PASTERNAK, Boris (Poesia n. 278, 1.13)

BORIS PASTERNAK

Proprio ieri parlavano di me. Non mi hanno mica dimenticato, anzi!: non possono, perché con la mia opera ho costituito un avanzamento del pensiero, una Russia dell’anima, moderna ed eterna – e forse perché i russi ancora non se la perdonano. Sono nato a Mosca nel 1890 e ben presto, appena intinto nella filosofia di Marburgo, mi infettai della malattia della parola: ero giovane e venni affascinato da una scrittura tutta lanciata avanti, cubofuturista e sonora e, in quella lingua fatta musica e spigoli, scrissi Il gemello delle nuvole. Dissero subito che era nato un poeta. Ma mi distaccai presto dai primi impeti bronzei, metallici e invulnerabili, li trasferii nelle viscere umane e naturali della terra e fondai il mio stile, Mia sorella la vita, ricreai un mondo più obiettivo, ma stillante e primigenio, mentre aderivo con entusiasmo agli ideali della rivoluzione. Intanto, con Cvetaeva e Rilke, che considerai sempre parti invisibili della mia anima, scambiavamo una corrispondenza che ci tenne in una comunione tanto viva da andare oltre la morte del nostro amico, nel ‘26. Ma la vita reale veniva progressivamente delusa dagli esiti dei trionfanti ideali di eguaglianza; cercai come potevo di aiutare gli amici poeti che avevano in quegli anni dei guai davvero seri con il partito, la stessa Cvetaeva e Mandel’stam, ma morirono entrambi per le persecuzioni e il male che questo mi faceva era già insopportabile. Poi, nel ‘46, il regime stalinista palesò un attacco frontale contro gli intellettuali “deviazionisti e borghesi”. Nessuna anima libera e creativa poteva accettarlo. L’arte è una forma di resistenza anche all’inevitabile: continuavo a mettere in poesia i miei paesaggi odorosi, dinamici, psichici e traboccanti di metafore, in libri dai titoli piuttosto riusciti, devo ammetterlo: Sui treni mattinali, La vastità terrestre; ma insieme cominciai a scrivere la prosa de Il dottor Živago, l’opera che per prima superò le barriere della mia patria ostruita. Pensate che venne pubblicata prima in Italia [n.d.r.: Feltrinelli, 1957] che in Russia. Non si tratta di un’opera propriamente anticomunista, ma il racconto parte dalla prima rivoluzione antizarista del 1905 e finisce con la fine della seconda guerra mondiale, dunque nella sua trama esplora alcune forze oscure e ambigue della rivoluzione d’ottobre. In Unione Sovietica ne fu vietata la pubblicazione e mi valse una sorda e continua ostilità. Per farvi comprendere le mie condizioni di vita vale la pena raccontarvi come siano andate le cose quando Živago venne proposto per il Nobel. State a sentire: era il 1958. Ovvio che il libro non fosse stato pubblicato nella sua lingua madre, come il regolamento del premio prevedeva. Ebbene, ci si mise addirittura la CIA: intercettarono un dattiloscritto russo su un aereo che stava volando verso Malta, dirottarono il volo per riuscire a fotografare tempestivamente tutte le pagine e farne una edizione che imitasse quelle sovietiche. Io non sapevo niente di tutto ciò, fui confuso e commosso – ma fu breve: il KGB mi fece sapere che, se avessi accettato il premio, sarei stato espulso dalla Russia. Così, rifiutai. Scelsi la mia terra, che pure mi voleva così poco bene, e vi morii due anni dopo, comunque povero e perseguitato. A ritirare il premio ci penserà mio figlio Evgenij, addirittura nel 1989, partendo in volo dalla Russia di Gorbačëv. Cosa volete che vi dica? Io ce l’ho messa tutta per restituirvi il mondo come una rivelazione. Anche con il mio aspetto, stando alle parole di Cvetaeva, fondevo in me un arabo e il suo cavallo, mostravo un’attenzione sovracuta a tutto e una tensione della muscolatura, quasi fossi sul punto di fuggire dall’horror vacui del senzatempo, che parevo abitare attivamente e mi teneva stretto nel suo pugno di eterno – e che riempivo della bellezza di una voce rocciosa, radicale: del grugnito, del cinguettio e dell’ululato che sono sotto la poesia, quel paese che nessuno può dire, con la lacuna di luce dell’ètere e il bagliore d’oro verde dello scarabeo. Ma che diciamo sempre, rinasciamo per dire.

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