THOMAS, Dylan (Poesia n. 278, 1.13)

DYLAN THOMAS

D. T. nacque nel 1914 e a un certo punto disgraziatamente morì. Fu sorprendente la vastità della sua voce, pure nel breve arco temporale coperto dalla sua vi… vi… vi ho fatto uno scherzo! Come si può riuscire a parlare seriamente di sé in terza persona? Incontenibile, ecco. Mozartiano. Non contemplato prima. Furono incontenibili e affollate la mia poesia e la mia persona. Cominciai a scrivere da bambino – testi dai quali la tradizione letteraria inglese cadeva giù a gambe all’aria e fuggiva sistemandosi in fretta le gonne – e scrissi fino alla morte, cimentandomi anche con la radio, il cinema, il teatro, la commissione (n.d.r.: che osò rimanere inevasa per vile causa di morte) di un’opera lirica da parte di Stravinskij, che per me scrisse In memoriam D.T. e cimentandomi anche in una imponente performazione alcoolica, che coinvolse mia moglie e i miei tre figli. Così, rovinammo amandoci con una commovente stupidità sulla Boat House, abitazione alquanto umida e grande e bianca, ma che ispirò Sotto il bosco di latte, l’appassionata cronaca onirica dei pescatori del relativo borgo gallese, che mi valse il premio Italia e della quale fui anche estemporaneo interprete radiofonico. Oh, era così facile da leggere, era tutta musica! Anche il morbido, il roccioso Richard Burton, leggendola, canterà quasi. Certo è che così conducendomi, come un autentico maudit britannico, me ne andai a nemmeno quarant’anni, addirittura a New York, nel 1953. Si disse “per un attacco di delirium tremens” – e questa morte quanto mai movimentata stava a pennello sopra la mia vita, ma poi si ciarlò del ritrovamento di alcuni documenti meno suggestivi, dai quali sarebbe emerso che a uccidermi fosse stata una vile puntura di morfina che il medico mi aveva fattoperché mi ero scolato una bottiglia di whisky e bisognava in qualche modo chetarmi. Voglio lasciarvi in dubbio. Uno: perché la morte non è importante come tutta la vita, ma soprattutto: perché il modo di morire illumina all’indietro la vita di chi la muore e per me l’oscurità è una vera questione di stile! Oscurità che parla luminosamente. Questa è la mia poesia. Ah, io volli sempre superare la multiforme natura! Io ero incaricato, mi sentivo ingaggiato. Volevo proliferare impareggiabilmente di frutti zuccherini, come un albero, e insieme ardere inafferrabile, lasciare in chi attraversa i flutti dei miei versi la certezza di avere superato una tempesta solare formata dall’energia propulsiva delle sole parole. Io volevo con esse registrare in diretta gli avvenimenti sincronici della natura. Assistevo con gli occhi sgranati alla ricchezza del mondo. E aderivo alla vita con le parole. Echi, clamori, chiami di scimmie, gridi di pavoni e di are dal folto del bosco: la mia poesia risuona per effetti, spuntano dalle pagine le mani verdi e senz’anima dei bambini, appendici generose e severe e sgargianti di meli e cespugli, gli stessi movimenti: tentazione, carezza di Eros, nostalgia e rivolta. Rifacevo la lotta mai finita della natura contro il tempo che sempre la finisce e le immagini se le davano di santa ragione entro limiti forti come colonne. Altri con uno solo dei miei versi avrebbero composto tre sonetti! Io invece vi presento pagine-alveari: chiuse nel loro reticolo rettangolare, le api-parole sono pungiglioni e dolcezze di miele. Non c’è sforzo, il mondo mi si manifestava spontaneamente in selve di metafore, era tutto chiarissimo, è la gioia febbrile dell’abbondanza, è l’innocenza di una morte che viene senza colpa e senza malignità, con la stessa fecondità verbale della vita, perché la morte è tutte le metafore e io non feci in tempo a semplificarmi. L’avrei fatto, credetemi: lo si vede, alla fine – ma sono scivolato nella Grande Metafora della morte mentre ero ancora pieno della felicità pura delle parole come un bambino che le abbia appena scoperte e le dica, le dica…

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