STEVENS, Wallace (Poesia n. 278, 1.13)

WALLACE STEVENS

Sono uno di quegli americani che hanno poco a che fare con l’America.  Almeno con l’America letteraria come uno la immagina, contaminato come fui dalla scrittura e dalla filosofia della vecchia Europa. Di americano ebbi una assidua concentrazione sulla realtà, che emerse lampante fin dal titolo, in: Non idee della cosa ma la cosa in sé. È una poesia tardiva, addirittura del maggio del ’54 [n.d.r.: Stevens morirà solo un anno più tardi]: lì dico del grido piccolo che annuncia il levarsi del sole come dell’apparire di una cosa vera, dico di quando il reale si spacca davanti alla conoscenza, diviene il preludio metaforico di un Aperto, di una illuminazione. Cose che capitano raramente in poesia: dopo che il mio Mattino domenicale sarà approdato in Italia grazie all’opera benigna di Poggioli, il compagno d’oltreoceano Sereni saprà esporre da maestro la sconcia lontananza tra nome e cosa, freddato davanti alla sua razza peccaminosa del peccato mimetico della parola. Razza come pesce, sì, ma “razza” con la consonante dolce, come la umbratile specie dei poeti persa dietro riaccensioni proustiane della memoria, varchi e risucchi temporali, nei quali io abitavo saldamente, con tutta la fermezza della vita reale, che non ho mai abbandonato. Eppure, resto l'inconoscibile. Una struttura solida. Un cuore rovesciato tra le stelle come nel pandemonio dei mercati. Scorze, scorie e altre cose, evidenti e inerziali. L’inizio del sogno del mondo, com'era intenso nella sua bellezza; pure la commozione delle pietre. Eppure, per due volte mi attraversò l’armamentario di ferro e sangue della guerra (ero nato nel 1879), per due volte ricostruimmo in parte e io rimasi fermo, al mio posto di prestigioso assicuratore. Nessuna contraddizione. Lo sapevo bene: la poesia non è un’attività letteraria, va dimostrata con la vita, è una resa del vuoto che c’è, e mai al vuoto, è una messa in parole, una liturgia laica della sottrazione, come nella dé-création di Simone Weil. Io avrei pianto per scendere a piedi nudi nella realtà e parlavo di cose talmente minime, prive di doppio, astratte e reali come un dio immanente. Dio, ovvero la più grande idea poetica del mondo. Dicono che lì, proprio lì sulla soglia degli ultimi giorni su questa roccia prosaica, già quasi in rotazione nel buio del cosmo, mi sarei convertito. Certo è che molta della deità, eviscerata quasi, che svelavo per mezzo della parola, evolveva la platonica “fede animale” di Santayana, che conobbi ad Harvard da ragazzo – e alla fine della vita, si sa, tutti i debiti tornano nel cuore come gratitudine. Solo alla fine mi decisi ad abbassare un po’ la volta siderale della mia opera, in una commozione che fiottava da certi fori che si fanno nell’anima col tempo. Fori piccoli, il mio contenimento era imponente e severo come la roccia, ma, forse proprio per questa esiguità dei passaggi, ne fuoriuscirono zampilli tanto più rapidi e tentacolari, tanto che potreste leggere all’indietro l’opera mia, della mia parola e del mio pensiero, alla luce di quella luce finale, di quel rivolgermi, reso definitivo dalla morte, a te che mi leggerai come se tu non fossi affatto diverso da questo io che adesso se n’è andato – e che pure ti parla in un’aria iniziale, lo vedi.

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