzotto che si accosta a Campana (stampo, secondo lui, della più nobilefollia italiana novecentesca, come ricorda Niva Lorenzini nella sua bella e onesta postfazione) con il rispetto che si deve a un portatore di segreti. Ecco ancora un uomo che racconta di un io che si sottrae dalla scena mondana e, sebbene bambino già percosso dalla nota “inappartenenza” dei poeti, ubiquo al pari di Hölderlin rispetto al mondo, cerca la solitudine boschiva per trovare nell’autosufficienza del paesaggio le voci degli immortali. Quello del quale riferisce Zanzotto è un isolamento ontologico, completamente opposto a quello identitario che abbiamo rapidamente analizzato e che Massimo Raffaeli dice tanto più acutamente: quanto all’identità, mi fa venire in mente la radice greca che la connette all’”idiozia”, cioè allo stato di minorità politica. Dalla solitudine dei poeti emana infatti una voce collettiva, politica, ovvero aperta alla dimensione pubblica, civica; ancora di più, con Jean Cocteau: una voce umana. Mi sono scoperta a riflettere più volte sulla differenza tra anima e psiche e ho finito per considerare “psiche” la superficie, la confezione sociale dell’anima, la mera somma dei comportamenti, mentre chiamerei “anima” quanto di immutabile in noi, le caratteristiche con le quali abbiamo aperto gli occhi la prima volta e che nessuno degli eventi nei quali siamo incorsi ha potuto modificare. Ovvio azzardare che la voce dei poeti parli da questo nucleo immutabile e allo stesso nucleo, custodito negli altri, si rivolga – e che esso sia un nucleo comune, una scarna serie di elementi umani collettivi. Riflettendo intorno a riflessioni simili, in questo volumetto leggero leggero Zanzotto si prende il tempo per affermare che c’è una quantità enorme di persone (specie tra quelle che ci governano) catalogabili psichiatricamente. Lo fa perché Campana lo costringe a parlare di “follia”. Zanzotto ragazzo, ci dice Zanzotto adulto, operò una incursione nello snodo cruciale poesia-follia frequentando contemporaneamente Hölderlin, Rimbaud e Campana. Rendendo conto di questa sua certa affinità col terribile, Zanzotto arriva ad affermare che Campana ha il diritto di infischiarsene delle regole e ha diritto a essere imperfetto, perché ciò che lo necessita non è una comune simmetria, non è nemmeno il regolare ardore metrico dei poeti, ma una urgenza che va lasciata esposta: spuria e viva come un pesce fuor d’acqua. Dunque in Campana stanno una libertà e una solitudine maggiori, un “io” maggiore. Campana è stato altrove e, ritornando a singhiozzi presso di noi che abbiamo eretto intorno alla nostra vita le rassicurazioni della norma, ci dice – anzi, ci scrive cos’ha visto. Le parole sono il salvacondotto di Campana, come lo sono di Rosselli e di tanti altri pionieri in contatto forse più continuo con le interferenze degli immortali. Data questa lauta e cruciale premessa Zanzotto non poteva che chiudere sostenendo che la poesia – questa non catalogata divinità, questa stella che non avrebbe dovuto esserci – oggi (siamo nell’oggi già abbastanza “odierno” del 2002, quando a Zanzotto venne consegnato il premio Campana per Sovrimpressioni) viene respinta nel margine attraverso la tecnica del “riassorbimento”, attraverso il sostenere, cioè, che tutto è poesia, senza introdurre ulteriori, necessarie divisioni. Ma la poesia alla quale si riferiscono i poeti è questa conoscenza che si ottiene attraverso le parole che sono costretti a scrivere da una cieca ossessione, confessa Zanzotto. Non è il geyser di riconoscenza senza nome che ci sgorga in petto quando vediamo la vita nel suo stato di semplicità, né è il tramonto che ci tiene a bagno nel rosso di un sole enorme. Quello è il sentimento, che sta prima delle parole e non deve tradursi per forza in parola. La poesia è suscitare quel sole e quei bambini attraverso il mezzo poverissimo delle parole, è parole che risplendono chiare come quel sole e quei bambini e danno la stessa calma certezza di finitudine che scavalca se stessa. Questo mi sembra dire Zanzotto. Di questo Campana. Di questa immersione, della doppia vista di un poeta lasciata al suo stato di ferita lampante, disconnessa e guizzante in una incontrollabile vivezza. Della attrazione verso una irrinunciabile rinuncia. Perché i (rari) poeti continuerebbero a scrivere anche se nessuno li leggesse più, come gli alberi delle mele continuerebbero a fruttare, semplicemente così, lasciando cadere i proprio frutti al suolo come immancabili offerte a nessuno. 

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