Wanda Marasco (6.14)

Wanda Marasco, Parole della claudicanza
Poesia n. 294, giugno 2014

A prima vista la sequenza di Wanda Marasco qui proposta potrebbe essere detta montaliana. Per temi e disincanto, per gli elementi di materia dura incastonati nei fondali di paesaggi marini e per il ritmo fine, icastico, ultraletterario, battuto dal vento di più o meno brevi sequenze di endecasillabi. Ma, con ogni evidenza, Marasco non è un uomo e la sua poesia, pur così “mentale”, offre la pur sempre montaliana occasione di rilevare tracce di peso e qualità specifici, una scrittura generata da un’unità psicofisica di genere femminile che si fa tramite di una realtà senza sublime né altra sublimazione che il gesto medesimo della scrittura. Il corpo è detto senza sovraesposizione, declinato per flashes e negative, perché in queste parole il corpo è soprattutto l’implicito rimorso contenuto nell’orma che lascia, dopo essere andato via. Prendiamo questa come una sorta di metafora dello spostamento da una tradizione letteraria, che pure si evidenzia di continuo: viene rilasciata l’impronta nitida del corpus di una memoria, che però è già avanzata di un passo. Lo dirà più avanti la stessa Marasco: “farà di noi quel peso / che non finisce dove finisce il corpo”. Ancora tracce, impronte, scie, riflessi, tutti i segni lasciati nel paesaggio dagli assenti, che sono il loro modo di persistere. I calchi vuoti dei corpi sono la permanenza degli scomparsi e l’acutezza della vista, un acuminato vedere nell’invisibile, giustifica da sempre una storica attesa, la mostra come un’abitudine, un costume interno, una capacità e disponibilità connaturate al femminile, quasi senza più oggetto dell’attendere. Ogni poetessa sceglieva lo spicchio di mondo, la persona o l’idea della persona, la figura in compagnia della quale consumare il proprio tempo sospeso: da Dickinson a Kolmar, da Margaret Atwood a Sharon Olds, gli spazi chiusi abitati da un corpo femminile in attesa o che spazia in un vasto contenuto interiore, sono la piena tradizione della poesia pensata dalle donne, tante nuove partenze e variazioni della mitologia di Penelope che, nell’ultimo scorcio di secolo, diventano continui tentativi di rifondazione, rovesciamenti nell’Antipenelope. Un esempio per tutti, l’omonima poesia della guatemalteca Guisela López, dove la solitudine non fa più male e l’attesa si muta in ricerca.

La solitudine rimane il dato. Il corpo solo è il fulcro dal quale si dirama il ventaglio di uno sguardo che contempla passato e futuro.

Nel caso di Marasco il corpo è fermo, è il punto di un arrivo e di una necessaria ripartenza. Non occorre sapere se la claudicanza, chiamata in causa fin dal titolo, sia la descrizione di un’impotenza simbolica o se si tratti di un fenomeno reale che ha dettato la propria trascrizione poetica, quel che importa è che ci troviamo di fronte alla rappresentazione di una creatura temporaneamente impedita a reagire nel mondo. Eppure, le parole di Marasco non riferiscono una condizione di claustrofobia: il corpo fermo è il punto di congiunzione tra il tempo che lo ha già attraversato, indietro fino all’ormai disabitato circo infantile, e il tempo attraverso il quale il corpo tornerà a camminare. Viene descritta una sequenza di perdite che non s’impunta più in acuti di dolore: siamo, anche qui, dentro la solitudine senza strazio di López, che non si lamenta e non chiama, ma ha ancora abbastanza coraggio per non bastare a se stessa, per avere bisogno di cercare. C’è qualcosa, qualcuno da attendere. Ma l’attesa è ora pacata e paradossalmente luminosa, segue lo sguardo che si affina e si approfondisce sui dettagli: il mare del Sud che splende fulgido sulle maioliche, il volo fortuito di una coccinella, che porta alla memoria la junghiana Cetonia Aurata, la parabola di un insetto che coincide con un sogno, un potente principio di rinascita posato sul davanzale dello studio di uno psicoanalista da un sincronico messaggero alato. A saper leggere nelle piccole cose, ogni chiuso reca dentro un aperto. L’attenta osservazione del limite è il passo indispensabile per rimettere insieme l’ossatura interrotta della coscienza. E, infine, fuoriuscire.

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