Guida Alfonso, Irpinia (il manifesto, 14.12.12)

Alfonso Guida, Irpinia, Poiesis 2012

Il terremoto è un movimento visionario della terra. Durante un evento sismico la terra assume il comportamento analogico della lingua dei poeti: scuote le cose alle fondamenta, le associa arbitrariamente e lascia che conflagrino oggetti e persone normalmente distanti. Dunque si può raccontare il terremoto solo da visionari. Infatti Alfonso Guida lo racconta lasciando la propria lingua oscillare come oscilla la terra: qui l’afferra a un appiglio scientifico sul baratro che si è aperto nella realtà descrivendo con minuzia lo slegamento profondo del fenomeno tellurico – e qui scatena una sbalordita e ancora più selvaggia visionarietà, ribalta per mimesi il mondo già ricchissimo delle proprie parole. La sovrabbondanza della lingua vorrebbe forse sollecitare un tremore diverso da quello del suolo sotto i piedi e insieme rievocarlo, ripeterlo e ripeterlo per tentare di esaurirlo.

Leggere Alfonso Guida è ogni volta una gioia e una lezione. Egli dissipa il suo patrimonio verbale con una tale generosità, ci scaglia senza preamboli sulle montagne russe dei suoi saliscendi emotivi, tra la cupezza visionaria della parola che egli stesso è forzato a seguire come invasato e una pietà essenziale, elementare, di bestia chiarissima. Egli a suo modo sana una frattura della terra e del mare: Il mare / non so come abbia ricevuto le ferite. Forse la macchina del mare è rimasta illesa, ma la poesia di Guida ci capofigge nel suo mondo, non ci lascia in pace, ci terremota a sua volta, apre la faglia di un terremoto nella lingua. La sua Irpinia ricorda l’esplosivo finale di Zabriskie Point, lo scoppio che non cessa di detonare e di ardere – il lampadario arse in una  / sola vampata. Non so come, uscì molto / fuoco dal frigorifero, talmente / tanto da toccare gli oggetti più alti – nella straziante moviola e dove gli oggetti più comuni deflagrano e vengono assunti in una quinta dimensione astratta, dove se ne intende il rovescio ontologico, ectoplasmico, siderale, l’esangue “fuori contesto” del domestico. Quella di Antonioni è una catastrofe sociale e anche ironica, liberatoria e non apocalittica come in Melancholia di Von Trier. Sebbene anch’egli parli di un apparente finimondo, l’Irpinia di Guida è vicina all’immaginazione di Antonioni. Anzi, di un Antonioni preindustriale, arcaico, perché gli scenari che Guida dispone sulla pagina sono quelli della sua irrinunciabile terra lucana. La materia lucana è un crudo errabondaggio / di contadini e giumente. Pure, c’è un’obliquità insana nelle cose / che tocchiamo. Come se d’un tratto fossero / giunti a incrudelirsi. Così il poeta sembra a volte cercare insieme ai suoi lettori la parola che renda una dolce giustizia alla cosa (più avanti: un clamore di cose nominate, innominabili): vitrei, vetrosi – oppure il biancore, la bianchezza – ma il suo non è disorientamento, è, deangelisianamente, non aver pudore di rafforzare gli effetti con la ripetizione, perché le regola di questa poesia sono autogenerate e autoindotte, qui sussiste un chiaro mondo con i suoi statuti incrollabili. Primo fra tutti, la libertà di una poesia ininterrotta come un’emorragia che non dissangua, anzi rifocilla chi la emette, come si comprende da questa ironica narrazione in “io”: Non so perché mi era venuto questo / ghiribizzo dell’annotazione. Mi / scuoteva la mania dell’eloquio. Guida si scherza, ma è ben consapevole dei propri immensi antecedenti poetici, se proprio nel risvolto di copertina cita Celan e Rosselli, dei quali si commischiano le tracce in questi testi francamente bellissimi, vivi come sono vive le parole ancora grondanti dell’amnio celeste che sta solo nella mente dei poeti – pochi – che attingono all’antico splendore dell’alfabeto originario e hanno la voce corporale di una stella che s’inginocchia anche lassù, nel gelo imperscrutabile del cuore di Dio, se, dopo un’infilata di parole inventate, esattissime nel loro non significare altro che se stesse, ci spara all’improvviso nello stomaco un verso come mi distendo pensando a come posso / cercare di amarti.

Più avanti è scritto: Ruota la testa. Vortica. Ma trema come tremano i neuroni a specchio davanti al terremoto: per imparare a rimanere in piedi, anche feriti. Per farci toccare dal sole. Queste le ultime parole di Guida. Per quanto frontali si voglia stare difronte all’aperta ferita, per quanto si azioni a fondo il dispositivo, la dotazione intera della nostra compassione per mettere voce – la nostra, la loro, ormai fuse – nella bocca dei morti, non c’è niente da fare: l’anima, come il corpo, è vinta dall’impulso biologico della cicatrizzazione. Dunque non viene rimossa la piaga, ma si sa dai tempi di Orfeo che, nelle parole dei poeti, i morti non si risolvono a morire, chiedono la parola (finché, come nelle ultime Anedda e Frabotta, si congedano finalmente senza strascico, dichiarano che anzi la nostra nostalgia è un fardello umano del quale non sentono più la gioia) – e Guida a volte parla come dopo la morte, con una voce orfica e gutturale che risuona dal cavo della terra, nello sforzo di risanare scrivendo, posare un pietoso sudario di parole sopra i morti e lasciare che una volta ancora essi parlino, prendano da noi un congedo meno brusco e violento, meno carico di tutto il rimorso delle cose interrotte. Ricucire, riamalgamare, riplasmare la faglia della terra con le parole, per ritornare quelli che eravamo prima di essere orfani, prima del primo dolore.

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