Breda Minello Andrea (1.14)

 ANDREA BREDA MINELLO, Respiro
Poesia n. 289, gennaio 2014

Quando mi venne commissionata la prefazione alla prima silloge di Andrea Breda Minello, pubblicata nel 2010 nel X Quaderno di poesia italiana, notai immediatamente che Minello è poeta di assoluti. Non lo dico a mio merito: è una cosa evidente. L’incontro con la persona reale non ha mai smentito la poesia: questa è una cosa che per me significa, molto. Quindi, non ne faccio mistero, Andrea Minello è mio amico da allora. Ma non ritengo per ciò giusto penalizzarlo, precludendo l’inserimento nel “Cantiere” della silloge che qui propongo, poiché la ritengo estremamente coraggiosa: per i sentimenti sentiti e per la loro espressione, aulica e novissima al contempo, così poco “italiana”, così poco “contemporanea”. Minello espone infatti un proprio stile astorico, arduo, cinematografico. Le date dei testi stanno a testimoniare almeno un decennio di lavoro: sorprende la tenuta all’essenzialità, alla parola-verso, fin dal principio (quanta fiducia nella profondità di una parola, se la si lascia a sostenere un verso!) e sorprende la fermezza dello stile, già dalla prima opera qui presentata, composta quando Minello era poco più che ventenne. Nei suoi movimenti iniziali, lo sguardo si sposta su un mondo deformato dallo scenario interiore come una camera cronenberghiana. Seguiamolo: la camera da letto, lungi dall’essere l’erotica, malinconica, inquieta e perturbante camera bertolucciana, è la sede di un’ansia globale. Il corpo, che proviene dal letto, si muove nella casa come sotto choc: la cucina, la vasca da bagno, la rasatura. Questo corpo previene la sua ombra, vige in sé in uno stato allucinato: è goffo, si fa male, è un corpo che rischia l’incorporeo e assume il dolore perché il dolore gli dimostra la propria esistenza in vita. Quando urta negli angoli e nei volumi solidi del mondo, esso dichiara a se stesso di esistere. L’infanzia affiora dai sogni, dai muri, dalle ombre – ecco la paura, come allora, e le visioni – ma il corpo piccolo, già tenuto in custodia nel corpo adulto, viene protetto da un più vasto corpo di parole, da un contenitore di parole esperte, che argina la vertigine, pure se scardinato da certe infezioni del sogno. La mano adulta avanza lentamente sulla pagina, compone una mappa, una cartografia di parole, che prendono per mano quel bambino malato, ferito, ospedalizzato, che staccano le ventose degli elettrodi dalla sua fronte e lo conducono finalmente all’alba, a quell’Alba maiuscola che speriamo con lui. Fuori dalla notte. Fuori dall’infanzia. Tutti ricordiamo come sia feroce certa solitudine infantile prima di un abbraccio. Io, che sono ancora te, cresciuto, avrò cura di te, dice Minello al suo piccolo Andrea. Quello descritto – e con dovizia chirurgica di particolari – è un istante nel quale la biografia si contrae e ci riassume tutti in un brivido freddo. Ma, in nota, Minello rivela: la frase che persiste è tratta da Alonso e i visionari di Anna Maria Ortese. Non solo dunque le parole proprie, ma le parole di altri sono il filo di Arianna per il corpo infantile, da estrarre dal labirinto della solitudine: la sua adulta salvezza. Abbiamo già notato come la letteratura abiti la scrittura di Minello, poiché da sempre abita il suo immaginario, anzi, meglio: perché Minello entra in dialogo con gli scrittori amati e poco importa se essi sono lontani un secolo. Ricordiamo, a proposito, la bellissima lettera che Marina Cvetaeva scrisse a Rilke appena morto. Un gesto ben strano, se non sapessimo che, per certi poeti, vita e morte sono mescolate, non certo come negli incubi infantili qui citati, quando i morti sono creature minacciose che vanno sbarrate fuori dal nostro io-casa. No, i morti dei poeti sono presenze amorose sulla spalla destra, presidiano i nostri sogni, li abitano, anzi vivono in essi, colmandoli. Così noi vivi possiamo prenderci il carico e la libertà di mandare lettere d’amore ai morti.

E pari a lettere d’amore ai morti appaiono infatti i testi che Minello dedica alla madre e al padre, affermando, a concludere, che di loro può dire solo pensando alla vita. Così, la sincopata narrazione si attiene, fedelmente, all’incontro d’amore fra i genitori, ancora ragazzini, spaventati dalla felicità che è stata loro destinata. Slanciando il cuore a partire da un simile esempio di amore per sempre, sotto l’esergo di Grace Paley, è brevissimo il passo verso l’ultima dedica, verso la dichiarazione d’amore fino alla fine del mondo: amore che si consuma dentro l’apocalisse che chiuderà la storia degli umani. Qui la poesia è la vera e propria groppa della mula sulla quale posa il corpo adolescente del padre che aspetta la promessa sposa – ed è il sì laico e definitivo della sposa, tanto più definitivo perché laico, poi che si tratta di un assenso privato, che non avvalora la conoscenza di sé e del mondo poggiando la propria vita da dare sopra alcun pregiudizio ultraterreno. I morti sono fatti. La loro persistenza, un’esperienza laica.

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