MANDEL'STAM, Osip (Poesia n. 278, 1.13)

OSIP MANDEL’ŠTAM

A chi vuoi che dedichi il racconto della mia vita se non a te, Nadežda, che hai dedicato la tua vita a me e alla mia poesia? Lo sai, sono nato da ebrei polacchi di Varsavia. Era il 1891 e la mia famiglia presto si trasferì a Pietroburgo. Un’idea veramente geniale!: nella Russia del ’17, già stremata dalle perdite della guerra mondiale, ci saranno la rivoluzione di febbraio e poi la bolscevica. Io facevo versi, figuriamoci; ma avevo aderito all’acmeismo, persuaso com’ero della necessità della chiarezza e della concretezza in poesia: basta dire le cose del mondo per fare bellezza, pensavo, il mondo basta, a fare poesia che si possa toccare con vere mani. Nel ‘19 ecco che t’incontro e diventiamo inseparabili. Te la ricordi quella lettura, anni dopo, quella dalla quale Pasternak uscì con gli occhi sbarrati? Aveva preso paura per la mia libertà quasi sciamanica. Tu e io poco dopo visitammo l’Armenia e io, abituato come ormai ero a stare senza pelle, mi estasiavo dello sfrontato incendio di papaveri. Vividi fino a un chirurgico dolore, troppo grandi per il nostro pianeta. Ero un randagio, ero in continuo movimento, dicevano che a guardarmi sembrava di vedere il brulicare biologico della creatività.Ero un nervo scoperto. Tutte le cose del mondo percuotevano la mia sensitività. Tutto mi si faceva parola. Così, dopo aver visto con i miei occhi cosa accadeva in Crimea nel 33 – lì ti avevo dettato la Conversazione su Dante, ricordi?, ma nel frattempo vedevo, vedevo tutto! e benché in principio avessi aderito agli ideali rivoluzionari, scrissi il feroce Epigramma di Stalin, che denunciava la tremenda carestia ucraina e, soprattutto, le tracce dello sterminio degli oppositori kulaki quali risultati della collettivizzazione forzata. Io avevo visto, dunque io non potevo tacere. Fui confinato sugli Urali anziché venire internato nei campi di lavoro, anche grazie all’intervento di Pasternak, ma mi gettai dalla finestra di un ospedale e la mia pena venne ulteriormente mitigata, si limitò al divieto di ingresso nelle grandi città. Così, scegliemmo di vivere a Voronež, ricevendo l’aiuto costante di Anna [n.d.r.: Achmatova]. Come ho detto, io mi ero innamorato di Dante, ardevo dell’energia propulsiva delle sue parole, della vivezza delle sue mischie di mercato e scienze. Sapevo che cavare Dante dalle nostre parole sarebbe stato abbattere le macchine volanti di tutti i versi venuti dopo di lui e anche accecare la nostra coscienza del presente, perché i canti di Dante sono armati per percepire il futuro e noi, vivi, eravamo il suo futuro. Non molto era cambiato. Gli uomini possono cambiare poco. Io, per esempio: Marina Cvetaeva, amore infelice di una primavera giovanile, mi leggeva fermo alla mela già perfetta della mia adolescenza. Però io credo di essere cresciuto – o di essermi involuto, scavato, frantumato in maniera cospicua: come più ti piace – in una direzione metafisica. Dall’attenzione evidente e concreta, dalla mia professione poetica del principio di realtà, cominciai a problematizzare il mondo, a solcare la sua verde superficie smagliante con la soluzione caustica del mio pianto. Tu lo sai bene, Nadežda, che imparasti a memoria i Quaderni di Voronež, tu pure fatta clandestina per diffonderli, tu lo sai bene quanto spesso in quei versi estroversione e cronaca si inceppino e lo sguardo finisca nel mio interno – anzi, inferno. Il mondo deformato dalla mia lingua, con quello di Celan, che mi tradurrà, di Thomas, della Plath, diceva un tempo nuovo. Anche io, come Dante, annunciavo. Le convulsioni, i martelli del ritmo, le pronunce difettose, erano il Novecento russo, che affondava attraverso di me direttamente in Dante. Come Dante dovevo lanciare le parole al di là dello steccato di sangue di un esilio. E al di là c’eri tu, Nadežda, tutta la mia gioia. E così, pure dopo aver scritto un’Ode a Stalin narrandolo come colui che mosse l’asse del mondo, nel ’38 venni sbrigativamente arrestato e condannato ai lavori forzati in un gulag siberiano, dove mi spensi quasi subito. Il mio corpo alla fine sta fermo in una fossa comune. Ma non sta ferma la mia voce, mai più, Nadežda. A te, alla tua memoria e al tuo coraggio, io devo questa mia seconda vita, questa definitiva libertà.

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