Maria Borio, 9.12

MARIA BORIO, Poesie
a cura di Maria Grazia Calandrone
su Poesia n.274 - settembre 2012

Quello di Maria Borio ci appare un caso di rabdomanzia verbale. Borio cerca Borio – e la sua propria trasfigurazione antilirica quale emblema della creatura umana – adoperando il medium delle parole. Il mondo intorno è come evaporato e all’orlo di una definizione. Perduta la struttura (e la sua relativa enunciazione) convenzionale, siamo nel pieno guado della ricerca – e passa quasi allegra una nostalgia d’infanzia. Questa dunque non è poesia della materia: i dettagli sono scarsi e slegati e l’effetto è che corpi e paesaggi risultano smembrati e dispersi in profondità siderali. Possiamo osare dire che, sebbene non ne rispettino affatto la cadenza formale e sebbene non sia di certo questa l’intenzione dell’autrice, respiriamo nella piccola silloge un’atmosfera haiku. Ci sono continuamente cose in volo, qui: api, nuvole, fumo, polvere, foglie – o strumenti dai quali inizia il volo: gesti, fionde, sopra tutto parole. Di tanto volo – che non è da intendersi come elevazione ma come sparpagliamento e irrefrenato sperpero –, di tanto essere aerei rimane qualche detrito, che coagula e addensa duramente: pietra del tempo che non torna (fossili) o frantume dell’insondabile profondità dello spazio (meteoriti), qualcosa che a sua volta viene osteso ma che è infine felice, precisamente perché noi siamo assenti dalla sua superficie. Ora la perdita è definitiva, la nostra assenza è incisa nella roccia: la materia opaca dei fossili, archeologici o spaziali che siano, non può nemmeno specchiarci, riflette forse a stento la nostra ombra, non porta definitivamente alcun peso umano, né traccia di noi. L’uomo è scomparso da troppo tempo dalla sua circostanza – o non c’è stato mai. Anche nella poesia di Maria Borio assistiamo a passaggi di figure, le dobbiamo seguire con lo sguardo prima che dileguino. I corpi percorrono da parte a parte la pagina con una qualità indiretta, fantasmatica. Apparizioni, apparenze. Ricordano a volte l’esiguità distorta dell’ossessione più volte eseguita da L’urlo di Munch. Qui, sotto forma esangue di parole, le sembianze filano verso la propria scomparsa, verso quell’essere oggetti a volte felici. A differenza dell’uomo, l’oggetto si corrompe ma non muore. Dissanguando l’umana figura probabilmente Borio vuole affrancarla dal suo essere mortale e affrancare se stessa, a specchio, dalla paura primaria dei mortali. Ma non basta. Quella di Maria Borio è, con ogni  evidenza, anche una scelta stilistica di longitudinalità e delicatezza. Le sue poesie sono esili corpi eretti in mezzo alla pagina, a immagine e somiglianza della loro creatrice. Quasi che il sangue trasfuso sia subitaneamente fatto verbo, quasi che niente altro di così egocentrico e delicato possa emanare dai corpi: l’oggetto più evidente (per colore) che consegue al gesto più deciso – prendi – in questa breve silloge è una mela. Sappiamo però che essa è anche il simbolo, persino anagrammatico, del “male”. Per l’Occidente la mela è fra tutti il frutto meno reale: nessuno può scrivere mela senza pensare e far pensare al paradiso perduto e alla colpa della morte che da millenni ricade sul capo della stirpe di Eva. Questa mela, questo rotondo oggetto di nostalgia, posata con le mani sulla gamba di un (una? i sessi qui non sono ovviamente mai definiti, fino a questo bellissimo eccesso: tu sei padre, madre, padre / di madre, madre di madre, / cosa che mi ha fatto) – queste mani poggiate sulla gamba di un protagonista invisibile (se ne osservano solo le gambe, una di quelle rare concessioni di Borio alla consistenza corporale dei suoi soggetti) sono l’abbrivio di una interruzione e di una mancanza ulteriore. Dunque tra voli e nascondimenti non ci è concessa che la felicità dei resti e forse quella di godere noi stessi – con lo sguardo, che sembra sopravvivere per soppesare il nostro sfibramento e la maceria – del residuo di noi, oltremarini e ultravegetali come nell’ultima Anedda: qui diventati oggetti minerali, il massimo della densità, a contrappasso di tanta ariosità, se, quando l’aria si concentra e agglutina, ha il peso specifico e il magnetismo inerziale di un astro. Saremo allora distaccati, invincibili e bianchi come il sasso lunare sulle tempestose, sulle intempestive acque mondane. Allora, sì, faremo muovere il mondo con la presenza (– assenza!), faremo ordine con il pensiero.

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