LEOPARDI, Giacomo (Poesia n. 278, 1.13)

GIACOMO LEOPARDI

Per tutta la vita sono stato provocato a contrastare la forza di gravità della terra, l’attrazione politica della terra sul mio spirito di libero pensatore contrariato dalla bellezza feroce della natura. Se di noi non rimane traccia alcuna, se neanch’io nacqui eterno – come ebbi a scoprire troppo presto – solo rifugio è accomunarci nella reciproca compassione per questa sorte effimera, piegare il capo come la vulcanica ginestra al suo destino, mantenendo una vigile innocenza. Così, dopo una foga bella di erudizione, virulenta come uno sfogo sublimato e sublime di acne iuvenilis, individuai nel sentimento poetico il solo canale di rivelazione e di restituzione della verità filosofica: poi che io nacqui nella pontificia / Marca, mi destai solo in età più tarda / a’ più vasti consigli de l’Europa – se mi è lecito celiare me stesso come già fece l’aspera natura – e scopersi gli illuministi francesi e i romantici inglesi. Al culmine di un simile arco voltaico s’iscrisse il mio spirito, magnetizzato, spenzolando una sua punta acuminata d’intelligenza a terra, ma sospinto da una propulsione inesauribile a scrutare la somma luminosa degli astri e lo spettacolo, luminoso altrettanto, degli uomini, così infelice, pur nella sua illusione di durare – o per lo meno muovere a compassione con le arti la dura faccia della natura. Nel mio caso particolare, essa natura volle cagionarmi un continuo malanno del corpo – e disamato dalle donne anco mi volle, ma pensò a compensarmi con una fatale volontà di tutto imparare, che mi si biforcò spontaneamente tra una prosa brusca, puntuta, sapientissima, assertiva e asciutta – severa anche quando mi dilettavo a elogiare l’allegrezza del canto degli uccelli – e una poesia di contro melancholica, tanto dolce quanto amarissima. Intendiamoci: quando io nei versi scrivevo astri non intendevo evocare alcun alone lirico, né distanze presunte e metaforiche, intendo il duro sasso della stella vera, intendo il remoto del cielo vero sul palcoscenico miserrimo della scorza terrestre, poi che a quindici anni ne sapevo talmente di astronomia da scriverne la storia fino a Newton. Ma intendo anche che l’intelligenza delle parole è il metodo scientifico di una conoscenza indimostrabile – e in vero dimostrata dalla poesia: esse parole, mentre le scrivevo, a un tratto non erano più mie, ero io loro ostaggio volontario. Questa, la sola perdurante avventura della mia esistenza: cavare conoscenza dalla miniera inesauribile di oro e fiele delle parole. Conoscenza sull’uomo e sulla sua disperata umanità, sulla bellezza fragile dei corpi giovani e sul supremo, ingannevole ingombro del loro amore. Sentirmi solo come un uomo solo sulla terra intera – e insieme portavoce di un dolore corale che le parole rendevano bellissimo, profondo e lieve come il suolo e il cielo quando rompono in riso, dopo il pianto. Bello il tuo manto, o divo cielo , e bella / Sei tu, rorida terra… Questa è stata la mia maturità, questo mio fare eroico da segugio e, insieme, da condottiero della mente, questo non perdonare al disamore primario di madonna Adelaide mia madre, non perdonare all’occasione di me, mancata, con diritto, da Gertrude, Teresa, “Silvia”, Fanny… Così, l’amicizia amorosa con Antonio Ranieri consolò il mio cuore amareggiato negli anni ultimi. Egli fino alla morte non mi lasciò, né mi lasciò nell’impudica circostanza della morte, né nelle conseguenze della morte, poiché ebbe cura che le mie spoglie, mentre a Napoli imperversava il colera, non fossero gettate nella igienica fossa comune, arse e scomparse in una degna nullità. E così a 39 anni tramontai, per mai più sorgere quale viva carne. E così, qualche discutibile segno del mio passaggio in terra riposa con Virgilio accanto a dei bracieri dove il fuoco non arde – ma non importa, perché fissare il buio con questi occhi, instancabili, malvedenti e mortali, fu la mia luce, alla fine contenta dei deserti e di consolare i deserti col chiarore lunare delle parole. Io ho rifatto mille volte la luna con le parole – e ho rifatto l’intera stagione della bellezza umana, tanto pietosa e tanto più solenne perché tanto vana, com’io fui.

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