Poeti degli Anni Zero (Ponte Sisto, 2011)

Pubblicato Mercoledì, 22 Agosto 2012 00:31
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Poeti degli Anni Zero
Ponte Sisto, 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

Maria Grazia Calandrone, che sa spaziare dalla cronaca della Thyssen all'epicedio classico (Valerio Magrelli su “la Repubblica”, 23.2.2011)                                                                                                    parlano Piero Barbetta e Antonio Boccuzzi, superstiti
 
Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007 nelle acciaierie della Thyssen Krupp di Corso Regina Margherita a Torino una briglia della spianatrice è uscita silenziosamente dal suo binario producendo attrito contro la carpenteria metallica. La scintilla che immediatamente ne è derivata ha incendiato l’olio di scarto, che normalmente trasuda dalle lamiere. Avvertiti da un collega, gli operai che montavano il turno di notte alla linea 5 di ricottura sono usciti correndo dalla sala controllo, detta pulpito principale, con l’intenzione di estinguere rapidamente il focolaio, ma hanno trovato gli estintori quasi scarichi.
Intanto i tubi portanti dell’olio ad altissima pressione, non reggendo al protrarsi del calore, sono esplosi, producendo le imponenti onde di fuoco che hanno portato a morte 7 dei 9 operai presenti.
 
Le onde di fuoco derivarono
dalla istantanea combustione dell’olio
nebulizzato: l’aria stessa
era fuoco
e cadevano attrezzature in fiamme dai carri-ponte
corpi cadevano come mandorle amare,
corpi-spugne
di acido cianidrico
che veniva assorbito dalla pelle: ognuno dei miei compagni
indossava un sudario di sangue arso, metri
 
quadri di carne vistosa, crepacci di carbone
nella muscolatura del torace
e il camice di tutta la lontananza
li velava: i miei compagni, una volta
incapsulati
nel baccello di fuoco – nel cavernoso
raschio del fuoco – diventavano cose
arse
e identiche, sovraumani
costumi di legno morto.
I miei compagni erano rivestiti dalla siccità del male. Ognuno
urlava dal suo astuccio di veleni.
Mentre spegnevo quello che restava
di lui, lui mi gridava Piero come sono in faccia.
Io lo riconoscevo dalla voce
 
poi ho alzato la coperta
che gli avevano messo sulla testa
e non era rimasto più niente
di lui se non carne indifesa
se non voce, la sovraumana
carità del legno.
 
 
Roma, 23 dicembre 2010