Macciò Alessandro (11.13)

 ALESSANDRO MACCIÒ, Per mare
Poesia n. 287, novembre 2013

La silloge di Alessandro Macciò comincia così, pianeggiando: con una dichiarazione di poetica da parte dello stesso autore, che rileva la brevità della propria espressione di un pur vasto affanno interiore, la propria resa di fronte alla solennità, ipotizzando che il fiato corto sia una deriva del non ascolto ricevuto, o del fracasso mondano, o ancora – crediamo noi – un desiderio di contenimento e discrezione, una postura esistenziale obliqua (come appare nel testo immediatamente successivo, metaforicamente “turistico”), tanto che a volte si lascia sostenere dalle forme chiuse, osando anche l’ardimentosa rima. Non voler apparire, dunque, adoperare le maschere ritmiche o la visione laterale del mondo.

Ma questa di Macciò non è una posizione di mansuetudine, è piuttosto un atteggiamento di resistenza e di privilegio: di colui che, senza esibirsi, prende fiato dagli spiragli del mondo che sa riconoscere, rivela il fusto mezzo marcio dietro la leopardiana siepe, forza il mondo ad aprire i suoi soffi di verità e di senso, a far girare fra le creature umane quella certa sua aria alla seconda potenza. Per fare questo bisogna essere nudi, lasciar passare il respiro animale nel proprio respiro.

Dopo tanto cercare lungo strade impervie, ci confessa infatti poco più avanti Macciò, ecco apparire la meta autentica, la quale si compone di una somma di attenzione e realtà, di uno stare nel mondo che comprenda la vigile osservazione dell’ignoto, cioè del non visibile: trascurare la voce più profonda del reale significa preparare giorno dopo giorno il definitivo tradimento di sé e dei propri segni umani. Questo monito ricorda il sereniano osservare il “fiume di impercepiti nonnulla recanti in sé la catastrofe”, che in Macciò è però una catastrofe sorridente, un Giuda dolce che ci bacerà, dopo che noi avremo preparato la nostra guancia a quel bacio.

Per opporsi con il proprio strumento all’accumulo delle evidenze “brutte”, che sono tradimenti della nostra bellezza e del nostro diritto alla bellezza, Macciò si costituisce e immagina di denunciare, uno per uno, tutti i responsabili della costruzione di un mostruoso conglomerato urbano di vetro e cemento, una struttura innalzata a discapito del paesaggio e del senso buono delle cose, che consola soltanto chi trova rifugio nei suoi portici deserti. Un simbolo, una colonna di tradimento e complessità eretta sulla natura semplice del mondo. Ma infine, a redenzione, la silloge chiude con un sentimento di libertà, con il sogno e l’auspicio di un verde equanime e totale dei semafori, che sia forse anche una natura urbana tutta nuova, che torni ad abitare noi e le nostre città, a rimettere nel nostro il respiro degli alberi, dopo quello animale.

Desideriamo concludere questa piccola nota approfittando di un’occasione che la poesia di Macciò involontariamente ci offre. Nel momento nel quale scriviamo (ottobre 2013) siamo prossimi a un dolore comune (nostro, inservibile) per il disastro di Lampedusa (ricordiamolo, a futura vergogna di noi tutti: oltre trecento così detti “clandestini” hanno perso la vita nelle acque italiane, a poche centinaia di metri dalle nostre sponde). Ebbene, in questo stato d’animo e di cose, una poesia come Per mare suona quanto mai amara: nel testo di Macciò la precarietà delle scialuppe è un quasi dolce, forse necessario abbandonarsi all’andamento del destino, rappresentato dalla gran massa d’acqua del mare. Questo può avvenire solo quando l’imponente nave delle convenzioni – o delle illusioni – è ormai infranta sugli scogli. Oh, ci fossero state le scialuppe, a bordo di quella barca vera che se ne andava in fiamme in mezzo al mare! La realtà criminale di quell’imbarcazione non regge la metafora. Ma questo che facciamo è un uso proprio della poesia, poiché, a differenza dell’effimera cronaca dei media, la poesia, nel suo significato e intento atemporale, garantisce alle vittime di rimanere nella memoria. Dunque noi ci agganciamo alla suggestione così viva del testo di Alessandro Macciò, per pronunciare, attraverso di esso, queste poche parole in memoria, di denuncia e in requiem, per chi cercava di condursi verso una Vita Nova e ha lasciato la vita in un’acqua che, nei suoi progetti e nelle sue speranze, doveva essere solo un benevolo ponte al futuro.

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