Giorgio Somalvico, 2.13

GIORGIO SOMALVICO, Campionario di versi di un ventriloquo
a cura di Maria Grazia Calandrone
Poesia n. 279 - febbraio 2013

Scrivere di Giorgio Somalvico è facile e addirittura divertente. Cantabilissimi i suoi endecasillabi e settenari; intelligenti, estrosi, cattivi e originali gli argomenti di questa sua scrittura profluviante e magmatica, incandescente e leggera, malinconica a tratti e piena di umana carità e di una attitudine allo scherno e allo sberleffo, che portano sottotraccia un carattere estetico e politico di benvenuta resistenza. La filastrocca contemporanea trascolora sempre, come ogni cosa umana, nella cosa di poi – che cancella senza misericordia la cosa di prima. Qui è mantenuta la forma della tradizione, il residuo ninfale della cicala lirica: così pieno, in quest’autunno sociale, di suoni intrappolati nella povera carne ormai mucchio di cenere e melancholia. Ma non si piange affatto sulla forma vuotata: questa spoglia è altrimenti abusata dalla temperatura ironica di chi la scava e mette le sue mani intorno alla bocca, per fare bello il vuoto del sarcofago con l’eco di una risata umana: quasi mai spicca il suono di un nome dal rimbombo umidiccio, i muri del sepolcro vengono riattati ogni volta dalla calce viva di una nuova questione di realtà.

Ecco dunque che il lirismo formale di Somalvico è abitato da contenuti eversivi: si tratta di una presa di distanza, di una conca di disordine che riproduce il disordine di un reale abitabile a stento. Abitiamo ridendo un involucro umano paleolitico, abitiamo la forma sapiente che ci resta da abitare con lo sguardo leggero dei viaggiatori, che tutto assimilano e tutto abbandonano. Rilasciamo esperienza, sedimenti amorosi del nostro passaggio, graffi in forma di canto sulle pareti. Questo ovunque che è il mondo è tutto casa e questa bella lezione – quasi la trasmissione di un testimone – ha raggiunto un ilare e antipatico ragazzo (dell’antipatia puntigliosa e ostinata dei poeti) di Milano dalla Toscana irriverente del futuristantifuturista Palazzeschi, che scriveva: bisogna abituarsi a ridere di tutto quello di cui abitualmente si piange, sviluppando la nostra profondità. È infatti precisamente e opportunamente così: quando il dolore tocca la sua vetta, o precipita l’uomo o è il costume del suo dolore a capovolgersi e precipitare in riso. Egli è stato talmente fuori di sé per il dolore, si è mancato talmente, che lo spettacolo di sé in terza persona, dopo averlo commosso fino al pianto (un poco indecorosamente, bisogna ammetterlo), spreme fuori da quegli stessi occhi le belle lacrime che ciascuno ha versato per il gran ridere. Ed ecco la conquista: il collettivo, perché spesso si piange soli, ma quasi sempre è insieme che si ride.

Certo, è una fortunata inclinazione naturale, ma – come leggiamo chiaro in Questa precisa scheggia di presente, del 1994 – Somalvico sarebbe stato altrettanto incline alla serena tristezza della filosofia (declinata sempre nel rigoroso battito del cuore ritmico italiano, così leggiadramente endecasillabico): se prestiamo fede alle datazione delle poesie qui presentate – e alle date delle riscritture e revisioni di un’opera altrove vastissima – crediamo verosimile che Somalvico abbia compiuto, come affermavamo, una precisa scelta estetica, politica e – aggiungiamo qui – esistenziale. Eccoci infatti al colpo di grazia (in senso buono e affatto personale): è buon costume ridere di sé prima di tutti.

L’io del poeta, già flebile e residuale al principio, col passare del tempo diventa un collettivo oggetto di gioco: qui si scherza in diretta sulla propria poesia e si scherza sulla propria paura: di affogare quando si era bambini, scaraventati tra le onde da un padre piratesco – di morire, più avanti, quando si assume la devastante informazione che la morte non è un’umida, ondosa e infausta eventualità, bensì un destino. Ancora una volta: collettivo.

Contro questo destino nulla possiamo se non attraversare il mare con il timone dell’intelligenza e sollevarci sopra queste onde come degli effimeri, sghignazzanti ventriloqui turcomanni – o musicali ossi montaliani / se abbiamo, come Giorgio Somalvico / la buona sorte di saper cantare.

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