Casetta Simone, Fanno finta di non esserci (Officine Farneto, 20.3.12)

presentazione di Fanno finta di non esserci (5 Continents Editions, 2011), volume fotografico di Simone Casetta presso Officine Farneto (Roma, 20.3.12) - con MGC, Concita De Gregorio, Gaetano Lettieri, Enrico Pozzi, Vittorio Sgarbi

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"Fanno finta di non esserci" - interviste proiettate in Festival Internazionale di Ferrara 2012

Pupi Avati, Marco Belpoliti, Maria Grazia Calandrone, Iaia Caputo, Lella Costa, Elio De Capitani, Concita De Gregorio, Arrigo Ghi, Franco Loi, Maria Pace Ottieri, Enrico Pozzi e Gino Strada parlano della vita e della morte commentando l'opera di Simone Casetta "Fanno finta di non esserci", libro fotografico con un testo di John Berger.

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Questi che non abbiamo lasciato andare
Cosa ne è di questi insepolti che pure non vivono? Chi darà loro voce?

Il fotografo Simone Casetta apre questo libro ingombrante sostenendosi come a un corrimano all’affermazione del poeta Raffaello Baldini che la finta assenza dei morti sia una emanazione di bontà. Questo libro ci vuole dimostrare la dolce e diafana prossimità dei morti, la loro assai discreta vicinanza.

In questo senso le fotografie di Casetta hanno una relazione laterale con Morgue di Gottfried Benn, il poeta anatomopatologo. Benn faceva poesia (evidenza eterna) “in diretta” sui cadaveri che dissezionava, Casetta fa fotografie (evidenza eterna) di corpi trattenuti e conservati da altri, di queste forme lasciate non-vive ma nemmeno davvero morte perché insepolte, spesso ancora avvolte nella custodia-scodella del corpo materno.

Questi sono gli esposti: nel Museo anatomico “Eugenio Morelli” dell’ospedale Forlanini di Roma, realizzato dal patologo tedesco Rudolf Grützner. E questo è un uomo che ne evidenzia i dettagli. La casualità apparente dell’incontro tra il fotografo e quelle che il fotografo definisce immediatamente “persone” ci tranquillizza: Casetta non è venuto a profanare, è stato chiamato. Al suo ingresso la popolazione conservata nei vasi di vetro diventa un coro. E i sali della pellicola raccolgono la vibrazione del canto di quella carne.

La gente reagisce come può alla evidenza della propria mortalità, al suo bianco mistero irreparabile. Così, Casetta afferma di avere immediatamente instaurato una relazione affettiva con gli esposti, di averli accolti subito come figli. Sente venire dalle loro bocche semiaperte e sommerse qualcosa come la parola di Celan sulla Shoah in Salmo: la parola di porpora / che noi cantammo al di sopra, / ben al di sopra / della spina. Immaginiamole dunque queste parole purpuree che smentiscono la morte di quelli che le pronunciano, immaginiamo i duri filamenti che da queste bianche bocche sommerse ci raggiungono come tentacoli di compassione, forse ci chiedono di non lasciarli.

Talvolta sono forme come la camicia prenatale di un mai-nato, una maschera umana, l’opacità del bulbo e della pupilla. Una immobilità cerea e apparente che ci somiglia come una parente futura. Tutto il suo occhio satinato dall’acqua, reso opaco e traslucente come quello dei pesci al mercato. Talvolta, se la foto viene scattata dall’angolo del vaso, i corpi in immersione appaiono due. Il vetro deforma, cristallizza e sdoppia ciò che la morte ha già cambiato, irrigidito, sfilacciato, cotto, sfibrato. Il vetro tiene in sospensione le creature terrestri tornate indietro di ere: allo stato di pesci. Questi ci hanno preceduto di millenni.

L’acqua non è un elemento naturale dell’Homo Contemporaneus, ma costituisce ancora una vasta percentuale della sua composizione e della sua memoria. Qui si capisce che adesso i nostri denti sono forti, radicati – e che non siamo questi scudi di carne diafanizzata sugli scaffali, carne bollita e aggrinzita da decenni – millenni – di immersione. Carne sbiancata e senza sangue. Ecco il fascino che esercitano su di noi questi corpi invasati. Che fascino preistorico.

Ma anche i morti, è così che li immaginiamo: così muti ed esangui, così approssimativi nel conservare una forma umana, espansi in un elemento alieno (aria-acqua) che dà ai loro volti una mitezza quasi passiva, una generica benevolenza. Pensiamo al duro filamento luziano, alla donna che all’alba torna di là dalla frontiera d’ombra nell’aria delle sue stanze e il pensiero vale al poeta Mario Luzi una esortazione a recidere il troppo umano dell’amore. I poeti ci esortano spesso a lasciar andare i morti. Ma questi corpi non sono stati lasciati andare. Questi piccoli corpi rimasti muti, questi frammenti umani sembrano cercare la ricomposizione del nostro sguardo. Cercano di essere salvati dalla propria (letterale) mortificazione, chiedono che qualcuno li rifaccia vivi. Antonella Anedda scrive Forse chi è scomparso è solo assorto e basterebbe una parola non difficile, ma ancora sconosciuta, per farlo voltare verso di noi. Simone Casetta lascia parlare la voce stessa di questi piccoli morti, la vibrazione del loro stesso volume resistente, residuo, ancora non fuso con l’elemento extraumano – o sovraumano (l’aria, il tempo).

I morti sono una estesa somma di memoria del bagno temporale, sono opere piene di silenzio. A differenza di noi. Questi sono in un limbo, sono frammenti di tempo in una deriva acquatica anzi che siderale. Ma tutti siamo caduti nel tempo una volta. Adesso i morti sono i senza tempo. Staccatemi dal tempo voi che siete già morti perché non c’è più spazio, scrive ancora Anedda. Noi vivi siamo accerchiati da un numero di morti che ci esorbiterebbe. Essi hanno fatto spazio per le nostre vite, come le torri gemelle cadendo hanno fatto luce su una piantina destinata a morire nello splendido corto di Sean Penn sull’11 settembre. Quelle torri, quell’arto-fantasma dell’Occidente. Questi morti, questi arti-fantasma del nostro stesso corpo, generato da morti, da or-mai morti.

Ma anche: questi morti bianchissimi e incruenti godono di un fascino metallico. Non li ho visti dal vivo (sono vivi, lo abbiamo stabilito a prima vista) dunque non so se siano stati i procedimenti chimici – alchemici! – del fotografo a togliere il sangue ai loro volti perché sui loro volti confluisse il biancore dei santi, quelli che rimangono poveri e fissi in Dio con le bocche socchiuse delle estasi anche quando li vestono gli ori barocchi e i magnificenti drappi marmorei del Bernini. Ecco. Non ho potuto non pensare alla Teresa d’Avila del Bernini vedendo il primissimo piano 8638. Il volto di una santa come ne fosse dispiegata la struttura dell’estasi mortale, rivelata la grana delle guance, dimostrato quanto profondamente colpisca il dardo dell’angelo, come la luce di Dio entri sotto la pelle, nella grigia mancanza di resistenza dei nostri organi. Nelle cervella. Non ho potuto non pensare a Martyrs di Pascal Laugier, dove la protagonista accetta di subire lo scorticamento integrale per la gioia di venire investita da una conoscenza che immaginiamo simile alla luce di un dio. Quando il dolore supera la soglia del dolore non si può che conoscere, si ha solo il bene, non si ha male più.

Mi permetto di aggiungere il fare poesia all’elenco delle probabilità di vicinanza dei vivi con i morti, della temporanea trasmigrazione dei vivi in un regno atemporale della quale scrive John Berger nella tesi numero 10. Forse anche il fare poesia è un modo di essere per un poco limitrofi allo sguardo, alla lingua e alla immaginazione sospesa dei morti, proprio per lo sguardo possibilmente collettivo e possibilmente fuori dal tempo che un poeta tende a protendere da se stesso – o per lo meno dalle proprie parole – per arrivare a riflessioni come quella finale di Berger, che tengo a trascrivere per intero: Finché il capitalismo non ha reso disumana la società, tutti i vivi attendevano l’esperienza dei morti. Era il loro futuro ultimo. Da soli i vivi erano incompleti. Perciò vivi e morti erano interdipendenti. Sempre. Solo l’egotismo tipico della modernità ha spezzato questa interdipendenza. Con risultati disastrosi per i vivi, che ora pensano ai morti come agli eliminati.

La deriva contemporanea degli spellati seicenteschi di Gaetano Giulio Zumbo e delle misteriose macchine anatomiche di Raimondo Di Sangro (l’alchimista “che otteneva il sangue dal nulla”), la deriva della ceroplastica anatomica di Grützner è infatti la rimozione della morte che chiediamo a Von Hagens. Siamo spesso incapaci di morire. Ho sempre amato frequentare l’esposizione della nostra mortalità, assumere lo sguardo ironico sulla nostra ben fragile anatomia che si ottiene visitando siti come le cripte dei Cappuccini, dove si legge la commovente fatuità del corpo, la scomposizione e anche l’eleganza incosciente della bellezza umana quando non è più consapevole di sé. Ma i morti rossi di Von Hagens fanno finta di esserci, invece, al contrario dei morti di Baldini e di quelli di tutti i poeti: ci simulano, ci imitano, tentano una dolente eternità, rimettono in scena le pose del corpo dopo la fine del corpo. Come se il corpo fosse tutta la vita che ci è stata assegnata.

Il libro di Casetta ci dimostra che no, che i morti bianchi fanno solo finta di essere andati via, sono in estasi ancora. E forse adesso siamo noi la fonte di quell’estasi, siamo noi i loro piccoli dèi provvisori, perché la nostra memoria è la forma più onesta della loro reale, profonda, effimera eternità.

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