ALEIXANDRE, Vicente (Poesia n. 278, 1.13)

VICENTE ALEIXANDRE

La mia vita ha coperto quasi tutto il ventesimo secolo. Eppure, non ne è stata quasi toccata. Sono nato a Siviglia due anni prima che il mondo entrasse nel Novecento – nella malinconica catalogazione freudiana e nelle guerre involute in atroci stermini – e ho trascorso l’infanzia in una Málaga che resterà nella mia versificazione come un paradiso: nemmeno perduto, perché grazie alle parole ci sarei ritornato fino alla fine. Quando scrivevo tutta la mia anima diventava carne e spiaggia di una terra abitabile, soglia che io potevo calpestare. Più la nefrite mi teneva in bilico tra i sobborghi di Madrid e la segregazione a Miraflores, più mi premeva il rischio della morte, più cresceva la mia espansione amorosa verso la vita, quella fisica mia e quella che si stava edificando altrove. Alla guerra civile del mio paese partecipai scrivendo – con Machado, Prados, Alberti e tanti altri giusti – sulla rivista rivoluzionaria “Hora de España”, che condannò anche Gide e il suo congedo ideale dall’Unione Sovietica di Stalin. Ma, surrealista o romantico che fossi, che importa?, sentivo che la mia parola era chiamata a ruotare in una libertà sovraumana. Credo che tutto il male e il coprifuoco costante che dovetti personalmente portare mi allargasse lo sguardo, tanto che le motivazioni del Nobel (n.d.r.: conferitogli nel 1977) ebbero a che vedere con il cosmo e con la trasformazione della poesia spagnola nel dopoguerra. Per mano mia, che vivevo in quel particolare isolamento!; e che rappresentai isolati tutti i personaggi del mio ultimo libro, quella sorta di cupo testamento spirituale che chiamai Dialoghi della conoscenza e che in realtà furono dialoghi interni della separazione, monologhi ultimativi tra coscienza e disperanza. Ma non ero arenato in quelle secche in La distruzione o l’amore: in quel volume gonfio a traboccare di invenzione e risolutezza, in quel risultato del mio volontaristico progettare e gettare ponti di parole tra il mio nulla e l’altro nulla del mondo, io mi lasciai pigliare e trasportare da un sangue gigantesco, che prendeva a fiottare dalle prime righe fino all’ultimo verso, con il gabbiano di sangue messo a raffigurare la morte e tutti i suoi esclamativi. Il mio sangue privato io l’ho purificato e fatto nuovo con le parole: la poesia è stata il filtro esterno del mio sangue, la membrana di una emodialisi e insieme encomio alla vita che lì, poco lontano da me, preparava dittatura e rivolta, la nostra Nascita ultima, per citarmi. Lasciavo nel tessuto delle pagine l’acido urico di questo male, la scoria vitrea della solitudine. Ma se ho scritto fino all’ultimo giorno è stato perché non sono mai stato veramente solo: ero legato alle cerbiatte cosmiche e a un mare naturale che tutto trascinava nelle segrete, nel desiderio di essere bruciati, scaraventati a petto nudo nell’altra grande e splendente nudità, in quell’amoremorte, in questa vitamorte, che mi oltrepassa.

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