Poeti a scuola (poetarum silva, 15.3.15)

leggi su poetarum silva Questa che segue è la seconda di un ciclo di interviste di Giovanna AMATO in cui poeti italiani raccontano delle loro esperienze con il mondo della scuola. Un modo vivo per osservare i diversi approcci, le domande, i nodi che caratterizzano un momento importante: l’incontro dei ragazzi con la poesia. 

Quali sono le fasce d’età con cui ti capita, nei tuoi incontri con le scuole, di rapportarti più spesso? E quali sono, se ci sono, le differenze o semplicemente le accortezze di cui bisogna tenere conto per stabilire un dialogo?

Maria Grazia Calandrone: Incontro studenti tra i 12 e i 25 anni. Per i più piccoli ho inventato un metodo, un trenino di parole da costruire insieme. Più aumenta l’età dei ragazzi, meno si parla e gioca, perché certi danni dell’insegnamento della poesia sono già stati compiuti, certe formalità sono state imposte e sovrapposte alla gioia semplice dell’ascolto (non ce l’ho in particolare con gli insegnanti, i quali devono rispettare programmi che raramente insistono nell’ascolto del canto del testo). Eppure, certi ragazzi chiedono ancora, qualcuno ancora vuole sapere. E allora poi anche gli altri.

Se io avessi avuto l’opportunità di passare un’ora in classe con un poeta, mi sarei accorta con le giuste tempistiche che il poeta non è creatura di lauro ma carne e ossa. Si è mai avvertito questo momento di sorpresa?

MGC Sempre. Al punto che il poeta stesso finisce per dubitare della propria esistenza in vita – e talora dell’opportunità della medesima, quand’anche l’abbia pazientemente riaccertata.

Hai una modalità preferita per far incontrare i ragazzi con la poesia? Ad esempio la lettura di testi propri o altrui, la conversazione, o altre?

MGC Faccio parlare loro. Chiedo loro cosa sentono leggendo, cosa ricordano, cosa associano, non cosa capiscono. In genere porto testi che sono stati fondamentali per la mia formazione o che accompagnano la mia vita nel momento in cui incontro i ragazzi. Quando gli accordi richiedono di leggere poesie proprie, bisogna essere pronti a tutto: alle più suggestive interpretazioni e alle domande più dirette e ingenue, dunque più inopportune.

C’è una poesia che ho molto amato quando mi ci sono scontrata per caso, e di cui purtroppo non ricordo l’autore. Cominciava polemizzando con quella frase che sempre si dice a scuola: cosa voleva dire qui l’autore, come se il poeta volesse dire qualcosa di diverso. Il che è vero: ma quel voleva fa violenza, spinge verso la normalizzazione, e il poeta rischia di venire dipinto come un incapace a dire che complica per puro gusto il gioco in tavola. Ti viene in mente un’occasione, un aneddoto, in cui si è dovuto fondare un linguaggio tutto nuovo per spiegare l’artigianato del poeta?

MGC La poesia è una lingua straniera fatta di parole comuni. Questo dato semplicissimo crea il suo equivoco. Il canto della poesia (dalla lirica all’asemica) sta nel modo in cui le parole comuni sono disposte. Alcuni ricevono in dote la capacità di collocare le parole secondo sequenze musicali e fortemente evocative di una realtà limitrofa e iperreale. Nessun poeta ha mai saputo dare spiegazioni più esaustive.

Chi avresti voluto per un incontro in classe ai tempi del liceo, e perché?

MGC Se posso immaginare liberamente: Alcmane, per picchiarlo, perché è a causa sua che ho deciso di mettere le mani nell’arnia della poesia. Se, viceversa, occorre attenersi alle possibilità reali: Caproni, per sentirgli leggere L’uscita mattutina, sapere con che voce pronunciasse il nome della “mamma-più-bella-del-mondo”.


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