Giovanni Parrini (9.13)

GIOVANNI PARRINI, Le misure del cielo
Poesia n. 285, settembre 2013

Quello di Parrini è un inno adulto, duro e laico, alla vita, agli episodi – diremmo meglio, ai fatti – semplici della vita, che contengono in sé l’eco sperata (o disperata): quella di Parrini è una continua invocazione al senso che si dispiega calmo dietro questa apparenza. Anche l’incontro con ogni fugace creatura umana, qui avviene assecondando le medesime leggi di incertezza, appare governato chi sa se da un dettame di destino o viceversa è frutto di una cieca e purissima casualità.

Tutto il pensiero – e la poesia – di Parrini si muove dunque tra la materia finita e la sua infinita ferita, tra caso e destino, tiene uno sguardo attentissimo, aderente al mondo, per scoprirne le crepe, le vie d’uscita e sfociare dalla strettoia mondana in un ordine invisibile e immutabile e antico e però spaventoso, perché altrettanto infinitamente libero e incontrollabile e, soprattutto: trasfigurante, destabilizzante.

Mossa da un commovente desiderio di imprimere un ordine visibile alla “parola detta” del Fato, la specie umana inventa anche bellissimi ingranaggi che scandiscano il tempo inarrestabile, si addormenta e si sveglia in un fluire atomizzato da meccanismi e cupe onde di bronzo, è spesso interamente tentata di ritirarsi nel rassicurante, nell’asciutto e desertico Taci, anima stanca di godere di Camillo Sbarbaro: nel non sentire più, nel non più vedere dei rassegnati, che tanto meno soffrono quanto meno amano.

La specie umana porta sulla fronte la feritamadre di Benn, che solo a volte sanguina: non è preparata a essere continuamente dissestata, né dal proprio passato né dal proprio destino (il quale non è sobrio ed elegante bensì maleducato e dirompente), dunque sviluppa una sua certa ingegneristica smania (che in Parrini pare coincidere con il lavoro vero che lo sostenta) di controllare il fato e il disordine naturale, di collegare zona a zona della terra, dare un ordine logico alla materia umida e fibrosa del già stato creato – mentre avrebbe da assimilarsi alla gratuità del volo degli uccelli, degli evangelici uccelli del cielo, i quali volano senza scopo apparente e senza pena, diversamente dagli uomini, che staccano con dolore dalle pagine della rubrica nomi su nomi, stanchi righi combusti, ormai di cenere. A questo proposito, lo stesso Parrini fa riferimento, nella sua nota biobibliografica, alla posa psicologica gaddiana, ma, mentre Gadda riformava l’universo reale con il proprio esplosivo universo verbale, Parrini tiene la sua lingua all’altezza del mondo: la sua scrittura è mimetica della logica chiara delle cose dove si aprono squarci – le vere ferite che abbiamo detto – di commozione calma.

Tra questi versi avvengono dunque scarti continui, continui sobbalzi, si aprono improvvise feritoie, bianchi passaggi infinitesimali – o maestosi, sismici, come nel bel pezzo in prosa ritmica (quasi tutti endecasillabi, settenari e quinari) sul cantiere che apre la montagna per costruire la strada umana, diretta certamente verso l’alto, ma verso un alto non meglio posseduto e che possiamo immaginare somigliante a una felicità perfetta della quale conserviamo memoria – e della quale fummo inconsapevoli, nel viverla, poiché essa ha qualcosa a che fare con una pascoliana (ma postmoderna, contemporaneissima) attitudine. Forse dunque i bambini – e i noi stessi bambini – sono, loro sì, consegnati al disegno dietro le apparenze, se ricordiamo adesso che il senso del mondo stava chiaro, chiaro e forte come il sole, dove stavano i baci infantili, i goal segnati a futura memoria. Ma, ancora oggi, quella che lo stesso autore definisce «nuda esistenza», può venire disarmata, a volte interamente scardinata, da una sorpresa. Se la natura è tanto irrefrenabile e gratuita nel proprio rigogliare e crescere e fondarsi su se stessa, l’ordine cameratesco del costrutto umano, dei travoni d’acciaio, dei condotti e delle congiunzioni superficiali, può inoltre venire doppiamente disordinato da una flânerie tecnologica di uomo e macchina: la vittoria è non aspettare più, non aspettare niente. Non resistere, dunque: desistere. Infatti, nella poesia che chiude questa bella silloge, ci viene detto che nemmeno la morte tirerà le nostre somme, che la materia, stringendoci nella sua fine, non concluderà nulla, se il miracolo «d’essere stati qui» resta «per sempre da finire». Nemmeno morti, dunque, saremo in ordine: rimane tutto il resto, da scoprire.

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