Policastro Gilda (2.15)

 GILDA POLICASTRO, Inattuali
"Poesia" n. 301, febbraio 2015

Gilda Policastro argomenta da subito per negazione: i suoi titoli (antiprodigi, Non come vita, inattuali) suggeriscono, montalianamente, “ciò che non siamo” e, nello svolgimento del compito che la poesia le assegna (o, per stare sulla sua sponda del fiume, del tema che ella stessa si è prefissata), l’autrice non mostra di possedere “la formula che mondi possa aprirti”. Policastro sviluppa il canto per opposizione, mescolando linguaggi e procedendo per interruzioni. Come promesso ormai quasi un anno fa, riporto qui le mie note, comparse sul lit-blog “Nazione Indiana” a commento dei primi due esperimenti della silloge che qui presentiamo: “noi, in particolare sul web, viviamo come Gilda Policastro scrive: per frammenti temporali, per improvvise mescolanze di lirica, menù e aste su e-bay, per vite parallele che illusoriamente non finiscono. A me interessa tanto questo lavoro sulla lingua della contemporaneità: così tanto che, dopo avere ascoltato questi due testi in una recente lettura, avevo chiesto a Gilda di lasciarmi pubblicare il suo lavoro in un Cantiere su "Poesia". Ma lei, coerentemente, ha preferito esporre questa lingua ancora viva, ancora suscettibile, al vivo di questa mobilissima lingua non-lingua fatta di bruschi commentari e idiosincrasie. Le suggerisco di continuare la sua bella operazione di montaggio e di destrutturazione usando anche i commenti urgenti al suo lavoro. Non credo che Gilda stia adoperando una leva intellettuale, credo che intenda mettere all'opera una viva intelligenza del momento storico e culturale. Trovo che, dopo aver reso dicibile, con l'aiuto dei suoi lettori, un proprio quasi insopportabile lutto privato (penso in particolare a "Il farmaco" e ad alcuni "antiprodigi"), Gilda Policastro stia aprendo e ci stia aprendo gli occhi su uno pseudomondo che ci riguarda, tutti. Se in futuro avrà altre cose da darmi per il Cantiere, seguendo il suo esempio trascriverò sulla pagina questi miei primi appunti sul suo lavoro, oggi in fieri”. E ancora, in risposta a un commento che si interrogava intorno all’opportunità di un’operazione simile dopo i Novissimi: “la lingua dei Novissimi non può ovviamente essere quella di Policastro, autrice che attinge a un presente sempre già postumo. La categoria critica che qui dichiaro è il mio interesse nei confronti di chiunque si faccia entomologo della nostra lingua e, attraverso di essa, della nostra cultura e che infine esponga il proprio lavoro ad altri entomologi che lo dissezionino, con più o meno amore, con maggiore o minore trasparenza”.

Mi occorre dire meglio, qui, intorno alla necessità di Policastro di fissare un presente che è sempre continuamente morto – o moribondo, sfuggente –, scavalcato da folle di eventi e da lanci di novità sempre nuove, che sono informazione e solo raramente conoscenza. La silloge comincia infatti con l’elogio della lentezza da parte di lei, autrice-io-parlante. O, meglio: con l’esposizione di una difficoltà, di un disagio, che sono una richiesta amara di silenzio e l’ammissione della contemporanea impotenza (incapacità) del “poeta” di farsi sentire. Quindi, prende a giocare con le parole, si diverte, si sente che mette all’opera con gioia infantile la propria intelligenza. Varia sulla retorica dei fiori, la espatria dal contesto lirico che le sarebbe proprio. Che fiori?, viene da chiedersi. Non più certo i baudelairiani Fleurs du Mal: la modernità ha esaurito da un pezzo la propria potenza eversiva. L’eversione contemporanea è, a mio parere, la ricostruzione di senso. Compiuta qui, secondo la lezione dell’ultimo Jean-Luc Nancy in Prendere la parola, incaricandosi di sopportare la frammentarietà per riconnetterla a ciò che resta della totalità ontologica: “Ciò che rende impresentabile l’unità del mondo è, paradossalmente, la sua unificazione”, scrive Nancy. Policastro lo ha compreso bene.

Credo sia anche necessario sottolineare che l’inclinazione all’oralità di Policastro proviene e insieme si manifesta continuamente nella sua esperienza di ottima lettrice dei propri testi: per chi lo pratica come Policastro, l’uso della voce rappresenta una necessità non secondaria, è anch’esso una forma di scrittura – o riscrittura – del testo che, a sua volta, mette in gioco il corpo di chi scrive: non solo la sua emanazione vocale, ma il corpo intero che abita il mondo. La pratica del dire i propri versi manifesta una necessità di “comunicazione” e, a sua volta, affina l’organo della partecipazione, dello stare qui e ora dei poeti. Le poesie di Policastro si applicano infatti alla contingenza e al suo frammento, ma, insieme, per il fatto stesso di essere poesie, scavalcano frammento e contingenza, li traslocano in un sistema più universale e meno cronologico del corpo stesso. Come scrive Roland Barthes in Dove lei non è, coraggiosissimo cuore a nudo di un orfano di madre (dolore che, come abbiamo accennato, ha già riguardato molta scrittura di Policastro e che qui insiste, indiretto, nel testo finale), “Foto: impotenza di dire ciò che è evidente. Nascita della letteratura.” Dunque l’uso del corpo (e dei secondi fini come la fotografia) al fine di rivelare il primo fine dell’evidenza, fanno tornare alla scrittura quale mezzo primario per la rappresentazione dell’indicibile. È un paradosso felice che in Policastro trova una sua felice conferma.

La cosa opaca, quel seme “atono” (ancora Barthes) che “si installa in noi” dopo un lutto tanto definitivo, hanno ritrovato voce e respiro: Policastro ha riportato lo sguardo sul mondo e ora è diventata capace di fermarne i frammenti, spostarli sulla pagina, in un luogo dove il tempo sembra fluire nel suo consueto modo ininterrotto: da un prima a un poi. Ha dunque lavorato sull’interruzione (insuperabile, definitiva) del proprio tempo biografico, per scoprire in sé l’abilità a rimettere nel flusso della vita le virate brutali del tempo frantumato che abitiamo, assumendo nella poesia il più gran numero di corpi estranei del linguaggio. Ancora Nancy, cita César Vallejo: “Finora credevo che tutte le cose dell’universo fossero inevitabilmente genitori o figli”: per tentare di ricostituire i legami primari fra le cose occorre il coraggio di constatare l’assenza di quei legami. Uscendone vivi. E, ancora: persino parlanti.

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