Ricciardi Jacopo (5.14)

Jacopo Ricciardi, La discesa
Poesia n. 293, maggio 2014

Nella nota privata che accompagna l’invio de La discesa, Jacopo Ricciardi mi scrive che il suo testo è ispirato al poema Domande al cielo, nel quale il poeta cinese Qu Yuan (vissuto intorno al 300 avanti Cristo e morto suicida per protesta contro la sconfitta politica e morale del proprio paese) descrive il proprio viaggio celeste e il proprio eversivo e puntuale interrogatorio agli strati superni dell’azzurro. Il poemetto di Ricciardi dice, al contrario, un processo di incarnazione (dall’universo, attraverso il cielo, a una terra) del quale viene dunque immediatamente segnalata una discendenza, come se lo stesso Ricciardi intendesse dichiarare di aver attraversato l’universo creato dalle parole di Qu Yuan affinché la propria poesia fosse capace di strutturare l’ossatura di un mondo tutto nuovo. Perché “il poeta crea il mondo”, “fa affiorare la vita con le parole che ha scritto”. Dunque Ricciardi, attraverso le parole di un maestro, fonda un mondo abitabile per lo stesso Ricciardi. E per lo stesso Qu Yuan! Sappiamo che chiunque traduca il mondo in parola lo fa per lo stupore incontenibile della sua bellezza e della sua tragedia, ma anche perché la realtà gli è insufficiente, perché non riesce ad adattarsi completamente all’ambiente, perché cova all’interno un universo che cerca l’abbraccio dove circoli un unico sangue, che riesca a restituire all’esterno tanto quanto prende. La discesa comincia con l’offerta del sacerdote egizio Qen alla dea con l’alto copricapo di piume e del profeta ad Amon, il “misterioso” e il “creatore”. L’offerta è dunque la premessa necessaria perché il viaggio cominci. In questo caso le divinità creatrici sono le parole: in quelle di Ricciardi riusciamo ad avvertire l’impatto fisico della scrittura sul cosmo, la rinnovata Genesi verbale del conosciuto e del non conosciuto, perché il poeta non solo nomina e testimonia, ma inventa: un tempo nuovo, un nuovo futuro. E il movimento di creazione e ricreazione è rivolto a un tu, al quale si dice: “io mi avvicino a te per lasciarti andare nel mondo / reale di oggi; forse io non avrò mai te, ma te avrai questo mondo. / Tu sei le mie fondamenta, le fondamenta di quel mondo che avevi; / ma lascia che questo accada, per mia forza.” Questo riconsegnare il mondo, ricreato e reale, restituirlo – appena fatto – all’indietro, è il gesto più profondo che l’amore possa compiere: si tratta di lasciare “libero di vivere” dove le proprie fondamenta e il mondo nuovamente coincidono. Com’era forse originariamente. La rinascita richiede una forza rivoluzionaria e la necessità di rimanere vivi, perché lo svelamento non s’interrompa. “Entro nella casa di tanta bellezza, dove il cuore dell’uomo non è il suo”. Ognuna delle parole di rinascita, restituzione e offerta, viene qui pronunciata e fatta vivere sotto il disco del sole egizio che splende tra le corna dell’ariete, che restituisce l’anima ai morti. E ancora: la cicogna, il grigio, una casa sospesa nel tempo e abitata da anime leggere: torna alla mente l’Elegia orientale di Aleksandr Sokurov, dove mito e poesia sono più veri del reale e i morti desiderano solo essere alberi dai frutti rossi, niente altro che questo: stormire, essere nella pace, non tornare. Ricciardi restituisce a Qu Yuan il mondo reale – e Qu Yuan, in un tempo circolare, relativo, restituisce a Ricciardi il mondo meraviglioso delle ombre orientali. “Leggere come un’intera ispirazione, esserla”: così immaginiamo sia avvenuto lo scambio, la contaminazione, l’abbraccio fluido e circolare, dove il nucleo sensibile di una persona (di un universo) si accosta al nucleo sensibile di un altro universo – e l’eco che fanno è talmente profonda da attraversare duemilacinquecento anni, per trovare l’umanità comune a due mondi e a due tempi apparentemente incompatibili. Questa è la gioia che serve per essere uomini: un’apertura di cose vive e non rigide, sensuali come la neve, all’apparenza fredda. Senza paura, senza resistenza, con il coraggio di una spoliazione lenta, assumendo la forza di privarsi di tutto, anche della propria forza, anche del proprio cuore. E infine, attraversato il caos dell’esplosione, dello sbranamento e della violenza che occorre per formare un universo: infine, sopravvissuti e privi, solo essere. Come parole di tutti. Come dei grandi alberi dai frutti rossi.

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