Serie fossile (Crocetti, 2015)

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premio Achille MARAZZA
premio Alessandro TASSONI
rosa premio VIAREGGIO

finalista premio CEPPO PISTOIA
rosa premio PAGLIARANI
finalista premio DEDALUS
finalista premio CAMAIORE

finalista premio MONTANO
finalista premio LUZI
finalista Premio Letterario Internazionale Indipendente 2017

Serie fossile testimonia un amore dirompente, che denuda il mondo e inverte le forze dello spazio e del tempo, riconduce ciascuno al suo gesto interrotto in chissà che preistoria di solitudine e disordina la materia umana al di là di ogni Legge, fino a specchiarsi nell’abbraccio al quale due galassie gemelle sono destinate. Questo amore è memoria platonica del mondo originario (popolato da scimmie, tigri, cavalli, fossili, serie numeriche, ambra, oro e rose) e documenta l’alba di un universo, che porterà notizie nuove e cambierà per sempre il corpo e l’anima di chi lo prova. Un canto d’amore assoluto e anticonvenzionale: ironico, tragico, scientifico e farsesco, che non crede a quanto sovrappensiero viene detto “realtà”.

motivazione premio Achille Marazza

Come ben indica il titolo, Serie fossile (Crocetti editore) di Maria Grazia Calandrone allude nel contempo a una serialità – nel segno della ripetizione e reiterazione di modalità anche contrassegnate nella loro articolazione interna da simboli, loghi e tipografismi che paiono rinviare a un linguaggio cifrato e cuneiforme – e a una dimensione fossile, arcaica, che attinge all’originario della pietra sepolta e riesumata dal mondo ctonio uterino, al sapienziale, a quanto in poesia necessita di dipanarsi progressivamente per tappe d’avvicinamento a un nucleo sfuggente, che qui pare essere, forse, l’intima natura stessa dell’amore e della presenza. È quanto, in un fragile e pur strenuo equilibrio, affiora dal “lacerato involucro”, fa affiorare “la bestia” che “è corpo” (e il pensiero richiama alla memoria un celebre film di Walerian Borowczyk del 1975), carsicamente prepara dal buio degli anfratti la rinascita di un io rigenerato dall’incontro con l’altro: istinto, amore, maternità e risurrezione. Nella misura ampia, dinamicamente iterativa ed effusa del verso, quest’opera si configura come un recitativo che convoca “albe” rimbaudiane e saperi di varia natura in un gioco di tessere che fanno del corpo un teatro, il ferino, mistico “dono della grazia”. (Fabio Scotto)

 motivazione premio Alessandro Tassoni – decima Edizione, anno 2015 - Poesia -

Questo mondo voluto dagli uomini in senso marcato e dalle donne nei secoli dei secoli complici cooptate irrazionalmente, ha fatto ormai  il suo tempo.
Non risponde alle impellenti richieste di un equo sviluppo che tenga presente l’amore nel senso prevalente di solidarietà tra le varie specie viventi.
Sopravvive invece in forme stereotipate, sedimentate, inerti e sterili.
A visitarle nel tentativo di ricostruire il sogno infranto di una loro vitale interconnessione, provvede l’attenta campionatura di “Serie fossile” di Maria Grazia Calandrone.
Spaziando lo sguardo dalla realtà personale alla storia più lontana, arcaica, in pendant continuo con  la madre Terra, in una forma assolutamente libera da schemi ma  carica di segni grafici lettere antiche loghi simboli quasi esoterici, il testo presenta una parola così  piena di sé e del suo ultimo statuto da deflagrare sperimentalmente in un magma verbale barocco e esaustivo di possibilità virtuali.
Dove c’è la negazione dell’esistente, ma anche il suo perfetto contrario: la speranza di una ripresa evolutiva. la possibilità di una scorciatoia esistenziale che dia un futuro non solo alla terra ma anche agli uomini e alle donne che la abitano.
In questa apertura verso una comune alba possibile il valore precipuo di questo testo. (Nadia Cavalera)

premio Camaiore 2015

motivazione finale Ceppo Pistoia

Per la furia e il disordine sensuale di una “amazzonomachìa”. Calandrone recupera una vitalità primigenia da bestiari, lapidari, erbari per tentare una catalogazione delle passioni.

Maurizio CUCCHI, "TuttoLibri" de "La Stampa", 14.2.15

ascolta le poesie di "Serie fossile" a Radio3 Fahrenheit (2-6.3.15)
ascolta l’intervista di Livio Partiti su "Serie fossile" per TRS Radio (16.5.15)

abbi cura di lei, mi ha detto. sì, ho detto io. amala, mi ha detto. sì, ho detto io. non lasciarla mai sola, perché attraverso il tuo amore lei ama se stessa. e io, non ho potuto più rispondere

22.9.2013

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© – fossile
 
metti una mano qui come una benda bianca, chiudimi gli occhi,
colma la soglia di benedizioni, dopo che
sei passata attraverso
l’oro verde dell’iride
come un’ape regale
e – pagliuzza
su pagliuzza,
d’oro e grano trebbiato –
hai fatto di me
il tuo favo di luce
                             
una costellazione di api ruota sul tiglio
con saggezza inumana, un vorticare di intelligenze non si stacca
dall’albero del miele
 
                                   – sarebbe riduttivo dire amore
questa necessità della natura
                                                     
                                                    mentre un vuoto anteriore rimargina
tra fiore e fiore senza lasciare traccia:
                                                             
                                                              usa la bocca, sfilami dal cuore
il pungiglione d’oro,
la memoria di un lampo che ha bruciato la mia forma umana
in una qualche preistoria
 
dove i pazzi accarezzano le pietre come fossero teste di bambini:
 
                                                                                                           avvicinati, come la prima
tra le cose perdute
e quel volto si leva dalla pietra per sorridere ancora
 
 
24.5.13

© – fossile in Corriere TV

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irradia benevolenza

ogni volta che ci veniamo incontro
una creatura inattaccabile
sale dal centro  
come una sfera d’oro
e irradia
benevolenza [...]

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ي – acconsente


vista frontale della cavalla: bruna, lucida, vigile. porta
il calco triangolare di un tallone
bianco al sommo del capo: uno schizzo lunare.

la bestia è nitida come la luna:
                                               il rilievo del muso, la struttura
                                               dei pettorali, la conca forte
dei lombi. una forma alla piena potenza, nera
in fondo alla strada del quartiere: ispeziona
l’erba, gli stenti cespi
di malva ai piedi del muretto
che asseconda la minima radura.

                                                                  ruota, scalcia, s’impenna, posa a terra
                                                                  le zampe anteriori, per slanciarsi al galoppo.
                                                                  ricomincia, in maniera sintetica.
                                                                  io mi volto, le giro le spalle. lei potrebbe
                                                                  travolgermi, piuttosto
                                                                  oltrepassarmi. cambiare direzione.
                                                                  oh, lei non tradirà.

la sento scalpitare: imbizzarrita, incerta. sento la polvere strappata al suolo
dagli zoccoli, le scintille dei ferri
battuti sull’asfalto e l’aspersione di un sudore bianco come incenso.
l’animale è improvviso e improvvisa
la calma

con la quale si affianca
alla mia destra. sbuffando
prende il mio passo umano: per un tratto
camminiamo in silenzio. poi
allungo la mano, per sfiorare
la piramide muscolare
della sua guancia sotto l’occhio. caldo
del manto sotto le dita: corto, morbido, in pace.

                                                                    giro la mia irrisoria testa umana e guardo da vicino
                                                                    il suo occhio sinistro: nero,
                                                                    rotondo e folle di dolcezza.

l’intero fianco della bestia cede,
piega le zampe
anteriori per lasciarmi salire
sul nudo della groppa: corpo
a corpo, senza sella. ecco
l’incastro:
lo strumento, la cosa. ecco la cosa fatta per andare.

8.10.13

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io mi fido di te


quando l’alba era un coro levato da una terra radiosa
quando eri iniziale e dal tuo labbro
gocciava l’amnio
del troppo amore non sarà troppo? tutto questo amore

fra le tue braccia ricominciava il grido delle rondini in aprile e l’odore di muschio e di rosa canina della
                                                                                                                     casa sulla pietra viva, l’impeto
della pietra e il rumore del ferro delle biciclette tra le piante di fico ad altezza umana

a volte avevi sapore di sale come il deserto, a volte
la logica della merce abbandonata in un porto
tra i fischi delle navi e dei cormorani

allora ripassavo con lo sguardo
il bassorilievo delle tue belle vene, il delta che affiorava sulla tua fronte quando sotto la volta 
            dell’intelletto strisciava il branco silenzioso e illogico del desiderio, allora un’iridescenza di mante
si levava dal fondo sabbioso del tuo essere e immaginavo
gli affluenti perduti nell’opacità del corpo
come ombre idroelettriche

qualunque raggio, qualunque bene
e male tu incarnassi, riconoscevo il suono delle tue scarpe azzurre

la gioia dura del fiore
nel giallo
del chiostro

poi la nebbia depone il suo silenzio sul lavoro invisibile della crescita
                                                                                                        e dei transiti umani
poi, avviene sul mare:
                                     la tua figura si ammorbidisce sotto il mio sguardo

cobalto
profondo

in silenzio
mi dici
rimani

perché non ho finito di fiorire

20.7.14

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nel caldo dei fatti
 
 
nella luce matura del pomeriggio estivo
la tua sedia come uno scarto fossile,
due bicchieri sciacquati e capovolti sull’acciaio lucente e il vino
che sa d’erba e di fragole ora ha preso un’asprezza leggera
 
ma una casa è una casa, sebbene
a distanza di tempo contenga
le belle impronte del tuo amore, ad esempio
l’avvallamento fatto
dal peso caldo della tua testa
sul cuscino
                                           i moli perturbati sono cose che rimontano a ovest
 
uno sciame metodico di cose
 
la ferita era prima. tu sentivi spianarsi alle carezze
la corda dura della cicatrice
e la corazza
cedere
 
eri nata per questo. bastava il balsamo di tanto amore. bastava stare
fra le mie braccia prima della ragione
 
31.7.14

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estratti critici

ascolta l’intervista di Stefano Valanzuolo a MGC su “Serie fossile” (Radio3 Suite, 24.2.15)

Aldo Nove, DONNA MODERNA anno XXIX n. 3

Iniziamo da MGC, organizzatrice di eventi e conduttrice di una imprevedibile trasmissione radiofonica tutta poesia, Qui comincia, che apre al mattino le trasmissioni di Radio 3. Il suo ultimo libro, Serie fossile (Crocetti), è un raro gioiello di parola concentrata allo spasimo, un puro distillato di vissuta e dolorosa sapienza, che comunica un amore dirompente per il creato.

Recensione Amazon 19.6.18 - Un diario d'amore: I testi scansionati da un ipotetico diario, un canzoniere lirico che "canta" l'amore e quella metamorfosi che l'amore porta con sé. Maria Grazia Calandrone produce qui un'opera alchemica dove l'addensamento semantico, la proliferazione della parola, la simbolizzazione dell'essere si dipanano nelle stagioni, creando di fatto un canto/preghiera che spossessa l'io e ne evidenzia i margini, le fratture, le fessure, il dono. Il corpo amato diviene così "corpo del mondo", l'amante colei che nutre e che dà sostengo, mentre una luce brilla e attraversa tutto il libro e ogni sillaba si fa carne che incarna e dissangua (spesso il lemma "sangue" rintocca nelle righe). E mentre il tempo consuma e rode il soggetto lirico, il testo crea una cosmologia che non consuma la cronaca, che si fa assoluto bisogno, toccando le radici (altra parola-rito) dell' esistenza stessa, dell'istemi greco. L'amore è "l'uno che accade/ una volta, tra esseri vivi": la sua irripetibilità è inizio e fine, alfa e omega del sé e della conoscenza. Perché Serie Fossile questo sembra indicare: un percorso della conoscenza che è "sentire", oltre - finanche - ogni dire.

 Strani giorni, di Ettore Fobo, 20.10.16

Bisogna iniziare con una considerazione semplice e necessaria: man mano che si procede nella lettura appare  chiaro che Serie fossile di Maria Grazia Calandrone è un libro bellissimo, pervaso da una luminosità enigmatica, potente espressione di una pulsione abbandonica che nella scrittura tende come una freccia alla gioia, gioia naturale, primordiale, “preistorica”,  e perciò senza il limite della ragione, né della sua caricatura,  la follia; gioia pervasa dai meccanismi di una visione che sa liberare le parole del loro peso e poggiare la “piuma del futuro” sulla bocca dell’amata, giacché si parla, o meglio si canta, tra le altre cose, e direi soprattutto, dell’amore fra due donne. E Maria Grazia Calandrone sa parlare d’amore con quella chiarezza e grazia visionarie che pochi hanno; nelle sue poesie amore affiora come una forza magica, perfettamente terrestre ma anche cosmica, come vedremo, un’energia priva delle pesantezze retoriche che su di esso sono calate, una realtà trasmessa al lettore con i suoi sottintesi di estremo pudore.

Operazione di raschiatura dei concetti, di lavatura, di sciacquatura dei panni nell’acqua di un fiume linguistico che, per la forza della sua originalità, è lecito riconoscere già classico. Quella di Maria Grazia Calandrone è voce unica, ampiamente riconosciuta fra le più significative e originali del nostro paese.

Serie fossile è edito nel gennaio 2015 da Crocetti e questo sarebbe già di per sé sufficiente a garantirci che siamo davanti al miracolo della poesia. Miracolo che si rinnova sempre a dispetto del disinteresse che dovrebbe, o vorrebbe, minare alla radice l’atto poetico e ricoprirlo di discredito. E invece per chi legge libri come questo, diventa sempre più chiaro che la scrittura poetica è scrittura alla massima potenza di condensazione dei concetti che, lungi dall’essere nominati, catalogati o espressi,  vengono da Calandrone diluiti in un magma incandescente ed emorragico che sa come rivelare il mistero stesso del linguaggio. “Del poeta il fin la maraviglia […]/ Chi non sa far stupir, vada alla striglia” è il monito di Marino. La poetessa, nata a Milano ma residente a Roma, questa lezione l’ha appresa benissimo e la sua poesia  per chi la legge è tutta un dono di stupore.

Serie fossile è probabilmente una raccolta di poesie, ma ha l’aria di essere un poema o meglio ancora quello che i musicisti chiamano un “concept album” tanto sembra ruotare intorno agli stessi agglomerati di sensazioni e di idee, che sprizzano magia linguistica da tutti i pori. Così molti versi andrebbero citati per rendersene conto. Cito pescando più o meno a caso: “e io ero deserto/che si abbevera/alle lesioni della carne viva” oppure “impariamo a soccombere/alla materia: questo corpo/- l’effimero, è il miracolo” o ancora la sorprendente, eppure perfettamente logica, conclusione della poesia “x- metamorfosi”: ” io servo l’animale che adora il sole” o ancora “Brucia il sale dell’ultima stella/sulla ferita umana.” E si potrebbe continuare a lungo tanto il testo è tutto disseminato di folgorazioni, illuminazioni, apoftegmi, rivelazioni vertiginose.

Bellissima, in un modo più volutamente sommesso rispetto ad altre, la poesia “acconsente” ci rivela la potenza sacrale della natura - di cui si canta l’istintiva obbedienza alle leggi cosmiche - incarnandola nella figura di una cavalla che accetta di farsi cavalcare dopo un breve colloquio di gesti senza parole di cui la poetessa ci restituisce l’afflato con semplici tocchi naturalistici, “l’erba, gli stenti cespi/ di malva ai piedi del muretto”,  e raccontandoci con tono oggettivo e partecipe il passaggio della cavalla dall’irrequietezza alla calma che precede la salita in sella. Poesia di potenza descrittiva non priva di commozione sotterranea e segreta, che esprime la complicità fra il poeta-stregone e le forze naturali,  primigenie, animalesche, ctonie.

Scrittura di flussi, questa, che s’intersecano, si compenetrano, si sfaldano uno nell’altro. Flussi sorretti da una visione profondamente unitaria e coerente, "per metà fuoco per metà abbandono",  come nella citazione di Antonella Anedda,  posta come titolo di una delle sezioni del libro.

Nell’ultima straordinaria poesia in prosa abbiamo qualche traccia in più per capire quello che alla fine si configura definitivamente come poema amoroso; qui l’amore da vicenda privata diventa evento cosmico, in tutto simile alla prospettata fusione di due galassie e scopriamo così “la calma delle stelle”.

Libro bellissimo, dicevo all’inizio, che cresce man mano che si approfondisce la lettura e che rimane segno di un’esperienza poetica fuori dal comune, di una scrittura impetuosa ma soggetta a un calcolo preciso, a un controllo direi geometrico della forma, dove però più che alla geometria euclidea, Maria Grazia Calandrone sembra fare riferimento,  misteriosamente,  alla matematica dei frattali

Consigliato soprattutto a coloro che vogliono conoscere il linguaggio profondo della nostra epoca, per uscire dal mutismo autorizzato delle televisioni, dei giornali e delle chiacchere sociali, virtuali o meno. Questa è come una conversazione elegante sotto un cielo stellato che ci rimanda perennemente l’immagine di un’immensità sfiorata, sufficiente, però, a colmarci. Tutto questo fa di Serie fossile un libro imperdibile.

  Gianluca GARRAPA, Satisfiction, 30.9.15

Il viaggio che iniziamo a fare con Serie Fossile, è un viaggio nel corpo cosmico, nel mondo e nel corpo dei nostri ancestrali riti di esistenza. Siamo l’ape e il cavallo, siamo lo sguardo e l’occhio che lo coglie. Il senso panico che ci strappa al fossile che eravamo nel momento prima dell’incontro d’amore con l’altro, col mistero del suo mondo. Il collasso dell’amore. Non ci spieghiamo l’Amore. Lo scuotimento che non ha parole e che ci attraversa ma non è un linguaggio. Il simbolo.

La foresta dei simboli, la campagna, ormai inusuale, ahimè, è diventato proprio questo amore e questo corpo che l’autrice canta. Lo straniero, l’estraneo si rivela nell’andamento della prosa, prosa? Poesia? O corpo verbale, corpo di natura, prima del linguaggio? Questo amore che è Per metà fuoco per metà abbandono.

È l’alba di cui si scrive la petizione per il suo rilascio nella forma che è prosa poetica. O forse diverso modo di disporre il corpo del canto. L’intera raccolta distribuisce il canto in forme che sono espressamente e visivamente poetiche e in lunghezze evidentemente prosastiche.

Ogni componimento è seguito da un simbolo, un geroglifico, come le impronte: le belle impronte del tuo amore, ad esempio / l’avvallamento fatto / dal peso caldo della tua testa / sul cuscino.

L’odore che segna la presenza di cose, di un’ubriacatura e del pianto: odore di vino e di terra bagnata, pneuma e feci.

In amore le parole non sanno spiegare il perché delle parole.

È come rendere in sintagmi umani, parlati, le forme universali del mondo che fermano lo sguardo, l’udito, l’odorato: una costellazione di api ruota sul tiglio / con saggezza inumana, per necessità di cose che non potrebbe alcuna lingua e grammatica dispiegare in fonemi e lettere. Fossili, sono fossili le lettere. Che l’amore sradica al loro mai cominciamento. È necessario e – sarebbe riduttivo dire amore / questa necessità della natura –, il tiglio, il suo odore, quel suo ‘alleviare’ si dice ‘lindern’ in lingua tedesca e ‘lindern’ è una parola filologicamente imparentata con la parola ‘tiglio’.

Fossili di un pre-linguaggio, avrebbe detto Lacan. E forse che lo scandalo è l’irruzione del linguaggio a voler identificare un corpo, o i corpi quando col loro incontro suggellano un’antica attrazione astrale. La gravità delle cose, la / forza gravitazionale che sulla terra viene detta destino, perché il mondo è fatto di cose e di s-oggetti, l’ape si comporta / come un oggetto di sconosciuta bellezza, i bambini abbandonati sono piccole cose che volano.E come oggetti per la troppa gioia / d’essere amati, cadiamo / sulla terra.

C’è questa fragilità di cosa, questa ineffabilità e durezza, questo splendore che è insostenibile e sicuramente inenarrabile. Il ronzio che ricrea il mondo e lo fa rinascere. Rinascere è una delle parole chiave, insieme con Alba, che percorre tutto il corso della storia di Amore in questo libro. Ogni amore ha conosciuto una morte e una rinascita. Un lutto primigenio e un abbandono epifanico che fa riconsiderare la luce.

Quanta gioia e quanta malinconia di cose che non sono mai nate e già sono perdute nella frenesia dei corpi che, decomponendosi, scompongono il mondo, questa eccedenza ronzante in cui l’uomo continua a esercitarsi. Ad amarsi.

L’alba, nome adespota che nessuna santa porta e che il canto riempie di odori. Non c’è una parola per un odore. L’odore è quello che è, ha un profumo di mosto e di deserto / la terra, odore di vino e di terra bagnata, un olfatto di cane / ha fiutato / cosa è rimasto / del corpo perduto. Ciò che resta del corpo è questo geroglifico che l’amore rende rotto: amore / – geroglifico / e germoglio – / accadi: / varchi / la soglia, scalzo / e senza volontà – e piú  / arrivi inatteso, piú deflagri e trasformi / la memoria in Presente, / portando in te il teatro della lontananza –

Questo canto d’amore che fa la terra specchio della parola e dell’uomo, nella sua forma, piega i cespugli affinché essi assomiglino a un volto umano. Ma le mani, d’altra parte, si sciolgono come aria. Un’osmosi panica, quando c’è Amore, quando si può dire dell’anima che ci ha innamorato: sei come un balsamo sulla ferita che tu stessa procuri.

L’amore è sradicamento: chiudo gli occhi per vedere / come vede / il ramo stroncato. E cosa siamo mai, noi, per essere assaliti, attraversati e goduti dal Demone e dal Dio se non limpide cose fatte di ali / e ossa vuote, queste cose irrisorie e senza nome o cuore

E siamo cosa noi in questo laccio d’amore: tu che animale sei, che annusi l’aria / morendo / e morendo possiedi. Siamo il corpo e forse tutta la poesia nasce lì, nel corpo, nel grido che si vuole fare parole e farsi capire, la conoscenza passa per il corpo. E la parola è, forse, che la madre quando ci pulisce dalla terra, dall’orrore della solitudine: la madre con la lingua / toglie la terra / dalla faccia al piccolo.

Il grido, allora, la rabbia, quel rumore sordo che è rumore del cosmo e delle cose di ogni giorno: {il rumore di fondo dello spazio è il rumore domestico delle / stoviglie, che echeggia a lungo / tra le rovine, questo povero modo di tornare umani}. Quando ami, sei un ingranaggio che si mette in moto, inizi a cavalcare, a vedere, a sentire un rumore di cose che si stanno facendo, avverti come il pensare, (ah, la bestemmia! / del pensiero), il ragionare, sia fatuo, la fatuità dell’io,che ci sputa in faccia come il miracolo sia questo corpo / – l’effimero. Ancora: la saggezza dell’amore che non ha legge, puro desiderio che non conosce limite, e incide la carne come da ragazzini innamorati di scolpiva la corteccia di un albero: questo è quanto conosco dell’amore: le ferite che impiegano / anni a tornare / carne che vuole essere ancora benedetta dai baci.

Sa, questa Poesia, richiamare il divino, scacciare l’indifferente, rifarci cose umane, vive, sradicati dal fuoco del reale e scagliati nel rombo delle stelle. Ridare desiderio. È scandalosa questa Poesia, che canta, di questi tempi, la forza del desiderio, è coraggiosa a richiamare i corpi-cuori a essere umani-animali l’uno con l’altro, a strapparci all’irreale del falso godimento delle informazioni autistiche, a tornare laddove i lupi sbranano, le api ronzano, il miele affoga e la luce acceca, nel creato, nell’amore. Dove tutto è uno e ognuno è nulla senza l’altro.

Andrea ROMPIANESI Scrittura nomade, 14.10.15

Già dalla prima poesia del titolo di Maria Grazia Calandrone  “Serie fossile” (Crocetti, 2015) emergono alcuni vocaboli particolarmente significativi: seme... elemento che genera, debolezza... fragilità ma anche preziosità, il sintagma “metti il dito” che riecheggia, in altro senso, il “mettere il dito nelle piaghe” del dettato evangelico, occhio... capace di sfiorare visioni in una sinestesia lieve, perdono.. dal quale si intraprende un nuovo cammino. Ci sono misure vegetali e sensi umani che compiono il loro tragitto sulla pagina divenuta foresta di simboli evocante motivi letterari nei quali il peso dei termini è condensazione minerale e correlazione di elementi. Versi asimmetrici e proposte di rime operano nella danza aperta dagli spazi un rivissuto reinterpretare i segni alla luce di una fisicità ancestrale. Una preistoria dove già vivevano sguardi che testimoniavano passaggi, rinascite... “sei passata attraverso/ l’oro verde dell’iride”. Una necessità della natura che è forza, dolore, ma anche molto di più dello stesso amore... quando il vuoto deve essere colmato dalla consapevolezza metafisica di soggiornare all’interno dell’essere che sussiste all’opposto del nulla. E niente di ciò che era prima sembra andato perduto; ogni traccia è orma di riti e ruoli incancellabili. C’è un’immagine molto significativa legata ad una partecipazione intima ma esposta, quando si nominano “bambini lasciati sulla sabbia salata/ come costellazioni terrestri”, quei “bambini abbandonati una volta” che però “tornano/ aspirati dal vento”. E c’è gratitudine, commozione, bellezza, anzi insostenibile bellezza, struggimento, tutto ciò che si oppone a un dato puramente oggettuale, perfino fossile. Sembra che Maria Grazia Calandrone, una delle voci poetiche più significative della sua generazione, qui voglia prendere atto di tutto ciò che esiste evidenziando l’infinita serie di relazioni tra l’effusione e la percezione, tra ciò che diciamo “io” e ciò che diciamo “mondo”, dove l’uomo si fa protagonista di una testimonianza quasi postuma ma ancorata alla condensata materialità dei nuclei esistenziali, dalle molecole sorrette dal soffio vitale intimo dei fenomeni. La metamorfosi “si apre all’alba”, tra componenti di un insieme abitato da sostanze, colori, vegetali, transumanze reiterate, allo stesso tempo quotidiane e simboliche, sensi del coraggio necessario per saper morire e rinascere. Ed è serie davvero, forse bianca o diafana, e forse ancora contraria al suo dire e predire, rifare verso a mutazioni distinte, a profumi, a suoni del sistro, a incastri di luce che segnano notti non apparenti ma devote alla combinazione delle essenze. La tecnica di scrittura sembra, a volte, voler sospendere la versificazione e farsi prosa, struttura poematica e prosastica in immediata alternanza, intelaiatura che vive iati ed inneschi fruibili ad un sentire progettuale ed ermeneutico. Tra passato e futuro sembra delinearsi nitido lo scenario desertico e arido ove però emergono, testimoni inattesi, tensioni e varchi, gioie e splendori, lucciole notturne e febbri primaverili, un infinito passato da cui sembra tornare una forma animale al trotto che richiama quella “cavallinità” espressa nelle pagine di un’opera di Giorgio Manganelli. Un nome che poi ritorna in vari momenti è quello di Pier Paolo Pasolini. Proprio il poeta corsaro è stato infatti particolare poeta del “corpo”, del famelico divorare ogni cosa per poterla sentire e porre sotto l’attento esame dello sguardo, dalla parte di un rito che scopre la “poesia in forma di rosa” e che qui diviene “amore a forma di cosa” nata e risorta in un trasumanare che è conflitto. Spesso i versi sono di una trincea dura, aspra, dove incombe un’assenza voluta di possibilità fonetiche ad altro rinviate affinché i depositi enucleati convergano verso la fisicità stessa di caratteri che, ad esempio, in un particolare testo si fanno anche tipograficamente anarchici, imprevisti, molteplici, esposti nell’atto di concretizzare quasi teche museali di un possibile itinerario nomade attraverso incisioni differenti. Una distesa di rovine, tracce archeologiche dove, in contrapposizione, si pongono stille di sangue condiviso, radici di miti e culture veicolati in stimoli che sarebbero piaciuti a un poeta come Dorian Veruda, anche se la poetica di Maria Grazia Calandrone si muove in una dimensione sicuramente differente da quella propria di un certo mitomodernismo. Determina e caratterizza poi il tutto un aroma sensuale, un umore femminile che evoca a sé il diritto-bisogno di rivolgersi a un tu amato, ontologicamente espresso, dove il suono è senso e la cura è pace.

 Marilena RENDA, "alfabeta2", 25.6.15 - DI BESTIE E DI STELLE

Le poesie di Serie fossile portano tutte una data. Scandiscono cioè, in quella forma di implacabile progressione che è il raccontare le cose nell’ordine in cui sono accadute, il dispiegarsi di una storia d’amore che mette a vivo cose nascoste, forse mancanti, certo sepolte come reperti di un’umanità perduta.

Chi canta lo fa per eccesso, in altezza e in profondità, come se il rapporto amoroso consentisse di attingere una nudità e una radicalità dell'esperienza mai raggiunte. Non a caso uno dei primi testi, (°) - seme, contiene il sintagma «bruciatura del neutro», che fa subito pensare a Blanchot quando scrive: «L’ignoto è pensato sempre al neutro», oppure: «pensare o parlare al neutro equivale a pensare o a parlare a prescindere da ogni cosa visibile e invisibile, ossia in termini indipendenti dalla possibilità». E cosa c’è di più indipendente dalla possibilità dell’incontro con l’altro?

L’incontro con l’altro, come l’esperienza della poesia, porta in sé una dismisura che da sempre è la cifra del lavoro poetico di Maria Grazia Calandrone; i versi si addensano sulla pagina come se non ci fosse spazio sufficiente a contenerli, scalfiscono un limite, cercano visibilmente di portare il lettore in un luogo in cui non è mai stato prima. Rispetto ai libri precedenti, Serie fossile possiede un’inedita densità e compattezza; i campi metaforici, sempre soggetti a sconfinamenti, sono quelli del cielo e della terra, delle galassie e del germogliare, dello spaccarsi e sobbollire della terra (la «terra-alba», che tiene dentro il sopra e il sotto, come il canto della poesia). I movimenti, opposti ma complementari, sono quelli dello staccare e del saldare, dello spezzare e poi del ricongiungere, ma più di tutto del rifondare, dell’impastare, dello sciogliere, del versare e del ricevere.

Essendo l’amore processo alchemico che deve portare alla trasmutazione della materia del corpo, l’amante – figura araldica del cambiamento e della conoscenza di sé attraverso l’altro/a – nel rimanere profondamente se stesso balza davanti all’altro in forma soprattutto animale – ape, cavalla, uccello, scarabeo –, e nel suo movimento di rivelazione non manifesta solo il proprio desiderio, ma si trova a incarnare l’animale interiore dell’altro, quello che viene nei sogni a dirci chi siamo e cosa vogliamo, oppure a rivelarci i contorni di un mondo che nella coscienza già esisteva ma a cui solo la presenza dell’altro permette di emergere («il mondo era un’opera grezza, un non-del-tutto / compreso intento della grazia»). Dice Hillman nell’animale del sogno: «Tutti gli esseri viventi sono pregati di presentarsi, di manifestarsi, di farsi vedere, di rendersi ostensibili – ostentatio in latino era la comune traduzione del greco phantasia, la fantasia. L’ostensione di ogni animale è la fantasia che egli ha di se stesso». In Serie fossile, questa fantasia viene ribadita in più luoghi: «[…] qui / non c’è che incarnazione / e lingua del pensiero»; «sono io che ti suscito? / questa tenera cosa / questo caldo umano / che si leva da te / è tutto fatto dalle mie parole / oppure / preesisteva / e risponde al richiamo?»; ma soprattutto: «[…] perché io / sono il corpo venuto dalla tua anima». L’altro è creatura che germina da un corpo che si muove in ogni direzione «[…] e, se respinge, ora che fibra / è commista con fibra, deve respingere il suo stesso corpo».

I misteriosi geroglifici che accompagnano i titoli fanno da segnaletica interstellare, forse a indicare alle stelle stesse la loro posizione. L’amante, figura della nudità e del nutrimento, sposta sempre più in là i confini del gesto e della parola finché il suo stesso movimento, che è movimento celeste di cieli, albe, asteroidi e galassie, non spinge entrambi al di fuori del cielo in cui, per una breve e miracolosa stagione, hanno vissuto insieme: «risvegliandosi nel cuore della notte invernale nelle condizioni descritte, l’osservatore Alfa si siede e aspetta. se richiesto di cosa stia aspettando, risponde: che infine sia l’alba».

Daniela ATTANASIO, "il manifesto", 12.5.15 - DIARIO PER UNA PREGHIERA PAGANA

Chi scrive la raccolta poetica Serie fossile parla in prima persona di una storia d’amore rubata dalla profondità della terra e gettata nella materia oscura dell’universo. La scrittura sembra essere per l’autrice un pretesto, come fosse un appiglio al quale aggrapparsi per dare corpo al suo realismo visionario, o come fosse la scusa necessaria per superare la difficoltà di raccontare ‘a voce’ la propria passione amorosa. Ma è anche il pre-testo, un luogo concettuale dove si sviluppa la sua idea tellurica della passione, preesistente alla forma stessa dell’amore. Già il titolo porta il lettore in un’area remota del tempo e in uno spazio sotterraneo dove si arriva scavando e dove si raccolgono organismi vissuti in altre ere e che, ancora vivi, si sono cristallizzati nella resina indurita dell’ambra.

“Sarebbe riduttivo dire amore”, è scritto in una pagina iniziale della raccolta. E infatti, in questo lungo diario di indagine immaginifica e realtà narrativa si parla dell’amore sovrumano, quello che l’amante-autrice del libro vive in congiunzione con la natura, con le sue creature e i suoi fenomeni e dove lo sguardo registra e assimila le trasformazioni del corpo amato. Ma forse anche questo modo di sentire, che va dentro e oltre i sensi, questa disposizione a osservare con paziente inquietudine il fluire della bellezza e del calore umano da un corpo all’altro delle amanti, sono pretesti creativi e insieme creaturali. Il corpo descritto viene infatti evocato, in una sorta di adorante preghiera pagana, come esemplare primigenio della specie, una figura che incarna la completezza della natura femminile e la sua sfuggente realtà.

Serie fossile non è solo un canto d’amore e Maria Grazia Calandrone non ne è soltanto l’autrice. Il libro e la donna che l’ha scritto sono la testimonianza di un’impossibilità a considerare e condividere quella specie di statuto morale che regola i rapporti umani all’interno di una società costituita. Il pianeta abitato dalla donna-poeta si raccoglie in un solo essere che in sé contiene il senso della vita, della morte e della scrittura. Non è un canto solare ma un’ode ctonia che fluisce dalla terra per rendersi evidente alla sua stessa autrice: “Questo caldo umano che si leva da te / è tutto fatto delle mie parole oppure preesiteva e risponde al richiamo?”

Preistoria e preesistenza: in questo passato incalcolabile tutto è già avvenuto e tutto resta nella sua evidenza; sopra ogni altra cosa la ‘parola’ e la ‘terra’ “che la imita”. Forse, come è stato per Whitman, il vero innamoramento di Maria Grazia Calandrone è per le parole che vengono prima del corpo, prima del fossile, prima della natura, prima che il magma fuoriesca dalla crosta terrestre. Parole di pregnanza ustionante che lasciano un segno nero di scrittura sulla pagina: “io ti sento venire come solitudine / dai pontili che gettano nell’Adriatico / qui dove insiste ogni cosa del mondo / in una pace grande / come un bulbo di prua: pesci guizzanti / sulla pietraia, ruggine dei giardini / autunnali, pieni / di caduta, volti erosi / dalla bellezza e felici secondo giustizia”.

Nella parte centrale del libro si apre un mirabile inserto di ragionata consapevolezza (anomalo rispetto alla lunga sequenza di invocazioni e visioni amorose), intitolato “Petizione per il rilascio dell’Alba”. E’ un lucido trattatello sul risveglio del corpo amato che, incapace di aprirsi al desiderio, si è ‘spento’ in una malinconica nostalgia di vita. Uno scritto che graficamente si muove tra prosa e versi e in cui la voce narrante, con una scelta di scrittura antilirica o più semplicemente impoetica, intrisa di fioriture ironiche e con il ritmo espositivo di uno scritto notarile, indica gli eventi “malaugurati” che hanno determinato il richiudersi del corpo dopo una breve apertura e rinascita: “…al corpo su detto mancano aria e luce / ed esso mestamente si va / spegnendo, nuovamente / s’incurva e si scava nel viso.”

Nel racconto di questa storia a una sola voce, quando la corrispondenza dell’amata si spegne, lo sguardo dell’amante si sposta dal corpo e dal ricovero oscuro della terra cercando nuovi spazi d’indagine nel cosmo. Non più gli organismi fossili che racchiudono e fissano corpi vivi e amori ma due galassie gemelle che “la forza di gravità di ciascuna nei confronti dell’altra” ha portato a “confondersi in un unico grande fenomeno, in un abbraccio pieno”.

Giovanna ROSADINI in la 27ora del CorSera - COSA SUCCEDE QUANDO CI INNAMORIAMO?

“Innamorarsi non è soltanto essere attratti da una persona, vederla bella e desiderabile. E' un mutamento interiore di tutto l'essere”, ha scritto Francesco Alberoni in un famoso saggio entrato nella storia della sociologia.

A questo interrogativo risponde a modo suo un libro appena uscito. E scrivendo a modo suo intendo nel modo peculiare e personalissimo che è quello della parola poetica. Il libro in questione è l’ultima raccolta, dall’emblematico titolo Serie fossile, di una delle poetesse italiane più conosciute e apprezzate, Maria Grazia Calandrone. Pubblicato da un editore che della Poesia ha fatto il suo campo d’elezione e il suo cavallo di battaglia, a partire dalla rivista che così si intitola: Nicola Crocetti.

In un mondo come quello odierno, in cui la banalizzazione del tema amoroso (pensiamo solo all’ambito dei social media, per non parlare della posta del cuore diffusa a livello di mass media o della pubblicistica specializzata) va di pari passo con la sua rimozione nella sfera pubblica della vita delle persone, un libro come questo riporta il tema della passione (o forse sarebbe meglio dire ossessione) amorosa al centro della vita, quella reale e vissuta di ciascuno di noi, ma anche del dibattito culturale dei nostri giorni.

Non è un caso che a scriverlo sia stata una donna, anche se la lirica di genere amoroso ha il più celebre degli antesignani in Francesco Petrarca, uno dei padri nobili (la celebre triade Dante, Petrarca e Boccaccio) delle patrie lettere, oltre che della lingua che oggi parliamo. Genere, peraltro, radicato in modelli culturali quali la poesia provenzale e il “dolce stil novo”, ma anche in quella tradizione ecclesiastica che sublima l’amore fino a una trasfigurazione mistico-elettiva (si pensi a sant’Agostino). Ma in Petrarca, come ha scritto Paolo di Stefano, “l’amore esiste come chiave di lettura, come centro retorico, come nucleo mentale attorno al quale si è organizzata una delle prodigiose macchine linguistiche della letteratura”. E certamente a questa “linea petrarchesca” extratemporale e presente nella tradizione italiana fin dal Quattrocento (c’è chi ha definito il grande poeta aretino un “enorme fossile” – per restare in tema - piantato nel terreno della cultura italiana e ormai inamovibile) si può ricondurre anche un libro, inequivocabilmente contemporaneo per movimento e vivacità che lo contraddistinguono (oltre che per un linguaggio aperto ai più diversi influssi ed estremamente diretto e comunicativo), come quello di Maria Grazia Calandrone,  vero e proprio canzoniere amoroso di inusitata intensità dei nostri giorni.

Ma lasciamo che sia la sua poesia a parlare:

giardino della gioia originaria
 
la tua carne nascente come una fiamma nella fiamma verde della campagna
io non credo ai miei occhi
 
vedo il bronzo dorato 
del corpo che si accosta
io non credo ai miei occhi
 
estrai oro volatile
dal tuo petto capace di provare amore e mi dici tra i baci è un miracolo
io non credo ai miei occhi
 
tutta l’erba e l’intero profumo della campagna sono stupore
 
questo pane lasciato nell’erba è stupore e lo è la bottiglia che schiuma sui fiori
 
non ti asciughi la bocca
la tua bellezza è senza sbarramento
 
nel mio sangue c’è spazio senza dominio, e dal centro di tutta la vita mi zampilla un abbraccio grande come il mondo
 
te l’avevo già detto
in città, ti ricordi? guarda, il mondo è grandissimo, è il tuo amore che si è fatto spazio
 
nuda a metà, l’asciugamano in spalla
cammini
con la carne rinata dai miei baci
 
con piedi da bambina
sali le scale,
sali a sentire dove comincia l’anima di una creatura viva
 
nel luogo cruciale
c’è un grande silenzio
e un ronzio di zanzare
l’oro delle tue labbra
la bianca oscillazione del tuo sangue
 
dal corpo amato affiora
un chiaro che trabocca,
tutto il corpo fa un suono di mare
come batte il tuo cuore
e nel mio sangue splende la stessa luce
 
ogni tanto ridiamo della mia pena
che non esistano parole più grandi
 
se io potessi aprirei il mio petto, ti ricordi?
 
invento io le parole
invento tutto il mondo
per farti felice
 
poi, ti ho lasciata andare come volevi
 
non andare, dicevo, mi manca
cosa sono con te, questa cosa
capace, questo spazio assolato che diventa il tuo bene
 
non solo il muscolo provava sofferenza, ma tutta la zona
circostante doleva
e il silenzio raschiava come una lima e completava l’opera spontanea del dolore
 
quale eco, che luna, quale zolla, quale cratere, quale
fra le alte stelle della notte che hanno illuminato la tua bocca ancora
felice per l’amore, che pietoso pianeta
si è mosso a compassione? cosa ha avuto bontà?
 
il tuo corpo ancestrale ha rilasciato il suo corpo astrale
 
alba che oscilli sulle cose mortali quando si svegliano
come se non dovessero morire
questo è quanto conosco dell’amore: le ferite che impiegano anni a tornare
carne che vuole essere ancora benedetta dai baci, non lasciarla mai sola
 
9.7.14 (pp.119, 120, 121)

Lo scenario è quello di una campagna assolata tardo primaverile; al risveglio della natura si affianca quello dei sensi dei due protagonisti di questi versi, dopo un lungo inverno di ibernazione e oblio.

Alba è la parola ricorrente in questa raccolta, così come Laura lo fu per il Canzoniere petrarchesco: nome fittizio, certo, o, più probabilmente, metafora dello stato nascente che ogni nuovo amore porta con sé?

Quello stato nascente che è la connotazione primaria, secondo Alberoni, dell’innamoramento: noi ci innamoriamo quando ci sentiamo pronti a cambiare, quando sentiamo in via di esaurimento le nostre precedenti esperienze amorose: è a questo punto che si avvia in noi un processo di destrutturazione-ristrutturazione, chiamato appunto in tal modo: siamo pronti a ricostruire il nostro mondo e cambiare il nostro futuro incentrandolo sulla relazione con la persona amata. Da ciò la celebre affermazione secondo la quale “l’innamoramento è lo stato nascente di un movimento collettivo formato da due sole persone”. Per Alberoni, che dopo il celebre De l’amour di Stendhal del 1832 ha scritto il primo studio contemporaneo sull’innamoramento, Innamoramento e amore, nel 1979, l’innamoramento è un processo della stessa natura della conversione religiosa o politica: l’individuo diventa capace di fondersi  con una collettività ad altissima solidarietà, ma in questo caso di sole due persone: la coppia.

Tornando alla poesia citata, si tratta di un testo collocato verso la fine del volume, che contiene quasi tutti gli elementi che caratterizzano l’innamoramento come stato nascente:il sentimento di stupore dato dalla rivelazione della qualità speciale che l’altro, l’innamorato, incarna; il carattere di miracolo che i due innamorati sentono di vivere nella reciproca scoperta, ovvero la percezione di vivere qualcosa che li trascende, un evento fatale, ineluttabile e più forte di loro… Ancora, il senso di rinascita che ciò comporta, il sentirsi reimmessi nel flusso della vita (vedi anche le allusioni al battito del cuore e al sangue presenti nel testo), e come tutto ciò sia connesso a un doppio movimento: da una parte in direzione di un recupero di qualcosa di ancestrale, di remoto e già vissuto, di primordiale (ed ecco spiegato il titolo, Serie fossile)  e dall’altra in senso ascensionale, verso l’alto (“il tuo corpo ancestrale ha rilasciato il suo corpo astrale”), verso una dimensione di completezza e ritrovamento dell’unità primigenia che ha a che fare con la sacralità dell’esistenza, dunque proteso in avanti e al futuro. Ancora, il senso di indicibilità che questo comporta, l’ineffabilità di una tale ritrovata condizione: “ogni tanto ridiamo della mia pena/che non esistano parole più grandi”.

La presenza della persona amata diventa improvvisamente necessaria alla vita di colui che ama, un bene primario ed elementare come l’aria, l’acqua, quel “pane lasciato nell’erba” del testo; “L’amato ha su di noi l’autorità di confermarci nella nostra identità personale o di genere, di svilupparla oppure di negarla e farla vacillare dolorosamente – ha scritto Stefano Levi  Della Torre in un altro e più recente bel saggio sull’argomento (Amore, Rosenberg & Sellier, 2013), e così continua:”Questo punto cruciale della legittimazione forse riecheggia qualcosa di primario, la legittimazione o meno alla vita dataci dalla madre e secondariamente dal padre al nostro ingresso nel mondo. Forse anche per questo l’innamoramento ha il sapore di un nuovo inizio, di un’iniziazione (…) La differenza sessuale, ma anche la differenza omosessuale platonica fra l’adulto e il giovane, sarebbero una frattura dell’essere originario, in cui le parti separate soffrono dell’amputazione. L’attrazione erotica risulterebbe dunque la pulsione a ricostruire l’unità dell’origine, riassociare il femminile col maschile e viceversa, sarebbe il senso di una mancanza che chiede una reintegrazione: a integrare la nostra parte mancante e a risvegliarle nostre parti latenti (…) Nel testo biblico invece è posto l’accento su un altro aspetto: Iddio pose la donna di fronte all’uomo come un essere della sua stessa carne e capace di stargli di contro (qenegdò), di confrontarsi con lui faccia a faccia. Perché nel confronto reciproco il maschile e il femminile riconoscono se stessi. Nella loro naturalità, ma anche negli stereotipi sociali che li distinguono (…) E tuttavia l’amore, nel suo “stato di eccezione”, sa essere ribelle alla gerarchia di genere costituita…”.

Leggendo la raccolta poetica di Maria Grazia Calandrone, questo stato nascente di cui si è detto prende forma nella prima parte del libro, attraverso una progressione indicata dai titoli emblematici dei testi: ecco dunque poesie come “Seme”, “Fossile”,  “Obbedienza”, “Trono del sole”, “Seconda vita”, “Finisce /ricomincia”, “Lacerato l’involucro”, “Mal d’aurora”… Altrettanto emblematicamente, il secondo momento di questo percorso, che si snoda in sette sezioni, si intitola “Nel mondo”, ad indicare proprio un ripreso contatto con la vita e il cuore pulsante delle cose, una ritrovata sincronizzazione con l’esistenza nel senso più ampio e più pieno. La persona amata è cantata, celebrata e declinata in un florilegio di immagini, come recita la poesia in apertura della raccolta, la già citata “Seme”:

(°) – seme
 
hai una debolezza di spiga,
muscoli di cavalla, un’arsura
di sabbia calpestata
nella spina dorsale
e un solco di aratura,
la solitudine di una bestia santa all’angolo
destro della bocca, dove un’intelligenza
appena nata ti sfiora
quasi senza svegliarti
 
metti il dito nel solco del tuo cuore, indicami
 
scopri la crepa tua da dove stilla
il mio sangue sulla foresta dei simboli e nel sonno che specie di amore
trabocchi
sugli oggetti intorno
                                  
                                   (quanto eccede
la misura del corpo finisce
per agire tra i legamenti elettrici del mondo
come la bruciatura
del neutro – l’inizio
dell’anonimo – poggia con tutto il peso
sulla Terra Straniera del tuo corpo – per favore
non dirlo, chiudi la bocca)
 
perché il tuo occhio destro sfiora le acque
di un mare sepolto
                                – seme,
profondamente
rovo e corona
di specie
sconosciuta –
                        apertamente tace come bronzo, cammina
nel presente
come in un tempio, come nella memoria –
 
                                                                      fin che dal fondo
dal teatro del mare
una creatura adulta disarmata
si alza in piedi, crede al tuo perdono
 
23.5.13 (pp.13-14)

Questo procedimento richiama un altro illustre precedente, quel Cantico dei cantici attribuito a re Salomone (leggendario per la sua saggezza e i suoi amori), che è stato uno degli ultimi testi accolti nel canone della Bibbia:”Una cavalla dei carri di Faraone/Mi sembri amica mia//E come sono belli/Le tue guance nei pendagli/ Il tuo collo nelle collane” (…) Come sei bella amica mia come sei bella/Fra le tue trecce i tuoi occhi sono colombe//Come un gregge di capre/sospeso sulle pendici del Ghilàd/I  tuoi capelli…”.

L’amore, notoriamente, implica un’elezione: l’essere amato diventa unico e insostituibile, e la massima aspirazione per la coppia di innamorati è arrivare a fondersi in un “noi”.  

“Nello stato di innamoramento, – scrive ancora Stefano Levi Della Torre –  siamo dopati: quando ci innamoriamo, produciamo in quantità eccedente un ormone che eccita il nostro cervello, la dopamina (…) L’ormone induce uno stato di felicità esaltata, rende più capaci di osare, disinibisce e rende più risoluti nelle decisioni e più capaci di stabilire connessioni (…) La dopamina rende anche più inclini all’illusione, poiché inibisce le zone cerebrali deputate alla valutazione critica e ai giudizi negativi, sì che le pene d’amore sono affini alla crisi di astinenza dalla droga”.

Così, proseguendo nella lettura della silloge di Calandrone, abbiamo la percezione di una difficoltà subentrata allo stato nascente, al momento iniziale della piena corresoonsione e reciprocità che coincide col rimarginare di antiche ferite e nella ricostituzione dell’unità primigenia: “Se non s’acqueta nel ‘voler bene’, se non si spegne nell’abitudine, l’amore è felicità e un patire. Solo fino a un certo punto, l’amore si alimenta dell’essere infelice e apprensivo, perché si diletta della sorpresa, del dono inatteso che emerge dall’incertezza”, conclude Stefano Levi Della Torre.

Dunque, “Per metà fuoco e per metà abbandono”, si intitola la seconda parte della raccolta, improntata a un inspiegabile sottrarsi della figura su cui tanto si è affettivamente investito… come si evince dalla poesia che segue, intrisa di un sentimento di perdita e nostalgia, dove alle sagome di tre animali è affidata la simbologia del nuovo stato:

Ɯ – scritto delle tre non solitudini
 
primo, compare l’asino: tiene il muso basso sui trifogli, gira l’occhio nerissimo sulla figura
che torna a muoversi nella casa d’aria
 
                                                            poi la cetonia aurata, lo scarabeo
della rinascita, capovolge lo schema
esangue
di una logica senza miracoli
nella disperata gratitudine delle mani
che, toccandosi appena, fanno strada all’insetto – e questo
è il numero bellissimo, è grazia
verdemetallica, acerba
 
ultimo, il cane giallo
custodisce la porta di un santuario, un colonnato
di lecci giovani nel caldo ancora umano della terra autunnale
 
 
dentro questa natura che fa tutto per noi tu cammini
disabitata, non più
all’altezza dell’amore: reggi da sola il caldo dell’offerta e il desiderio, non ti lasci fiorire con l’obbedienza
del gregge
e dei voli che non lo distraggono, perché il gregge non teme
nulla sotto la luna piena del pomeriggio
 
sei una cosa che pare leggera
e si lascia accostare
fra i tralci: amore
aperto, amore
che non resiste, non mi lasciare sola sulla terra
quella che dici pace
è il pianto muto del corpo
che colava la gioia della fibra profonda con la prua tesa
da un vento elettrico
 
io ti sento venire come solitudine
dai pontili che gettano nell’Adriatico
qui, dove insiste ogni cosa del mondo
in una pace grande
come un bulbo di prua: pesci guizzanti
sulla pietraia, ruggine dei giardini
autunnali, pieni
di caduta, volti erosi
dalla bellezza e felici secondo giustizia
 
                           – la lastra
                                            d'oro verde del limo nel sistema solare
                                                                                                       e il tuo bene –
 
ora, su questa terra
dove siamo
solco e bandiera
e impariamo a soccombere
                                          alla materia: questo corpo
                                                                                   – l’effimero, è il miracolo
 
6.10.13 (pp. 78-79)

Fanno la loro comparsa, dopo il canto partecipe della natura nella prima parte del libro e la ricchezza e pienezza tematico- lessicale che la contraddistinguono, parole come “disabitata”, “pianto”, “muto”, “solitudine”… Ma, significativamente, la speranza è affidata alla parola che chiude il poema, “miracolo”.

Come per una reazione chimica, è avvenuta una trasformazione da cui non c’è ritorno. L’amore porta con sé, sempre, una carica eversiva: cambia nel profondo coloro che ne sono toccati, sconvolge equilibri, relazioni e schemi preesistenti.

Recentemente, parlando con l’amico scrittore Tiziano Scarpa a un reading poetico cui ho partecipato nella sua città, Venezia, ragionavamo del fatto che solo la letteratura, probabilmente, può abitare la dimensione dell’assoluto e dire la verità. Ma, se questa divenisse di pubblico dominio nella realtà, probabilmente crollerebbe tutto.

In chiusura di Serie fossile c’è uno scritto memorabile che descrive l’abbraccio di due galassie gemelle (reali e con tanto di sigla indicativa) posto in relazione con due ammoniti fossili (la forma è sempre quella, a spirale) montate su un monile… Come già scritto, ecco l’amore come doppio movimento, retrogrado verso una memoria perduta e recuperata e ascensionale, in direzione futura e siderale.

A noi però piace riportare, in chiusura di questo post, una delle ultime poesie del libro, imperniata sulla figura dell’albero. Albero che pare richiamare, nella sua qualità “fossile”, quello dell’Eden biblico, l’albero della conoscenza del bene e del male che è stato interpretato, specie dal cristianesimo, come albero dell’Eros…

ϔ – albero, fossile

verrai nutrita
a lungo, avanti
nel tempo della vita, dai frutti
di un melo preistorico. in un futuro aprile, t’innalzerai
con la spina dorsale spinta
da una linfa nuova,
ricorderai la dolcezza dell’albero che non voleva morire e ributtava e rifioriva, ogni volta
che lo tagliavi. girerai indietro
la testa, allungherai la mano, la bella mano che con tale dolcezza accarezzava
i rami aperti del melo
e mangerai. allora tornerò nella tua bocca con la leggerezza della luce. e ancora,
al calor bianco del nostro tempo estivo, mangerai
la mela che ha pescato
al fondo del tempo, il frutto rosso e gonfio
come un’arteria, che scorre
dalla mia vita alla tua vita,
ma lontano, ma sotto, là dove non arriva la ragione,
nei luoghi inarrestabili. dimentica
l’albero. non pensare più a niente, soffiami via. che resti solo vita per la tua vita,
 
24.8.14 (p. 127)

Simbologia che si ritrova anche nei video che l’autrice, qui anche disegnatrice, ha tratto dalle poesie, insieme alla festa dei colori della campagna estiva:

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MICHELE ORTORE: speciale TRECCANI sulla lingua della divulgazione astronomica

Poesia «in ciel»

Non stupiscono, allora, i tanti casi in cui questa scienza è entrata, con ruoli più o meno importanti, in letteratura. Pensiamo all’importanza delle perifrasi astronomiche in Dante; oppure al genio di Leopardi che, ben prima di far dire al suo pastore errante Che fai tu, luna, in ciel?, aveva scritto a soli quindici anni una Storia dell’Astronomia dalla sua origine sino all’anno 1813. E tutt’oggi la poesia (almeno quella innovativa) può accogliere lacerti più o meno consistenti di lingua astronomica nel suo tessuto compositivo, raggiungendo risultati espressivi di particolare originalità, come capita in questa poesia tratta dall’ultimo libro di Maria Grazia Calandrone.

DOPPIOZERO Campioni # 15. Maria Grazia Calandrone, di GIANLUCA D'ANDREA, 5.1.2016

Nella produzione in versi di Maria Grazia Calandrone, Serie fossile segue La vita chiara, raccolta del 2011 che, evidenziando la necessità per la parola di porgersi come corpus mundi, si chiudeva sulla trasfigurazione estatica e sulla perdita: «Siamo già resti, Aurore – e sorridiamo. // Più di questo io non avrei potuto / con questo provvisorio delicato / corpo che si scuoteva in tutta la lunghezza per il mycobacterium, / una spora spugnosa / di dolore / che pronuncio con grazia / e contrappunto di nascosto a crome / di sangue. Quanta / castità laica da mantenere – quanta / astinenza, sorella!» (Alla sua ultima musa, in La vita chiara, Transeuropa, Massa 2011, p. 93, vv. 50-60).

Già la parola in La vita chiara brillava di una luce oscura, per cui il corpo della scrittura pareva seguire traiettorie oscillanti. Dal buio alla luce, appunto, dal santo al bestiale, senza gerarchie rintracciabili, in cui l’Io che prendeva parola, lo faceva dal corpus di una materialità sempre sull’orlo dell’esondazione: «La creatura è lo specchio nella cui unica cornice il mondo morale si propone agli occhi del Barocco. Uno specchio concavo, che può riflettere solo deformando», diceva Benjamin nel 1928 (Il dramma barocco tedesco, Einaudi, Torino 1999, p. 66) e così la scrittura di Calandrone sembra comportarsi. Esplicitandosi continuamente in un processo metamorfico, nell’esuberanza e nell’esperimento laboratoriale, quasi alchemico.

La volontà manipolatoria della materia verbale, in Serie fossile, è esibita già nei molti titoli introdotti da una “cifra”, da un simbolo con funzione classificatoria e seguito da una “nomenclatura”. L’artificio tassonomico (alla Linneo, per inciso, anche se la nomenclatura binomiale fu inventata almeno un secolo prima delle classificazioni del naturalista svedese, quindi agli inizi del Seicento) è il segno più evidente tra i molti di una raccolta che, anche sul piano strutturale, non lesina di scomporsi artatamente in un duplice frazionamento – corredato di micro-sezioni interne – con obiettivi speculari. Da un lato, nella prima parte, Serie fossile per l’appunto, si assiste all’anabasi del corpo attraverso le capacità “prospettiche”, fino a giungere, nell’altra, Per metà fuoco per metà abbandono (con esplicito riferimento all’Anedda di Notti di pace occidentale), al rischiaramento «dalla fibra più segreta» (p. 128) del codice, che si slarga oltre la prospettiva individua e nel tono più meditativo.

Nel passaggio oscillatorio dal micro al macro non si perde la necessità “nomenclatoria”, né la plasticità senza termine, ciclica. Barocco, dicevamo, cioè il gioco insito nel dramma: «Quando comincia, quando finisce / il gioco non sappiamo, forse / era giorno… ma solo che dentro / o fuori è poco diverso». Questo incipit da Lucio Piccolo (Gioco a nascondere, in Canti barocchi e Gioco a nascondere, Scheiwiller, Milano 2001, p. 59, vv. 1-4), può bene introdurre il testo qui proposto, tra i più rappresentativi di Serie fossile, perché evidenzia la tensione che si gioca tra il velamento e la “chiarità” bruciante e che, essendo l’ultimo della serie, è anche acme del progetto di commistione linguistica attuato da Calandrone.

L’intreccio e lo scavo, che già spiegano il titolo della raccolta, si ritrovano in γ – insieme MRK 1034, creando analogia tra il corpo minerale – le «due ammoniti sul tuo petto» – e i corpi cosmici delle due galassie gemelle destinate alla fusione. L’intreccio spiraliforme aderisce completamente alla volontà associativa di Calandrone, ed è un segno di riconoscimento forte. Un σuμβολον, di cui, d’altronde, avevamo potuto constatare la presenza quasi “geroglifica” in molti dei titoli, compreso questo. Il γ indicava, per i filologi alessandrini, il III libro dell’Odissea, il libro della partenza di Telemaco verso Sparta, il libro dell’alba dalle «rosate dita», della speranza positiva dell’incontro sotto il segno “rituale” della rinascita. Pur restando nei limiti della suggestione, il riferimento ci conduce a uno dei termini che scandiscono Serie fossile. «Alba», con ricorrenza sintomatica (la micro-sezione centrale è La sposa alba) e, direi, “volontaristica”: se collegabile allo sforzo “luminoso” della raccolta che emerge dall’accostamento simbolico tradizionale luce-gioia.

Il corpo spiraliforme delle galassie che “camminano” verso l’abbraccio definitivo, sottopone il linguaggio a un tour de force “conativo”. Provo a spiegare: attraverso la denotazione, cioè l’andamento “informativo”, da notiziario scientifico – i nomi e le sigle specifiche dentro il testo sono segnali di una preoccupazione anti-lirica –, si giunge alla suggestione connotativa del finale, in cui il contesto muta attraverso il rimbalzo nelle esperienze dirette del soggetto: «la suggestiva scoperta ha subito rimbalzato sui siti astronomici internazionali, nei primi giorni del luglio 2013. di quei giorni ricordo un dialogo sull’ironia della natura: scoprivamo che gli alveoli polmonari e il meconio si formano nel medesimo stadio evolutivo del feto umano: pneuma e feci. come sempre. l’umano».

I due movimenti del linguaggio creano un campo nuovo di referenza, anche se la natura “volontaristica” del messaggio corre sempre il rischio di esondazione del senso. Ma si ritorni al Barocco e alla dinamica dell’intreccio, alla trama invisibile o deformante che collega più mondi; solo seguendo questa traccia comprendiamo che l’esubero può essere contenuto nel rapporto, in quell’abbraccio che è sintomo di un’elargizione, attrazione fisica, dono, amore: «le due astrali Signore delle porte accanto hanno lasciato scie di sangue e dolcezza, scorie di amori ormai assorbite dal rombo dei venti galattici. ma la forza di gravità di ciascuna nei confronti dell’altra le porterà a confondersi in un unico grande fenomeno, in un abbraccio pieno».

L’accordo “impossibile” della pienezza si situa nell’attimo che precede l’incontro, così forse si può spiegare lo “squilibrio” linguistico messo in scena nel testo (l’attrito denotazione/connotazione cui si faceva riferimento), il quale agisce in direzione dell’impatto e ben oltre esso («ben oltre la mia vita» recita il finale), perché dentro un tragitto de-finalizzato. «L’impossibilità del godimento significa che esso avviene solo se non si deposita in uno stato […] e il suo compimento è il suo atto stesso» (Jean-Luc Nancy, Il «c’è» del rapporto sessuale, SE, Milano 2002, p. 45): in questi termini Serie fossile è l’atto successivo, l’allestimento di una relazione senza attori identificabili, senza altro assoluto se non i corpi, la massa materica nel suo procedere per apparizione e scomparsa. È esclusa, così, ogni trasfigurazione amorosa, il fondale è svuotato da ogni schizomorfismo di stampo avanguardistico, scompare l’effetto “invasivo” dell’alterità che isola l’Io. La tensione scenica si smorza nel registro basso introdotto dalla notizia: «cito, da un articolo di Eleonora Ferroni, in Notiziario dell’Istituto Nazionale di Astrofisica: “sono abbastanza vicine da sentire l’una la gravità dell’altra, ma non ci sono disturbi gravitazionali visibili”».

Non c’è inserzione di voci “altre”, non c’è scissione né sermocinatio o abuso fantasmatico della voce (vedi i molti fantasmi lirici della tradizione), quanto, piuttosto, la formazione di un conglomerato, operazione vicina ai tentativi resilienti di uno Zanzotto, come modello novecentesco realmente plausibile. Ma se il poeta veneto rispondeva a uno smarrimento ricorrendo alla “memoria”, a un panorama comunque nostalgico («Io pensavo che il mondo così concepito / con questo super-cadere super-morire / il mondo così fatturato / fosse soltanto un io male sbozzolato»: Al mondo, in La Beltà, 1968), Calandrone gioca le sue scelte rischiando l’oltre e il senso di là da venire, scommettendo su un futuro che è già traccia nel presente (nel caso di γ – insieme MRK 1034, la notizia di qualcosa che accadrà soltanto «ben oltre […] la vita»), in una commistione temporale che non è più linearità ma assenza: «questa forma cretacica fossile ha un disegno terrestre: le sue spirali, formate da rigoni d’inchiostro organico, riproducono la rotazione delle due galassie. cose forse avvenute nello stesso momento in terra e in cielo. 180 milioni di anni fa. cose delle quali siamo il futuro. o l’utopia. | questa insiemistica fantascientifica, lo stadio fossile-astrale della materia, è il mio dono per te».

                         foto Angela Malavenda

Alessandro CANZIAN 14.3.15

Serie fossile (Crocetti Editore 2015) di Maria Grazia Calandrone è un lungo e labirintico romanzo d’amore, un diario con tanto di date che ne scandiscono le coordinate psicologiche e le tappe del percorso. In una tensione vertiginosa Maria Grazia addensa la compresenza di ere e simboli, di corpi e scenari. Perchè l’amore ha come connotato l’essere questo e altro da questo, fino ad inglobare (fagocitare?) l’intera esistenza nei significati di una persona, di un corpo, di un suo atteggiamento.

Serie fossile è di fatto un percorso nel mondo, un camminare con le unghie attraverso la bellezza che fa male come questo spazio assolato che diventa il tuo bene e dove non solo il muscolo provava sofferenza, ma tutta la zona / circostante doleva / e il silenzio raschiava. Un mondo che ha avuto la sua esistenza, la sua storia, e che poi è scomparso lasciandone le tracce nei fossili incuneati nel presente che si differenziano dalle cicatrici perchè non sono cose trascorse ma assolutamente presenti nel loro essere inanimate, fossilizzate. Storia resa eterna in un momento che non si dissolve ma riporta continuamente alla sua vita. Attraverso la memoria. Che evoca la sua bellezza che è la bellezza inesauribile del mondo.

Maria Grazia Calandrone parla d’amore e utilizza il tu quasi come un pretesto per emergere da un mare continuamente evocato e invocato (guizza argenteo il pescato, un raccolto d’uranio e pallore / di sirene platoniche) / l’animale infierisce, non cede). Parla d’amore e descrive i filamenti umidi del proprio sé, della propria psicologia con l’atteggiamento di chi non ha più nulla da nascondere. Perchè ciò che è fossile è evidente, è chiaro, non ha più nulla di celato ma è l’evidenza resa ossa: in questa cantica pomeridiana / nuda e semplice, accosti / l’impianto chimico delle mani / ai muscoli del petto, quasi al cuore / – e il corpo / aperto / cola albume, un segreto / comunicare d’astri, / liquido antrale dolce come un melo. La memoria in questo tradisce la mente che la porta, perchè la tortura, la consuma a differenza del fossile che è cementato nella bellezza che era: alba che disfi il nero, alba che cresci sopra e reggi questa / divinocadaverica solitudine / come un trofeo.

Ma il trofeo alla fine risulta il mondo stesso, pur fossilizzato, inevitabilmente come il bene e come il male, e come la bellezza, perchè poi, ricordo la musica di un amore immortale sulla rovina di Massenzio: “e si ‘na stella canta pe’ ammore rimmane ‘n cielo mill’anne e nun more”. poi, ricordo un sorriso, così profondo da perdonare i morti, invincibile come la forza gravitazionale che sulla terra viene detta destino. e poi ricordo un suono di campane, semplice come il caldo della tua bocca / che dura qui, ben oltre la mia vita.

Marco Pavoni, UN INNO LAICO ALL'AMORE TRA CARNALITÀ, SCAVO PSICOLOGICO E RIFLESSIONE FILOSOFICA, "il Resto del Carlino", 28.12.15

La Recherche 13.2.2015 – Franca ALAIMO

L’invocazione “tigre-amore, pescami dal mondo profondamente striato / dove guizzo, portami / alla profezia, alla visione vera” (pag. 34), non solo consente di definire poematica, proprio in quanto rispondente ad un topos di genere, la struttura della recentissima silloge Serie fossile di Maria Grazia Calandrone, ma anche di inserirla all’interno di una tradizione dalle radici antichissime che fa della poesia una forma di conoscenza iniziatica. L’allusione, all’interno di un altro testo alla “foresta di simboli”, rimanda, in modo specifico, al simbolismo francese ed alla poetica che caratterizza i testi di Baudelaire e Rimbaud.

L’invocazione, inoltre, chiarisce immediatamente l’identità della figura femminile (la poesia stessa) a cui costantemente ed innamoratamente si rivolge l’autrice permettendole di spossessarsi quasi subito del suo “io” (dopo i testi iniziali di ricognizione delle cose del mondo) e di ristabilire quel vuoto pre-verbale, quella verginità primordiale necessari al pronunciamento di un , capace di risollevare la materia dal suo marciscimento (“alba che disfi il nero”) e purificarla nella luce dell’albedo. Lo strumento adoperato è la magia alchemica del suono-ritmo della parola poetica, che assume in sé il mondo e lo santifica attraverso le tre fasi della nigredo, dell’albedo e della rubedo. Tale processo alchemico accade, di fatto, testo dopo testo per successivi e sempre più esperti tentativi, come conferma la presenza reiterata di termini come alba, luce, bianca, talvolta accostati o rafforzati da altre immagini (dal bagliore di latte dell’alba, pag. 27) quasi per una necessità di estensione e d’intensificazione progressive del chiarore che rinasce dopo il lutto, dopo il pianto “per ciò che si è appena mostrato, per un imperfetto possesso e per la castità oltraggiata, per l’innocenza perduta senza compensazione”, come scrive María Zambrano (in “Verso un sapere dell’anima”). In questo modo l’albedodella lingua poetica o “tecnica bianca di sollevazione” (collocandosi la lingua poetica prima ed oltre ogni forma di comunicazione opacizzante) permette di riappropriarsi della gioia (Della gioia è, appunto, il titolo dell’ultimo capitolo di Serie fossile), che libera l’uomo dal dolore di essere sconfitto dal tempo e dal tradimento delle parole parlate e uccise dal tempo. Il salto dalla dimensione mortale a quella immortale si compie grazie alla fiamma amorosa del cuore: è la fase finale, quella della rubedo, che sacralizza di nuovo ciò che è stato desacralizzato (secondo la citazione dalla Medeadi Pasolini: ma ciò che è sacro si conserva accanto alla sua nuova forma sconsacrata). La parola torna ad essere mito e rito: in essa arde il pre-umano e perfino il dis-umano allo scopo di ricondurre ogni cosa nell’interezza dell’Uno, prima della scissura: il fiume Tevere, che “disarginato, traboccato sugli argini / in immature sacche d’acqua” invade una piazza e lambisce le colonne, diventa una potente metafora di questa nuova benedizione (“la beatitudine della città che intanto si spalanca”) del recupero dell’indistinto, del senza-confini.

A questa interpretazione della poesia come porta alchemica verso il segreto del mondo autorizza, soprattutto, il testo di pag. 30-31, nel quale si nominano non solo la nigredo, che trova il suo simbolo nella stryx, e l’alba (o albedo), ma anche la fase del cromo giallo, intermedia fra albedo e rubedo, rappresentata dal sole (“qui nel regno della materia esposta / al principio chiarificatore del sole”, pag. 59). La rubedo è il cuore aperto del drago (o serpente), cioè la consapevolezza dell’Eros come legame universale, nudo ed innocente, anteriore alla vergogna, secondo la citazione da Genesi, 3, 1-7: “Allora si aprirono i loro occhi e conobbero che erano nudi”. Il cuore aperto dell’amore è, infatti, la condizione necessaria per il raggiungimento della rubedo. Essa, come l’autrice scriveva nella sua invocazione, si realizza attraverso il fuoco della poesia, che alla materia transeunte del mondo oppone il suo corpo, ovverossia la materializzazione di struggenti visioni: Canna di flauto / per lodare, restituirmi l’inizio del mondo (pag. 20). La rielaborazione simbolico-alchemica delle Sacre Scritture è confermata in più passi, ma soprattutto investe il problema gnoseologico, a partire dalla figura del serpente, che abbandona il suo ruolo negativo di corruttore, e viene, invece, rappresentato come l’uroboro, che nella simbologia alchemica è l’immagine di un processo utile alla raffinazione delle sostanze. E così la mela, il frutto proibito dell’albero del bene e del male piantato al centro dell’Eden, che, colta da Eva, causa la scissione fra Dio e le sue creature, diviene “l’emblema splendido del sangue / della terra”, il dono per eccellenza che viene offerto alla Poesia per la celebrazione delle nozze alchemiche, “per arrivare dentro la tua bocca, o sangue del mio sangue”, per raggiungere “la fedeltà inumana”.

All’interno di Serie fossile sono inseriti due testi in prosa poetica: “Petizione per il rilascio dell’Alba” (pagg. 80-84) e “Insieme MRK1034” (pagg. 130-132), le quali, nonostante l’apparente diversità dei contenuti, di fatto costituiscono due fulcri narrativo-simbolici perfettamente corrispondenti. Il primo racconta una così intima simbiosi affettivo-conoscitiva fra il corpo ipervedente di Alba (o la poesia) e quello della Tenutaria, cioè della poeta, che, quando Alba viene sequestrata dalla Titolare (cioè la Parola consunta e offesa dal tempo quotidiano), la conseguenza è lo spegnimento della gioia e della bellezza del mondo. Da qui la petizione della Tenutaria alla Titolare affinché liberi la prigioniera Alba dietro un riscatto di 10.000 versi d’oro zecchino. Il testo è, dunque, una lettera d’amore che la Calandrone scrive a difesa della Poesia, come gioia, canto, danza, luce, bellezza e oro del mondo.

Il secondo testo racconta, con termini scientifici e immagini spesso liriche, la storia d’amore fra due galassie che, “in attesa di formare l’insieme al quale sono destinate, (…) svolgono un’intensa attività interiore, che porta entrambe ad uno sprigionamento di energie attive (…) esse sono due splendide officine, due fervidi laboratori di stelle. esse irradiano luce”. L’irraggiamento luminosissimo di entrambe, la forza d’attrazione reciproca che provocherà con il tempo un “abbraccio pieno”, una fusione dei due corpi in uno solo, spiega, infine, il senso del titolo: Serie fossile. La poesia, infatti, è simile all’ambra “che si chiude e fluisce verso un’altra creatura della terra per accoglierla irreparabilmente: un corpo anima” (come la simbiosi fra Alba e la Tenutaria; come le due galassie nello spazio); è quel retrocedere ai primordi del tempo, al primo sì, che rinnova il patto di conservazione, continuamente, continuamente. L’ambra della poesia racchiude la vita intatta, nonostante il tempo, diventando la dimora dell’accoglienza duratura “dopo che abbiamo abitato / – soli / come astri – l’effimera / grazia di un mondo fatto per finire”. Inoltre, l’incapsulamento della materia dentro l’ambra richiama l’utero, il luogo e il tempo dell’unità perfetta madre-figlio. La poesia è la maternità della parola. Perciò il figlio salta la rete, nel buio della notte e “Dopo diverse ore di cammino / ha bussato alla casa dell’infanzia / diceva solo mamma non è niente / diceva mamma sono solo / stanco, solo stanco.”

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