Quintavalla Maria Pia (9.14)

 Maria Pia Quintavalla, Mater I,II
"Poesia" n. 296, settembre 2014

Studiando l’opera di Maria Pia Quintavalla abbiamo già scritto di una visione della realtà ancora tridimensionale, priva di schermi e, soprattutto, prima degli schermi, che hanno finito per appiattire la vita in 2D e che ora si affannano a recuperarne la profondità, sempre attraverso l’effetto speciale della tecnologia. In Quintavalla, invece, l’effetto speciale è la quasi imbarazzante nudità della vita. In riferimento alla prima parte di Mater è infatti la stessa Quintavalla a fare il nome di Sarah Kane, drammaturga di spicco dell’in-yer-face theatre, teatro britannico estremo e scioccante, che non risparmia niente dei bassifondi delle passioni umane, che non si benda gli occhi davanti alla violenza sotterranea all’amore: la manifesta, anzi, la espone e ci tira a specchiarci nel suo specchio nero. Come la Kane e la sua linea drammaturgica, Quintavalla ha il coraggio naturale di mettersi in gioco, la sua scrittura è una presa diretta sulle voci di dentro. In questo caso, quella di sé figlia, che rivolge all’ombra possente della madre la propria analisi in forma di supplica violenta – poi di se stessa madre, in un poemetto doppio e matrilineare che mette in scena l’amore tellurico di tre generazioni, delle quali Quintavalla è lo specchio centrale, la voce di snodo, la testimone orante. L’esposizione di questo complesso lavoro psicologico e spirituale ci chiama, ci dà in pasto a noi stessi, in un’opera di macro autofagia che ci permetta infine di vomitare il veleno freddo del cuore. In questo caso, filiale e materno. Chiunque sia donna conosce infatti il trauma e la dolcezza di essere figlia, ed è esplorando a fondo il proprio trauma di figlia che possiamo sperare che la violenza inevitabilmente subìta non venga perpetrata nella generazione. Grande è il lavoro che spetta a ogni donna per essere una madre diversa dalla propria madre: “Guardo a riva se alcuno / trasporti via da me una lei lieta”. L’atto del generare nuova vita contiene infatti il desiderio e la volontà della vita stessa di essere nuova e chi scrive partecipa al proprio atto creativo carnale attraverso le proprie parole, che sono anch’esse carne che deve sollevarsi dalla pagina con una voce non banale, propria.

Nella seconda parte di Mater emerge dunque la carne nascente di Sarah che, dopo la catarsi e il riso di chi l’ha generata, tenta una dizione autonoma, impastata a una infine meritata felicità. Nell’opera di Quintavalla abbiamo sotto gli occhi tutto il dispendio fatto per amore, per un cocente desiderio di essere all’altezza della propria-altra carne gettata nel tempo futuro, destinata al futuro, ora che noi chiudiamo le nostre ali nel gesto del silenzio e della cova: “lei non corre / più accanto alla tua vita ma davanti, / la sospinge e spinge via”. Questo serve: lasciarsi scavalcare. Questo è scritto, nella parole e nella biologia: è indispensabile lasciare che il passato faccia silenzio, per ascoltare la voce del futuro che abbiamo generato: “Lei è cresciuta / non parla la t u a voce”, né, forse, questo ritmo cantilenante cosparso di trattini cvetaeviani, come costellazioni che segnano una rotta già indicata, nei libri, da altre madri, che a loro volta hanno lavorato per costruire il tempo che abitiamo. Lasciando tracce, impronte, fili rossi interrotti che spetta a noi intrecciare al canto che, un giorno dopo l’altro, sale alla gola quando finisce il pianto: “lo diresti / quanto sangue e voce ci è voluta per tagliare / quel cuore intero in una luce sua”. Si tratta di sfilare le lame dalle nostre ferite, perché le nostre ferite non feriscano, ma il tempo rimargini e splenda, appunto, intatto, sulla vita di chi amiamo. Si tratta di fare che il microcosmo delle relazioni familiari prenda luce all’indietro, semplicemente per amore di vita. Infatti, per il tramite di questa figlia, la poesia di Quintavalla si piega anche alla (pur diffidente!) osservazione della realtà bidimensionale, fatta di schermi di computer e messaggini digitati al cellulare, di foto taggate, perché lei, Sarah, “il novecento appena lo ha leccato” e però (e perciò) “è più libera più umana”, senza trauma di guerre. Madre e figlia sono testimoni, affrontate e amanti, di due realtà che alla fine si saluteranno sulla porta di casa circonfuse da una radiazione luminosa, perché l’ombra junghiana del nostro inespresso talento alla vita lentamente si capovolge in luce, in questa carne che, come è necessario, ci abbandona luminosamente, non è più nostra.

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