Mariaenrica Giannuzzi (7-8.16)

Mariaenrica GIANNUZZI, Tempo da perdere
"Poesia" n. 317, luglio-agosto 2016

La poesia di Mariaenrica Giannuzzi è “terra tersa”, per dirla con le sue parole. Ovvero abita la concretezza (terra) e insieme il nitore (tersa) dell’esperienza: “la mia presenza / è il limite / di quelli che sono con me, a cui sono accanto / né dentro, né fuori”.

Inoltre: la “terra tersa” di questa esperienza “venera / semi”, cioè possiamo letteralmente dire che “coltivi” l’attesa. Uno dei testi s’intitola infatti Ti ho aspettato, ma pare riduttivo restringere il senso di questa attesa a una sua declinazione esclusivamente amorosa, per quanto complesso e assoluto e assolutizzante possa essere l’amore. La poesia di Giannuzzi sembra infatti alludere a una intera condizione esistenziale multiforme, polimorfa, totipotente, che include vita e morte, nella sembianza di chi può disfare, poi che e poiché ha fatto: “Chi dà la vita si sceglie un presentimento feroce, / poter dare anche la morte.” La poesia di Giannuzzi si muove nel cerchio di questo abbraccio, perché ha imparato una lezione fondamentale: “Il contrario della verità è la paura / e il coraggio non è forza / ma un soffiar via la polvere.”

Occorrerà dunque avere la forza di vedere come stanno le cose dietro polveri, maschere, dietro le loro protettive sembianze, per assumere integralmente i dati che l’esistenza fornisce.

Colpisce l’immediata coincidenza tra “lo splendore dell’assoluto” e i “raggi di un’indistinta solitudine”, abbagliante, dalla quale proteggersi gli occhi. Cosa viene dunque offerto all’atteso? La verità di una solitudine inguaribile, da sopportare insieme. Questo è forse l’amore. Solo l’amore, poiché è l’unico stato interiore che profondamente la allevia, ci dà la forza di conoscere la nostra solitudine. Altrimenti, viviamo, come ciechi innaturali, che si coprono gli occhi con le mani. E facciamo le cose, tante cose. Sempre in stato di addormentamento. Non ci serve sapere quello che non possiamo sopportare, cioè che siamo inguaribilmente soli. Poi, l’amore ci ferma, ci sorprende, ci rimette in ascolto, di noi stessi e del mondo, attraverso l’altro che è entrato a dirotto, in contatto profondo con noi, che ha oltrepassato le misteriose e inutili barriere e aderisce e cola come un balsamo sulla nostra solitudine. E, guarendo la nostra solitudine, guarisce la propria. Riapre i canali intasati tra noi e il mondo – tra sé e il mondo. “La gioia sciacquava tutto dall’interno, faceva defluire larve e cattive memorie per le vie di scorrimento che nel tempo si erano intasate, a causa di disinteresse e di trascuratezza”, scrivevo un tempo. A causa soprattutto di paura, aggiungo oggi. Ovvero, di incapacità di sostenere la verità smagliante e semplicissima che l’amore ci porta. Il nostro essere soli, il nostro poter smettere di esserlo.

La gioia qui appare dunque leopardiana, una interruzione dello stato permanente di dolore. Più avanti, contrariamente alla coppa del vasaio di Gibran, che contiene inseparabili gioia e dolore e ci brucia le labbra, il mare di Giannuzzi “non brucia, / ma bagna i piedi durante il cammino”, è quello che si apre oltre la soglia della convenzione, della rabbia e della paura, rappresenta l’Aperto rilkiano, ovvero quello che la creatura vede “con tutti gli occhi”. Libero dal pensiero della morte, l’animale di Rainer Maria Rilke sta “di fronte”, è aperto al destino, con la stessa intenzione di Kahlil Gibran, che scrive: “più a fondo vi scava il dolore, più gioia potete contenere” – o, ancora meglio: “la vostra gioia è il vostro dolore senza maschera”.

Accettazione.

Questo è quanto sembra sottoscrivere la sintesi iniziale di Giannuzzi tra fattrice e assassina, tra madre e Moira: la fusione degli opposti, l’accoglienza dei contrasti che fanno di noi le creature che siamo: gettate nella solitudine del nascere, ma sempre rivolte a un altrove, con le “ossa lavate dal fuoco”, in movimento nel processo lento che ci porterà, una parte di noi dopo l’altra, “oltre la soglia”.

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