Luca D'Agata (12.14)

 LUCA D'AGATA, Neuroma
"Poesia" n. 299, dicembre 2014

I neuromi sono proliferazioni iperplastiche di cellule del sistema nervoso periferico, adiacenti a cicatrici traumatiche. Essi sono corpo che si difende e si ricostruisce. Per eccesso, come nelle allergie. Come quando, dopo che siamo stati feriti una volta, perdiamo la naturale, la spontanea fiducia nella bontà degli uomini e della natura. E il mondo adesso è un posto inabitabile. Neuroma è un discorso pieno di inabitabilità, di nostalgia e di rabbia, che coperchia un dolore trattenuto e portato con nuda dignità.

Si comincia con qualcosa che non riconosciamo, ma che pure ci è familiare. Questo slittamento, questa specie di obliquità interiore è la cifra dell’intera silloge di Luca D’Agata. L’estraneo e il familiare, l’alieno in noi. La zona vuota e aliena che viene suscitata dentro noi da una perdita. Impariamo a convivere con un vuoto che in principio non decifriamo. Non credevamo di essere nati per decrittare gli scarabocchi che quel dolore ha fatto sul nostro volto. Non abbiamo ancora strumenti. Ecco l’estraneo che ci abita: la mancanza di uno che era un nostro luogo familiare. Colui che adesso manca – o ha deciso di mancare – dalla nostra vita, adesso è lo straniero, l’ospite alieno. Una creatura amata ha lasciato il suo calco – l’orma vuota di sé – nel nostro stesso esistere. La sagoma calcarea di un amore. Il guscio. L’involucro. Che riempiamo e riempiamo di parole, ancora e ancora, per non morire davvero. Neuroma è, infatti, anche l’iper proliferazione di parole che spendiamo per sopperire a un trauma, a un mancamento. Ma, sulle prime, come il neuroma neurologico, le parole restano semplicemente a fianco di quel vuoto. Lo scudano, impediscono di sentire davvero quell’abisso che si è formato in noi. Sono argine e sono barriera. Parapetti, frontiere. Diga alle lacrime. Mentre continua a seguire il suo filo patrilineare di sangue amaro, D’Agata cita infatti, quale autore di una cartolina dal contenuto banale, uno degli psudonimi che Hölderlin, nel periodo più duro del proprio isolamento, usò per compiacere il poeta Waiblinger, al quale era devoto. Hölderlin rinunciò allora al proprio nome in favore di Kallalusimeno, Buonarotti. E, appunto, Scardanelli. Ancora: l’alieno in noi. La moltiplicazione di fenomeni vacui che siano barricata contro il baratro. Come i sacchi di sabbia di una trincea. Ci nascondiamo dietro una moltiplicazione. Nascondiamo l’assenza del nostro nome – il “baratro nel sentire”, cui ci applicheremo più avanti – dietro una proliferazione di nomi, amori e identità fittizie.

D’Agata tratta la perdita di un figlio – una creatura che non ha fatto in tempo a dire il proprio nome. Leggendo, abbiamo sentito il pudore di lasciar andare la nostra intelligenza oltre la superficie, già purtroppo così chiara e nuda, delle parole. Che dicono anche di una malattia – o di una cura – che obnubila la coscienza. E dicono “con lingua di bambino”. Dicono che si viene disgregati e ottusi da un dolore quasi insopportabile. Dicono un edificio abbandonato e un improvviso di passione umana che sfida il senso di morte, il guscio vuoto dell’animale che un tempo era vivo. I corpi dicono affermando i corpi. L’assenso della vita, anche qui. Quello che era inerte e abbandonato prende a muoversi. Provvisoriamente?

Dunque chi sono questi incolonnati, questi deportati dalla vita nel fondoscena di una Genova surreale, sgretolante, abitata da tafani angelici e dallo scenario infernale di un altoforno e dei treni che portano gli operai del turno di notte, evocando visioni storicamente amarissime? Probabilmente il dato cronachistico vuole si tratti dell’ILVA di Cornigliano, demolita in più fasi nel 2007 con una complessa opera di abbattimento. Probabile che la tossicità dell’acciaieria abbia una relazione con il lutto in questione. Chi sono infatti questi altri, che si dirigono come a un’impiccagione? portando tra le braccia la bara bianca dell’amore perduto per mai più tornare.

Ma la sorpresa è che si resta vivi. Nonostante tutto. Anche se noi stessi siamo quello che abbiamo perduto. Siamo talmente, midollarmente intrisi dalla perdita – come dentro il midollo delle ossa sono penetrati i veleni della fabbrica – da essere solo perdita. Così, perdere sé. Siamo perdita e, pure, siamo ostinata sopravvivenza. Il meccanismo complesso della natura. Portiamo quello che abbiamo perduto come un arto fantasma. Non cosa che ricordiamo con la memoria vigile, ma una compresenza permanente, “un baratro nel sentire”. Una voragine, una caduta, un irreparabile slittamento della nostra vita verso una zona più buia. La chiave della prosecuzione di sé gira nelle parole “ho compreso quello che sentivo / non altro, non la spiegazione”. Perché si ricomincia dal nucleo insopportabile e rovente del proprio dolore. Siamo passati nell’altoforno di quel dolore. Animale, di bestia. Con tutto il corpo. E ne usciamo mancanti. Assottigliati, acuminati. Ne offriamo questa dura testimonianza. Il resto, è letteratura.

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