Annalisa Ballarini (5.15)

ANNALISA BALLARINI, Aurorale
"Poesia" n. 304, maggio 2015

La poesia di Annalisa Ballarini è di chiara ascendenza luziana, sebbene il suo risultato non sia affatto un calco del maestro, ma prenda piuttosto dalla poesia del primo Mario Luzi la nitidezza del dettato e un’affettuosità che diremmo effusiva. Viene alla mente Luzi e non Caproni – pure evocato dalla semplicità apparente di certi giri di frase – perché nei testi di Ballarini non si riscontrano i tagli di luce ironica dello sguardo di Caproni, toscanaccio di mare nella sua formazione primaria, quanto piuttosto il mite, buonissimo, malinconico occhio del fiorentino Luzi, fatto di terra stanziale.

Ma la nostra autrice è donna e il dato biologico mette nelle sue parole il canto panico che avvertiamo ovunque. Tanto più che, nel caso in questione, si tratta di una donna musicista, che dunque canta il suo canto non soltanto secondo una pura istintualità metrica, ma avvalendosi anche di precise esperienze e competenze di pianista, che si materializzano anche nel lessico, con i “pianissimo” e le “alternanze binarie”. Nella nota biografica viene, più ancora, sottolineata la curiosità nei confronti della arti sorelle, a raccontarci anche in prosa e in vita l’accesa nudità e la ricerca di salvezza che ognuna delle parole qui manifesta.

Inoltre, la scelta di due personaggi mitologici (lei: Dafne, la ninfa d’acqua dolce che si fa pianta per sfuggire all’amore del dio Apollo – lui: Sisifo, viva rappresentazione della fatica infaticabile dell’ingannatore) tradotti solo parzialmente nel tempo della contemporaneità, la dice lunga sull’immaginario di Ballarini, come l’acqua chiara che travolge improvvisa certi significativi oggetti domestici e non è l’acqua mitica delle catastrofi, ma acqua casalinga, banale, forse semplice effetto di un rubinetto dimenticato aperto.

La silloge contiene infatti lo slancio a una rinascita talmente sperata da diventare indispensabile, forse vera, di anima e materia intanto predisposte con le parole (“allora, ci desterà una parola / e disegneremo nuovi universi – chicchi di grano ove erano stelle“) all’interno di un firmamento commestibile, amico e non più di un’algida benché splendente distanza siderale. Si tratterà di un universo fatto dagli stessi chicchi che spargiamo sui fogli per costruire mondi più familiari e inclini alla bontà, specialmente quando tra i versi s’insinuano i tepori della memoria, specialmente infantile (le mani di una madre che offrono il pane all’imperfetto, le grida di oratorio che riattraversano il paesaggio).

È la parola, che ci risale dalla caviglia alla fronte, o risale la tunica di gesso che abbiamo indossato – perché ancora dobbiamo cantare come se le parole potessero muovere a compassione la materia. Cantare, fidando che le molecole del mondo e le stringhe degli astri risponderanno alla disperazione del nostro canto. Cantare, più alti dell’abbandono. Più alti della spina celaniana che ci è toccata in sorte, fredda e tagliente come tramontana – che ci ha lasciati vuoti anche dell’ormai invidiabile mal d’amore. Pure quando si affronta il duro male della guerra contemporanea (luglio 2014, Gaza) e pare che tutto taccia, si sostiene – cantando – che nemmeno il canto offra più riparo, che siamo osso, spigoli di ossa, freddo e tendini. E l’invocazione non smette: “Sgorga, Poesia, dalle ferite di questo mio corpo / di animale braccato”.

Caproni, come Ultima preghiera, mandava la propria anima fino a un tempo perduto, a soffiare segreti, che l’avrebbero fatta arrossire, all’orecchio della sua mamma Annina, giovinetta. Ballarini chiede alla poesia di camminare il mondo in sua vece, buttata come sangue dalle ferite della propria materia – e di tornare a lei recandole notizie di una bellezza ancora viva, altrove – perché a noi venga data la pace, lo scioglimento del fossile al calore delle nostre stesse mani – e la possibilità di specchiarci ancora nello smagliante lucido infantile. Poiché, forse, a chi è disanimato o disamato, restano le parole, per risorgere.

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