Carabba Carlo (6.13)

CARLO CARABBA, Inseguendo il tramonto
Poesia n. 283, giugno 2013

C’è scritto subito: si tratta di un diario. Leggiamo questo sottotitolo prestandovi l’opportuna piccola porzione di fede, non perché riteniamo che i poeti siano sleali nel dichiarare le proprie intenzioni, ma perché sappiamo che le parole sono il cavallo che, spinto oltre una certa soglia d’incandescenza, si sbriglia e tira nell’imprevedibile.

In questo caso dunque Carabba si illude e ci illude di essersi messo seduto con il proposito semplice di raccontarci un viaggio in un paese lontano: i suoi testi appaiono effettivamente pieni di movimento, poiché descrivono alcuni reali dislocamenti geografici, ma lo sono soprattutto perché vengono mossi da una continua contraddizione interiore: mentre simulano una cantabile planitudine sabiana, una liscia prevalenza di endecasillabi e settenari, echeggiano in realtà, fin dall’introduzione, il tardomeriggiare di Montale – e, se in Montale lo scenario metaforico dell’esistenza si chiude con la constatazione di un’aguzza corona di cocci sulla fronte della nostra stirpe umana, sui protagonisti di Carabba cala una notte che coglie i viaggiatori impreparati. Sebbene si manifestino quale conseguenza logica del tramonto, il buio e tutte le sue metafore ci sorprendono mentre ancora camminiamo.

Ma non è solo il buio il nostro potente destabilizzatore: abbiamo il brutto vizio di scoprirci irrisori anche al cospetto della magnitudine della natura. Così, di fronte ai pinnacoli rossi dei canyon, Carabba si interroga sulla propria volatilità e domanda che ne sarà del suo “fuoco centrale” – per usare la bella espressione di Mariangela Gualtieri – ovvero di quanto lo rende caldamente riconoscibile a se stesso quale impasto di stelle e d’esperienza, fino ad arrendersi a una finale e decisiva incertezza. Non avverrà di noi come agli antichi abitanti del Bryce Canyon, mutati in guglie di roccia calcarea: noi, i contemporanei, ormai fuori dal tempo quasi immobile del mito, ci riconosciamo evanescenti vittime del caso – e il nostro movimento non è più quello di meraviglia estrema e di estroversione al mondo percorso, non il semplice moto-attraverso-luogo che si compie durante un viaggio da bambini. Ciascuno tra i viventi offre, nell’arco della sua durata, un sunto minore della evoluzione della specie: nato come contenitore di pura meraviglia, diviene un complesso spettacolo di riflessi quando la sua pelle, con il tempo, viene imbevuta dal proprio stesso carico culturale. Come uno zaino portato a lungo modifica la nostra struttura ossea, la cultura entra nelle ossa di ciascuno di noi come nella più vasta natura della specie. Carlo Carabba osserva e, con la prima voce – quella entusiasta degli occhi sul mondo – canta il paesaggio, con la seconda voce – malinconica, della sapienza – dice la sua sull’evoluzione della specie; ma, anche in questo caso, dice la sua cantando, perché in fondo prevede con distacco genetico anche la propria stessa fine, incastrata nel flusso delle generazioni come un osso qualunque.

Il racconto del viaggio in America si svela presto come riflessione sul viaggio della vita e sul rimpianto per quanti non abbiamo conosciuto: per quelli che, alla fine di tutto, ci saranno rimasti interamente oscuri e inesplorati, più che per quelli che abbiamo accarezzato e perduto. Carabba dichiarerà anche più avanti la sua predilezione per la vita, affratellandosi al topo che vorrebbe riscuotere altra vita dall’amico morto, perché la morte è tutta incomprensibile.

Come scrisse Bruce Chatwin, il grande viaggiatore onirico che si è fatto sempre modificare dal mondo, il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma. Anche Chatwin divagava dalla Patagonia che vedeva: lo scenario reale gli comandava suggestive associazioni storiche e scientifiche, le sue scritture sono un’esposizione delle metamorfosi che la sua mente subiva grazie all’apprendimento di nuovi panorami e culture nuove – fino ad arrivare alla coincidenza tra canto e percorso della terra che Chatwin riconosceva nelle songlines degli aborigeni australiani: in quei luoghi il mito della creazione trovava una esatta corrispondenza nella topografia del territorio. Il mito qui diventa geografia.

Sebbene ci riveliamo gloriosamente evasi dai monumentali sentimenti del mito, abbiamo provato come il viaggio formi intorno al nostro corpo uno spazio di solitudine, una condizione di esposizione e fragilità, una bolla di tempo chiuso in sé, che agisce potentemente per riportarci in una zona mitica della quale la specie ha memoria. Mentre avanziamo nello spazio possiamo dunque regredire, dapprima a uno stato infantile, privato, infine nelle tappe della storia umana: possiamo riprovare una paura infantile, che in sé contiene la paura e la serenità ancestrali. Il viaggio è il nostro tempo ritrovato.

Un fenomeno simile accade a Carabba, che incomincia il suo attraversamento americano in un malinconico dormiveglia, cercando la confortante solitudine del sonno con la testa premuta contro il finestrino del pullman – per poi rendersi conto, tornando, che ha mancato in presenza, che qualcosa di sé è stata assente dalla sequenza degli istanti, dei progressivi se stessi che vanno sempre adoperati in pieno, perfettamente belli per il poco che durano.

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