HAFEZ (Poesia n. 278, 1.13)

HĀFEZ (Shams al-Dīn Moammad Shirāzi)

Io vengo da lontano. Io vengo dalla Persia e dal Medio Evo. Io sono molta della lontananza possibile in poesia. Soprattutto dall’io. Vengo prima della psicoanalisi e dopo il Corano. Comincia dal Corano anche il mio nome di poeta, che vuol dire “Colui che conosce a memoria”. Il Corano, s’intende. Io vengo dalla mistica della rosa d’Oriente, vengo dai simboli e non dalle metafore, vengo dalla terra. E la terra di Shiraz – in verità un postero mausoleo novecentesco – ripara ciò che resta del mio corpo. La poca memoria della vita condotta dal mio corpo terrestre. Eppure il mio Divan (n.d.r.: Canzoniere) è un caso sacro, che si apre improvviso, ancora oggi, nelle divinazioni. Sono nato a Shiraz, nella regione del Fars, e me ne sono mosso raramente, anche perché ebbi una tempestosa paura del mare. Sono stato poeta di corte – anzi, delle corti che si sono succedute nel Fars durante la mia lunga e bella vita: gli Inju, vassalli dei mongoli Ilkhanidi e i Mozaffaridi, con il bigotto Amir e il di lui figlio, illuminato e poeta, Shāh Shojā’, che verranno sconfitti dai Timuridi di Tamerlano, che la durata della mia vita non arrivò a cantare. Vi faccio questi nomi perché i nomi vanno fatti e perché sono belli, non perché li ricordiate. Questi nomi hanno fatto la mia vita e la mia poesia: ho dedicato ai prìncipi miei mecenati molti ghazal, che registravano involontariamente quanto il paese vivesse attraverso di loro; e malmenavo con sferzanti invettive i sufi che deviavano il corso del divino con le sovrastrutture, l’intralcio, la zeppa delle zampe dei tavoli del mercato spirituale. Avete presente con che ira Gesù nel Tempio rovesciasse i banchetti dei mercanti? Tutto quello che arresta con impacci il fiume d’amore divino va gettato di lato. Rinunciato. Io parlavo d’amore. Soprattutto. Anzi, di amori che vanno all’Amore. Uomini e donne, prìncipi e monellacci, predoni, coppieri. Costruivo parola per parola la versione orientale dello Stil Novo e de l’amor cortese dei provenzali: l’amore-tramite di conoscenza, l’amore-tramite per Dio. I miei ragazzi e ragazzacci sordi all’amore che il poeta profonde sono la Beatrice. Come in Dante l’amore non consumato consuma chi lo prova – solo un poeta può provarne talmente! – fino a farlo bruciare nella visione di Dio. Così io, come Dante, costruivo la somma umana di tutti. La versione spirituale di tutti. La meta. La fiamma ultima dell’autobiografia. Ovvero un sé umano contemplato dalla insopportabile compassione dell’occhio di Dio. Solo un poeta, nemmeno un poeta, può guardare nel cerchio divino. Ciò che nessuna lingua arriva a dire, anch’io lo balbettai, per tutta la vita. Fui assai famoso in vita. Venni diffuso. E, cinque secoli dopo, alla mia opera si ispirò Goethe per il suo Divano occidentale-orientale. Io suggerivo da così lontano al genio dell’Occidente, che lavorava alla immensa struttura governativa del Faust, come ci si abbandona all’insondabile: con le semplici cronache poetiche di una regione geografica, lontana come l’amore.

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