Marilyn non esiste (Aragno, 2016)

MARILYN NON ESISTE (in Umana, troppo umana - Aragno, 2016)
 
1. goodnight honey
 
avresti dovuto presentarti nuda
come una bambina, nuda veramente
al compleanno del Presidente
 
avresti dovuto imbarazzare tutti, essere
 
quell’onirico metro e sessantasei
di nudità lunare, stordire il potere
con il tuo odore perturbante di corpo vivo
 
il tuo corpo era già un eccesso
di generosità – e sarebbe bastato
a non essere sola
 
ma tu, la prima vittima
della tua bellezza,
 
mandavi avanti Marilyn
come un’icona
di pura obbedienza
 
quale idea ti reggeva? quale illesa innocenza o che
malinconia
teneva eretta
davanti a te l’invulnerabile
marionetta,
che sfoggiava il tuo volto
più amabile
 
quale scarica
elettromagnetica, che raggio gamma, venuto
da quale solitudine stellare
teneva teso
l’involucro perfetto del tuo sorriso
 
quale? disperazione
dietro il sorriso
aperto, che studiavi
di rendere il più fatuo e il più radioso
filo di perle
sopra la luccicante,
 
                                  sopra quell’ancheggiante
confezione
soprannominata
Marilyn Monroe
 
Marilyn non esiste, è una maschera
come Arlecchino, una montatura
del carnevale onirico
americano, un’icona circense, un costume di platino calzato a pelle
 
Marilyn è il sarcofago d’oro  
sopra un corpo scomparso
e
– dentro –
sta rannicchiato il fossile di una bambina
con gli occhi chiusi
 
la bambina, se ancora parlasse, direbbe solo abbracciami
perché io non ho anima, solo un’infanzia
rimandata fino alla morte

2. I am just a small girl in a big world trying to find someone to love
 
io non so che vuol dire provare il microfono del Madison Square Garden con una schicchera svagata,
poi spostare il microfono all’esterno
del leggio, perché tutti mi possiate vedere
soffiarvi contro, con smagata dolcezza, una filastrocca infantile
per l’uomo più potente degli Stati Uniti
 
io non so che vuol dire vacillare sui tacchi fino a sparire
con quell’aria smarrita. io non so che vuol dire calcare la mano su ogni dettaglio del corpo
fino a farsi male,
atteggiare le labbra come fossero sempre
sul punto di parlare,
poi rinunciare,
come se il cuore non avesse forza
 
io non so che vuol dire scoprire che la propria radiosità infiamma folle di soldati,
io non so che vuol dire sentirsi morire
quando uomini e donne che ti hanno voluta
ti scrollano via, io non so che vuol dire
quando ti chiamano bambola
e la bambola è la tua stessa carne.
io non so che vuol dire voler essere amata,
io non so che vuol dire voler essere amata
ed essere merce
 
ma so che vuol dire:
faccio tutto, purché tu mi veda
 
so che vuol dire
dire
e non dire:
non lasciarmi cadere. per favore

3. documenti. e la morte sarebbe avvenuta nelle prime ore della sera
 
– “io sono cresciuta in modo decisamente diverso dalla maggior parte dei bambini. per i bambini è una cosa scontata essere felici”, ma io ero un’orfana di madre viva
 
il dottor R. G. [Ralph Greenson, psichiatra], tempestivamente accorso, sembra piantasse una siringa cardiaca tra la sesta e la settima costola di Marilyn Monroe, nel disperato tentativo di rianimarla. o di finirla, come sostengono alcuni
 
– “ora tutti vogliono Marilyn Monroe, ma io ricordo quando ero un’indesiderata, quando nessuno voleva vedere la piccola Norma Jeane. neppure sua madre”
 
il dottor R. G., non riuscendo a infilare l’ago nel petto della donna, che respirava appena, sembra abbia posato tutto il proprio peso sulla siringa, rompendo una costola e insinuando finalmente l’ago sotto il cuore di Marilyn
 
– “sono priva di ogni sentimento umano. l’unica cosa che uscì fu della segatura finissima come da una bambola, che si versò per tutto il pavimento”
 
basandosi sulle ipostasi (ampie zone di ristagno del sangue, che non viene più fatto circolare dal cuore fermo) rinvenute sul lato ventrale e registrate dal dottor T.N. [Thomas Noguchi, vicecoroner] nella documentazione autoptica del 5.8.1962, il dottor G.U.R. [Giancarlo Umani Ronchi, medico legale] non ritiene che il corpo di Marilyn sia mai stato spostato. smentisce così l’ipotesi omicidiaria
 
– “il paziente vive in un vuoto completo” 
 
Los Angeles, domenica 5 agosto 1962. nel sangue viene rinvenuta una quantità di principio tossico pari al contenuto di quarantasette compresse di Nembutal. nello stomaco o nel duodeno, però, non c’è traccia di capsule, né alcuna traccia di perforazione d’ago sull’intero corpo. i leucociti, soldati del sangue, che cercano di ripristinare lo stato di equilibrio organico dopo un trauma, sono presenti in quantità normale: nessun allarme è stato registrato dal corpo vivo di Marilyn. inoltre, nella camera non si trova neanche un bicchiere
 
– “non farmi diventare una barzelletta. per favore”

4. ridi pagliaccio
 
Norma Jeane Baker non coincideva in nulla con Marilyn Monroe. credo sia stata questa dissociazione, durissima da sopportare, a ucciderla, sia che sia morta per mano propria, sia che sia morta per mano altrui, come alcune prove sembrano evidenziare. ai fini non procedurali, per noi, è lo stesso: per noi Norma Jeane Baker è stata uccisa, anche se si fosse suicidata. Norma Jeane Baker, che negli ultimi anni della propria vita aveva assunto anche all’anagrafe il nome Marilyn Monroe, è morta perché chiunque le incontrasse finiva per amare Marilyn, la maschera, e non Norma, la persona.
la piccola Norma, cresciuta in condizione di subbuglio e miseria, impossibilitata a diventare adulta da un mondo di relazioni transitorie e abusi, pur intuita e intravista da chi le era accanto, è rimasta sola fino alla fine, nascosta dietro la maschera prorompente di Marilyn, intrappolata nella propria bellezza come dentro un sarcofago.
 
svuotamento e dissociazione: un io-bambola-perfetta abita il mondo e – dentro, inascoltata, o ascoltata male: medicalizzata, psicofarmacizzata – la spelonca echeggiante e vuota del disamore. la cava, del disamore.
la femminilità spontaneamente finta di Marilyn, caricatura del sogno maschile americano, che dapprima Norma Jeane indossava con disinvoltura e ironia, ma che finì per incarnare con obbedienza infantile e feroce, la maschera feroce, modellata sui desideri degli yankee degli anni Cinquanta, ha divorato l’attrice che la indossava, a cominciare dal principio primo dell’identità: il bellissimo corpo, enfatizzato fino a diventare un prodotto, una merce in bilico tra icona e caricatura. così, Marilyn si presentava sempre simbolicamente in bilico sui tacchi. e rideva, come fosse sempre sul punto di piangere.
 
 
nota – alcune delle frasi tra virgolette sono state pronunciate da Marilyn Monroe durante l’ultima intervista, rilasciata due giorni prima di morire a Richard Meryman del settimanale “Life”. altre frasi sono tratte dal racconto della stessa Marilyn Monroe Il dottor Strasberg.
 
 
Roma, 6 settembre 2016

Massimo Natale, "il manifesto", 15 gennaio 2017

Massimo Natale, "il manifesto", 15 gennaio 2017

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