Morotti Silvia (3.13)

 SILVIA MOROTTI, Il sarto in certi romanzi
a cura di Maria Grazia Calandrone
Poesia n. 280, marzo 2013

Silvia Morotti, come Claude Chabrol, ci propone una sua diagnosi, una variazione lirica – più che una interpretazione – sul tema de I fantasmi del cappellaio di George Simenon. Il sarto, che in Simenon osserva l’assassino e, anziché denunciarlo, ne diventa complice custodendone il macabro segreto, nella silloge di Morotti viene osservato, dall’alto di una finestra, da una donna che legge il mondo alla luce della mistica ebraica. L’osservatore è osservato, alto e basso risultano invertiti e lo stesso Dio distribuisce equamente la sua solitamente superna attenzione tra sopra e sotto. Eppure Dio, in quell’ordine di pensiero, non è ancora sceso sulla terra, non ha ancora consegnato agli uomini il suo corpo commestibile. La sfida è interessante.

Attribuiamo per istinto al sarto angelico di Silvia Morotti la dolce, dimessa e ostinata fisionomia quasi infantile di Charles Aznavour, interprete per Chabrol del piccolo sarto armeno che pedina la disperata solitudine criminale – perseguitata e persecutoria – del cappellaio Serrault. Il retroscena, il retrobottega, il non-detto che precede la silloge, tratta da Il sarto in certi romanzi, è dunque l’analisi logica di un crimine che, sulle prime, sembra seguire un suo perverso rigore. Ma l’intelligenza del crimine è ingannevole, anche quando lo stesso assassino crede che le sue azioni esprimano una pur efferata razionalità: quando il dovere impulsivo all’omicidio sfugge palesemente al suo controllo, il cappellaio omicida si consegna, commettendo l’errore irreparabile di addormentarsi accanto all’ultima vittima. L’omicida ripara il male assoluto che ha compiuto con un errore puntato finalmente contro di sé, al fine di essere messo in condizione di non nuocere. Così si scioglie la più fortunata parte dei delitti seriali.

Nella poesia di Morotti il crimine è soltanto accennato (e per di più in parentesi) e trasfigura in rapporto, dialogo intimo, amoroso e sapienziale tra il sarto (che nel romanzo, lo ripetiamo, non denuncia l’assassino e finisce per morire consumato dal proprio silenzio) e una figura di donna che si è guastata come una parola che non raggiunga intatta la destinazione. Dunque anche il patto di questi dialoganti poetici è il silenzio. Ma un silenzio densissimo, immaginativo e comune. Anna, la donna, – che genere di ebrea? ebrea come i poeti o come Anna Frank? – osserva dall’alto chi ricuce con ago e filo una faglia del mondo, forse cielo e terra, forse perché il mondo riprenda da una ferita dove molto del mondo è terminato, ha cessato di essere. Esiste infatti in tutta la silloge uno spazio-tempo antecedente: un tempo, una volta, la casa di prima, una specie di paradiso perduto e delocalizzato, non fosse per il riferimento, comunque incerto, a certe lettere o messaggi inviati dalla torre di Lucca. E il sarto, forse, con il suo silenzio laborioso: assolve, tiene alla vita, sembra essere il maestro amato di una formazione spirituale.

Sarto è colui che prende la misura d’una cosa reale, dove i poeti la prendono a un fatto d’aria sonora: metro poetico e sartoriale in questi testi si sovrappongono. Egli è ipersensibile alla bellezza delle cose e desidera condividere tanta bellezza con l’assassina ipotetica: le mostra gli aghi / dalla cruna rotonda / più belli – lui dice – / di un canto di Dante. Le case interiori di Anna sono aperte come giardini, contengono stati astrali e vegetali e uno sboccio di tigli. La città finale, quella dove si arriva – Gerusalemme, precisa in nota l’autrice – corrisponde all’ingresso nell’identità, se solo alla fine di questa bella silloge agisce una prima persona singolare, in controluce, come produttrice di pensiero e destinataria di una voce: pensavo, mi dici: di aver affidato a un bambino la guida del mio viaggio necessario. A un bambino. Poco prima, in una delle sefirot citate, è scritto: e se il cuore corre, / lascia che ritorni / da dove era partito. Dunque essere è annodare a ritroso tutti i rivoli e i fili che esistendo abbiamo srotolato, essere come il mare che accoglie le acque di tutti gli affluenti senza esondare mai. Ma, se vogliamo tornare, dovremo fabbricare la strada del tornare, scrive Marilena Renda versificando il terremoto del Belice. Terremotati – della terra o dell’anima –, probabili assassini: tutti abbiamo il paradigma di una casa interiore. Forse questa particolare specie di persona che traccia la sua strada e riedifica la sua casa con le parole è utile da seguire se, mentre cerca il suo punto di equilibrio, lascia il bagliore misterioso, allusivo, traslato e visionario di parole come luci speciali si incontrano / ed ogni coppia / è un angelo.

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