Bassani Andrea (2.16)

 Andrea BASSANI, Lechitiel
Poesia n. 312, febbraio 2016

Per chi sa ascoltare, nella poesia è scritto tutto quello che c’è da sapere. Non ho scritto leggere, ho scritto “ascoltare”. Questo avviene tanto di più con poesie come quelle di Andrea Bassani: dire le cose umane con parole semplici e chiare è un dono incomparabile, quando le parole non sono banali. Dire l’amore, il dolore amoroso, la morte, il dolore mortale dei mortali, se non è lagno solipsistico, è ossigeno, per chi leggendo può comprendere e, dunque, sentirsi a sua volta compreso. Dico “compreso” nel senso di “inteso correttamente”, non frainteso, ma anche nel senso di “incluso”, nel grande abbraccio dell’essere umani.

Andrea Bassani cita giustamente Merini nella propria biografia, tanto l’incontro con le parole e la persona della poetessa dev’essere stato per lui determinante. Così appare, infatti, fin dalle prime righe di Lechitiel: chiare e cattive come quelle di molta Merini. Questa che Bassani ci propone è una cantica dell’amor perduto, nella quale il poeta, coerentemente, non evita mai la chiarezza severa della lirica: il contatto fantasmatico con il corpo assente dell’amata assente è cantato nella sua piena e dolorosa semplicità. Non occorrono giri di parole per significare un sentimento così semplice, universale e vero: tu non vuoi più essere nella mia vita e il vuoto del tuo corpo mi fa venire voglia di morire. La silloge è appunto intitolata Lechitiel, che è il nome dell’angelo della consolazione: essendo colui che divide i materiali di costruzione dei fondamenti elementari della terra, Lechitiel è anche colui che accoglie e rafforza le anime che il dolore ha separato dal mondo. Egli è l’angelo che ci distoglie dal desiderio di suicidio ed è quello che ha sostenuto il Cristo vacillante del Getsemani, aiutandolo a dire il sì finale alla passione che lo aspettava.

Qui la passione dell’amore perduto è passione che adesso consuma, trasformata in dolore che sfigura il volto. Bassani parla con ogni evidenza di un punto di non ritorno. Qualcosa è avvenuto, qualcosa dopo il quale non si è più gli stessi e non si torna indietro.

Davanti a questo gelido dolore, davanti all’insopportabile vertigine dell’assenza amorosa, che – lo sappiamo – risucchia nel gorgo del suo niente l’intera realtà, si sta come davanti a un bivio esistenziale: si possono sbarrare tutti gli accessi al proprio io profondo e decidere di sopravvivere da semivivi – o si può decidere di sopportare la propria passione fino alla feccia e tornare più veri alla luce del sole.

Questo poeta ha fatto buon uso del proprio male: non è fuggito, ma ha compiuto un’opera di lungo affondamento, ha osservato il vuoto fino a sostituirlo con un ancora indefinito principio luminoso. Per rinascere alla nuova vita che l’amore e il dolore ci chiedono, bisogna lasciarsi trasfigurare – qui, ahimé, sfigurare – dalla passione. I poeti sostengono il turbamento amoroso, scrive Bassani: “i poeti non temono il dolore: / li trovi ancora là, nell’ora dell’addio, / in un limbo atemporale”. Come il Majnun di Attar, come Dante che sviene di continuo – fino a che l’alba, la ragionevole alba, calerà la sua lama su quei baci invisibili, riprodotti mille e mille volte dalla memoria – e allora scopriremo un’immagine umana, riflessa nel grande cerchio luminoso del dio dantesco. Un’immagine non più innocente, no, ma più profonda. L’“incoscienza” non viene restituita. L’innocenza originaria, ovvero la fiducia naturale nel legame chiaro e scorrevole tra esseri umani, dopo questa ferita, è perduta. Ma, dopo questo, ci è anche data la possibilità di amare meglio. Tocca a noi scegliere. Possiamo scegliere di non restare danneggiati, ovvero mutilati, mezzi uomini. Ora sappiamo che possiamo continuare a vivere, dunque possiamo scegliere di non avere paura.

Questo poeta ha usato bene il suo dolore: l’esperienza dell’abbandono ha trasformato il suo essere in una esposizione di battaglia e fame. Egli non si è protetto dallo strazio del desiderio insoddisfatto negando il desiderio, ha invece lungamente sopportato lo strazio, si è svuotato per farsi più grande – ed è arrivato a conoscere sentimenti che prima non aveva capienza per provare: “Credo che il nuovo sole mi chiederà qualcosa di grande: / non mi concederà l’ibridazione, l’essere umano. No. / Io dovrò scegliere.”.

L’io lirico è rimasto in piedi, perché è stato capace di continuare ad amare invisibilmente, fino alla promessa estrema: “quando la morte verrà a congedarmi […] continuerà ad amarti di nascosto, non temere: / anche stavolta non saprai che ci sono”.

Il silenzio al quale il poeta è stato consegnato dall’abbandono è silenzio che lo “affoga”, ma egli ha compiuto la scomparsa che gli è stata chiesta, come un gesto d’amore ininterrotto. Come in Ferro 3 di Kim Ki-Duk, l’io che qui parla si è lasciato destrutturare dall’amore fino alla invisibilità, ha accettato la rifondazione della propria persona. Simile a Orfeo, rimane nell’inferno per cantare e “riavere dalle fiamme / tutto quello che gli è stato negato”.

Ovvero: il mondo. Perché, se amiamo con serietà, siamo costretti ad accorgerci dell’esistenza e della libertà dell’altro. L’altro è l’inizio del mondo. E, per vedere il mondo, occorre che la nostra identità, il nostro abituale punto di vista e tutti gli organi di senso della nostra coscienza siano stati passati al fil di lama, al calor bianco. Uno a uno.

L’amore ci modifica, se gli permettiamo di farlo.

Restare nel dolore che ci accade, fino a farne bellezza e nuovo e ancora più profondo amore, costa tanto. Credere alla bellezza costa tanto. Ma è un dovere morale.

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