Eliana Langiu (7-8.13)

 ELIANA LANGIU, Silloge del disonore
Poesia n. 284, luglio-agosto 2013

Chi ritorna è l’alieno e occorre tempo perché si riabitui a essere individuo della comunità. Chi ritorna da zone di guerra è viceversa definitivamente alieno. Eliana Langiu analizza la sventura di essere creatura umana in territorio di guerra, ovvero in luoghi completamente disertati dalla grazia. E lo fa inserendo il gergo tecnico militare in una lingua dell’umanesimo.

La Silloge del Disonore – in imminente uscita per Galassia Arte e dedicata alla “missione” in Afghanistan come centro del vissuto bellico più prossimo – si divide in tre sezioni, anticipate da una introduzione, aspra abbastanza da farci aprire le orecchie, come avvertiti da un’iscrizione sul cancello: qui non si usano simboli o lirismo, qui si analizzano i resti, si avanza frantumati tra i frantumi di ciò che è stato umano. Le quattro parti del ragionamento di Langiu, ciascuna aperta da una citazione da L’arte della Guerra di Sun Tzu, possono essere applicate a qualsiasi conflitto: la stessa autrice precisa di avere scelto l’Afghanistan a causa della quantità di notizie diffuse proprio a ridosso di noi, che le ha offerto l’occasione di mettere al lavoro la leva silenziosa della poesia in un discorso divulgativo confezionato in anni recentissimi, nel cuore di un errore umano che è partito dalla definizione della nostra “missione di pace”.

La vita borghese alla quale fa riferimento Langiu allude soprattutto alla vita “in borghese”, ovvero alla vita una volta dismessa la divisa che dis-identifica una creatura umana e la rende un militare. Ma cosa accade dopo, al rientro, quando ciascuno deve riappropriarsi della propria storia biografica? Un reduce può sperare di ricongiungersi a un se stesso antecedente?

Naturalmente no: chi torna da esperienze che modificano così alle fondamenta non può essere la persona precedente, né potrà più essere parallelo ai cari, che non hanno provato la paura, la sconfitta o l’amara vittoria su un simile. Io sono stato definitivamente modificato dallo spettacolo, dalla minaccia e dalla stessa idea continua della morte, mia e di altri.

L’argilla della terra straniera che ha impastato il mio volto mi ha rifatto uomo primigenio, l’Adamo che una volta sono stato, sono materia precipitata “al fondo della creazione”. Dopo che si è toccato quel fondamento pre-storico, quell’essere stati ricreati ogni giorno dalla grazia provvisoria di essere rimasti vivi, non è possibile ricollegarsi all’organizzazione sociale, civile e borghese, alla fluida e rassicurante scorrevolezza della prassi. Il “ritorno” integrale del reduce è dunque di per sé impraticabile, per le tante parti di sé che rimangono altrove, bloccate in uno scenario interiore ed esterno che non può non rivelarsi come persecutorio.

Dunque forse quest’uomo adesso è più simile alle bestie – anzi, alla preda, la quale ha a che fare tutti i giorni con certi eventi essenziali quali la salvezza, propria e della sua specie. Dunque il soldato ha avuto a che fare con l’esistenza elementare della preda – che, nel caso umano, può essere a sua volta cacciatore.

Lo ha scritto così bene Giorgio Caproni ne Il franco cacciatore, quando descrive, in “Tutto un bianco mentale / di bianca infanzia” i due nemici che, finalmente affrontati, coi fucili spianati l’uno contro l’altro dietro i lecci, si amano di un amore totale, perché sono finalmente davanti all’evidenza che uccidere è uccidersi, in quanto è uccidere l’uomo – e questa smagliante coscienza conficca in essi incertezza e godimento. L’intera apparizione dell’umano si ha nell’atto estremo nel quale si sta per metterlo a morte. Per tale qualità della sua mortalità rivelatrice, l’uomo è capronianamente pari a Dio, il quale “esiste soltanto / nell’attimo in cui lo uccidi”.

Ma ancora, Langiu scrive “la morte insegue chi la insegue”, come Caproni scriveva “L’importante è colpire / alle spalle. Così si forma un cerchio / dove l’inseguito insegue / il suo inseguitore”. Questa geometria della identificazione ci scaglia fuori dal cerchio della socialità. Siamo ormai esuli dalla nostra specifica tribù in quanto appartenenti al più vasto del genere umano.

In questo senso dunque il linguaggio bellico, essendo un’astrazione limitrofa alla morte, è anche il linguaggio della identificazione dell’uomo con l’uomo. Chi è stato prossimo a questa identificazione non può più sottomettersi ai rituali della convenzione sociale.

Così il reduce rimane alieno al tessuto del mondo convenuto.

Inoltre, il reduce è sempre anche un sopravvissuto. Detto questo, tocchiamo il tema infuocato della colpa – o meglio, del confine interno alla nostra etica, ovvero: cosa di noi abbiamo scoperto mentre eravamo in quell’altrove: la possibilità di compassione o piuttosto l’animale desiderio di salvarci a discapito anche dell’amico. Siamo sulle tracce dello straziato e altrettanto geometrico discorso portato avanti da Primo Levi sulle forze del bene e del male ne I sommersi e i salvati e che, probabilmente, insieme al ragionamento precedente sulla istintualità animale della biologia umana, si nasconde nelle parole di Langiu “la sopravvivenza  a volte è solo / questione di scelta”.

In guerra, come nei campi di concentramento, siamo tutti stretti nella tagliola della nostra coscienza, poiché la nostra capacità di bene e male è sospinta verso una confusione ancestrale, a formare una interna zona grigia di ambiguità e mancanze di trasparenza che, sopra ogni cosa, vogliamo dimenticare: il male e la meschinità che noi stessi siamo stati capaci di compiere, che quantità di silenzio ci abbia contagiati e fatti meno umani: meno aperti.

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