Ruotolo Anna, Tuttitudine (Ladolfi, 2011)

 in La generazione entrante, poeti nati negli Anni Ottanta
a cura di Matteo Fantuzzi
Ladolfi, 2011

 

prefazione a Anna RUOTOLO, TUTTITUDINE

La poesia di Anna Ruotolo lavora rasoterra ma è tesissima. Verso l’esterno e verso l’eterno, inteso come altezza di cieli nostrani, sopportabili per la nostra statura, dotati di condotti, travi portanti fatte dalla coerenza tra i nostri corpi e gli astri. Questi cieli sono pelli di animali tese su architetture scheletriche e trascinate al basso della lingua parlata. La realtà viene disseminata come un inciampo continuo tra parole con le quali, sebbene si rischi l’altezza, non si intende rischiare l’astrazione: Anna Ruotolo ha bisogno di verificare le somiglianze tra le cose celesti e quelle umane, è chiaro che diffida del fascinoso risucchio dei vuoti siderali e vuole maneggiare parole che trattino da pari a pari con le faccende della terra. Così, anzi che ascendere, compie l’operazione inversa, ovvero aggancia i cieli a un amo di parole, tira verso terra e sta a vedere l’effetto che fa. Cosa formano tutte quelle stelle una volta ficcate come gherigli nella capsula umana? Formano in terra le chiazze traslucenti di una lingua magnetica, parallela, zone bianche di anti-astrazione, fanno il lato infinito di ciascuno, il cielo immanente di Wallace Stevens, che, con la mimesi arcana delle sue parole, ricreava i mondi, quasi uguali agli originali ma paradossalmente più veri, più carichi dell’evidenza degli oggetti. Qui Ruotolo lo spiega, conia il gesto nuovo con il quale si instella il mondo. Immaginiamo queste stelle messe a lucciolare da terra tra le altre rocce spente come fenomeni che, anziché respingerci per la nota vertigine della verticalità, suscitano una nostra orizzontale commozione. Quelle di Anna Ruotolo sono stelle comuni, evidenze della bontà di ognuno e, proprio a causa di questa loro presenza ubiqua, segnaletiche del legame tra uomo e uomo – e  tra uomo e natura.

Ovvio che chi scrive seleziona dal vassoio del mondo le cose delle quali parlare. Cosa lampeggia irrinunciabilmente davanti alla sensibilità – o meglio, nel suo caso: ai sensi, di Anna Ruotolo? Una contemporaneità, possiamo dire, una compresenza. L’autrice decide di non essere equivoca, si sgombra fin dal titolo dall’impaccio dell’io singolare, fa immediatamente riferimento a una collettività che, quando è umana, ha chiari connotati rituali, come di una tribù ancestrale, contigua all’animale che siamo (mica troppo!) nel fondo. Le cose sono tutte contemporaneamente. Sono presenti gli animali e i disordinati – i sorrisi, i balconi, i dolori e la musica – gli alberi e le malattie di chi si estingue andando verso la trasparenza; gli ambienti sono quasi tutti smaccatamente aperti o perlomeno fessurati, tranne in Gestazione, che è la descrizione di un preludio, di quando appunto si cova la possibilità dell’esterno ma ci si tiene al caldo della tana, si guarda tutta la spaventosa parata di stelle e non si osa, forse per la obiettiva inefficacia delle proprie ali, forse anche per godere per un tratto della propria umana piccolezza, forse per misurarsi con l’attesa, perché le cose, come gli sguardi, devono saper finire e allora sì, rimandiamo ancora un poco il momento del tuffo in questa ovunque fine!

Quello della fine è un tema al quale Ruotolo dedica ben due epigrafi (una di Beckett e una di Gardini) della sua pur breve raccolta. Entrambi i testi che seguono le epigrafi sono occorrenze del pensiero: testi meditativi, filosofici, uno dei quali messo in forma di dialoghetto (un postmoderno platonico da moleskine) tra una voce che “sa” e una che chiede. La voce che domanda simula una tenera curiosità infantile, la voce che risponde spiega la notte come la pressione del grano nella bocca e, per sillogismo, potremmo dire che immagini una notte commestibile, una assenza di luce che ci aumenti, ci tenga in vita. Non si smentisce dunque, da parte di Ruotolo, l’utilizzo, diremmo quasi il consumo, dell’esperienza astratta al fine del proprio accrescimento corporale. Ogni cosa qui viene riferita al corpo, un corpo centro dell’assenza e del cielo. Dunque questo organismo vivente deve sopportare le stelle e il vuoto e deve tendere l’orecchio fino a tradurre quel vuoto nel richiamo segreto dei suoi organi, fino a coglierne tutte le shakespeariane e scientifiche analogie.

Prima delle scoperte delle scienze, umane o astronomiche che siano, i poeti hanno preannunciato tutto: anche che siamo stelle, a ben guardare, anche che, a ben guardare, potremmo splendere di quella luce dura e minerale, incaricati della lontananza come siamo fin dalla nascita, da quando usciamo dalla tana di cervo, dal nido dove siamo stati preparati alla perdita e alla fine di tutte le cose di questo mondo dove muoviamo corpi composti di materia onirica e scagliati da vivi nel futuro: qui, dove non fai in tempo a tirar fuori il fiato per nominare il presente che è già il tuo – o il mio, abbiamo visto che non è importante – passato.

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