Leggere Szymborska ai migranti del "Baobab" (Corriere della Sera, 3.8.16)

Corriere della Sera, 3.8.16

DA QUALE MONDO VERSO QUALE MONDO
leggere Szymborska ai migranti del “Baobab” di Roma

Sappiamo che vengono da luoghi nei quali hanno lasciato quasi tutto. Sappiamo che vengono da viaggi nei quali molti hanno perso il poco che erano riusciti a salvare. Sappiamo che si allontanano da guerre attraversando guerre, stupri e torture. Sappiamo che sono sopravvissuti a naufragi. Sappiamo che possono fare affidamento solo sui loro corpi. E sull’accoglienza di altri esseri umani. Ne abbiamo idea. Poi, li vediamo. Non sono pregiudizio, ideologia, racconto o forme bidimensionali. Sono corpi, cioè rumore e odore, allegria paradossale e bisogno.

Il sesto senso è il senso di realtà. Imbocco Via Cupa e li vedo. Vedo che tutto avviene a cielo aperto, a destra della piccola strada. Una dottoressa medica il tallone di un ragazzo. Poi, una sequenza di materassi sull’asfalto inzuppato di acqua e fanghiglia, imbarcati dal peso di molti corpi. Ancora un passo e una fila muta mi volge le spalle: dalla testa si staccano dei ragazzini con un piatto e una forchetta di plastica in mano. Mangiano in piedi o accovacciati sull’asfalto: pane, pasta, insalata. Oggi è andata così. Sono quasi tutti maschi giovani, molti studenti: donne e neonati vengono subito smistati verso il presidio della Croce Rossa. Sono tutti africani, perché il nome “Baobab” è noto, al centro dell’Africa. Fanno tappa per qualche giorno e ripartono verso il Nord Europa. Vengono detti “migranti transitanti”. Non fanno caso a noi, non sono ostili né sorridono, convivono con la nostra presenza come un fenomeno del paesaggio urbano. Una media di 250 persone si sfama qui ogni giorno. Il presidente dell’Inps Tito Boeri documenta che “gli immigrati ci regalano 300 milioni all’anno”, grazie ai contributi versati e mai riscossi. In cambio, i privati offrono loro i pasti e una continua attenzione. In attesa di una sede strutturata e non emergenziale come questa: poco più avanti sono montate alcune tende. Dietro l’ultimo lembo di stoffa un neonato succhia in silenzio dal seno di una ragazzina. Lei sorride. Non è letteratura: lei sorride come è naturale che le madri sorridano. Un ritaglio di pace e normalità, come fossimo tra le mura domestiche di una casa qualunque.

Noi siamo Piccoli Maestri, siamo qui a leggere. Ho scelto Szymborska, perché lei significa dare voce all’equanimità: nei suoi testi splende in silenzio l’unità del creato, un mondo ironico e concreto dove ogni cosa è uguale a ogni altra cosa.Quando non abbiamo più bisogno di voli pindarici per sostenere la vita, stiamo vivendo, accettiamo “il Bello / con dentro budella sgraziate” che siamo: provvisori, dubbiosi e colmi di perdita. Sembra sensato leggere versi come “Gente in fuga davanti ad altra gente” oppure “Solo ciò che è umano può essere davvero straniero. / Il resto è bosco misto, lavorio di talpa e vento.” Cose concrete come l’elenco delle cose utili: mutande, calzoncini small (gli extralarge paiono scherzi di cattivo gusto), leggins, asciugamani per la doccia domenicale. So in prima persona cosa significhi affidarsi “alla compassione di tutti”, come scrisse mia madre Lucia prima di scendere nelle acque del Tevere insieme all’uomo che amava. La me stessa neonata ha trovato accoglienza nel mondo, contraendo il debito naturale di accogliere a sua volta. Molte persone sono state buone con me. So che vuol dire sperare in ogni sorriso come in quello di un parente possibile. So da che zolla dura vengano gli sguardi di fiera gratitudine che incrocio addosso al muro del Verano, dove leggiamo e veniamo investiti da una salva di “grazie”. Questi ragazzi hanno imparato la parola indispensabile in ogni lingua: grazie. Perché sanno che ogni incontro è un dono e un diritto, che ogni piatto di cibo è un dono e un diritto. La creatura che siamo chiede vicinanza e viene avvicinata. È uno spettacolo giusto. I volontari fanno il proprio dovere di esseri umani. Questo è tutto. In attesa di una risposta dalle istituzioni. Tra poco sarà inverno. E noi, come Szymborska “conosciamo noi stessi solo fin dove / siamo stati messi alla prova”.

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