lEstroVerso anno VI n. 5 (12.12)

Allo specchio di un quesito
intervista di Grazia Calanna

“Ogni tanto mi accorgo che la penna ha preso a corre-re sul foglio come da sola, e io a correrle dietro. È verso la verità che corriamo, la penna e io, la verità che aspetto sempre che mi venga incontro, dal fondo d’una pagina bianca, e che potrò raggiungere soltanto quando a colpi di penna sarò riuscita a seppellire tutte le accidie, le insoddisfazioni, l’astio che sono qui chiusa a scontare”. Parole di Italo Calvino per chiederti: qual è la tua più intima definizione di scrittura?

Pur essendo nato nel mio stesso giorno Calvino non è nato nello stesso anno, dunque il suo mondo era lievemente meno crudele del nostro e, di conseguenza, la sua anima meno allenata alla disillusione. Quella che lui definisce verità io la direi dunque utopia, direi che scrivendo ci è dato il bene di vivere nel mondo come lo vorremmo e, dando per vera una elevata caratura etica della persona umana dei poeti (opzione comunque discutibile), diciamo che essi inseguono sulla pagina l’insorgere del mondo come dovrebbe essere per tutti, ovvero il mondo dell’antimercato, ovvero il circolo della compassione.

La poesia è una dimostrazione acuta della capacità di resistenza dell’utopia nella creatura umana. O per lo meno nella creazione umana.

Le parole di Calvino sono però, come sempre, esattissime: la scrittura è infatti anche una forma di rabdomanzia. Quasi mai sappiamo a cosa andremo incontro quando affrontiamo il vuoto della pagina, sia essa composta di cellulosa o di pixel.

Chi ha esercitato la malattia della scrittura non ottiene il medesimo risultato adoperando il mezzo della parola orale, con la quale chi scrive si sente spesso a disagio, perché l’oralità è necessariamente più affollata e piegata alle leggi della “comunicazione” e al poeta mancano il vuoto necessario alla dimenticanza di sé, il necessario silenzio e la necessaria libertà – elementi capitali perché avvenga l’alchimia che produce questa specie di volo invisibile, di volo da fermi.

Così veniamo alla seconda parte della frase di Calvino: la sepoltura del sé – anzi, del sé mondano, delle preoccupazioni e delle miserie che sono nere costellazioni nella vita di tutti. La scrittura è una pratica di astrazione dal sé contingente, uno scavalcamento di quest’io tanto goffo e ingombrante verso il sentimento dell’utopia umana, collettiva.

Solo, in silenzio, ogni poeta è – dovrebbe essere – una moltitudine.

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