Pecoraro Francesco, La vita in tempo di pace (Auditorium, 17.3.17)

intervento per Libri Come (Auditorium, 17.3.17)
Su un fiume di impercepiti nonnulla recanti in sé la nostalgia della realtà

con Vincenzo Ostuni e Andrea CortellessaHo scelto La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro perché l’intero libro sembra lo sviluppo argomentativo di uno dei versi di Vittorio Sereni che più amo: “su un fiume di impercepiti nonnulla recanti in sé la catastrofe".

È infatti, questo, il romanzo di un uomo assediato dal senso della catastrofe e la catastrofe della sua vita effettivamente avverrà, a causa di una catena di minuscole casualità.

Ivo Brandani porta nel tempo privato che gli è dato lo scisma dell’uomo contemporaneo tra tecnicismo e classicità e quello, più profondo, tra realtà e immaginazione: conflitti che rispecchiano, naturalmente, lo scisma del mondo occidentale e del suo millimetrico allenamento a dimenticare come fossero le cose “prima” – o, ancora peggio, a dimenticare come le cose “dovrebbero essere”.

Le cose sono quello che sono, afferma ripetutamente e disperatamente Brandani.

Ho scelto La vita in tempo di pace, dunque, soprattutto per la sua fortissima nostalgia della realtà, la stessa di Sereni (“la parola che non è la cosa, ma la imita soltanto”): mosso dal desiderio di essere un faber, il filosofo Brandani viene addirittura fascinato da un giovane manager azzimato, rivendica legittimità alla così diversa esistenza di lui, che però gli rivelerà la sua amara, efferata e volgare solitudine. Brandani vive un’intera vita lavorativa da ingegnere, salvo poi comprendere quanto la sua scelta sia stata condizionata da una ormai irrimediabile falla caratteriale.

L’ho scelto per la sua concretezza, per la convincente abbondanza dei dettagli, che mordono senza mai allentare la presa e trattano il reale interiore al pari delle costruzioni murarie con le quali trafficano: con Pecoraro si ha un confortante e insieme destabilizzante senso delle cose, perché le cose come lui le descrive sono sì “le cose”, ma sono così ricche di dettagli da essere iperreali, lo scrive lui stesso: “la realtà è sempre altra cosa dalla più accurata, scrupolosa e documentata delle ricostruzioni”. E tanto più questa imitazione è precisa, tanto più è commovente e disperato questo mettersi sulle tracce della così detta realtà, tanto più, paradossalmente, si discosta dal suo oggetto: come nei quadri di Antonio Lopez Garcia, dipinti anch'essi pieni di un vero più vero del vero, come i ponti trasfigurati dallo sguardo di Mafai secondo Giorgio Caproni. C’è il vero, ma questo vero è più esatto e carico di come noi lo vediamo: suggerisce un’assenza, un’inquietudine, un’arma puntata contro di noi, ma in secondo piano, nascosta nel bianco, evidente e non vista. Lopez Garcia e Pecoraro ce la indicano: l’arma denunciata da Pecoraro è, ancora una volta paradossalmente, la pace. Al centro, nel cuore del libro, ecco infatti l’analisi spietata dei settant’anni di pace che danno nome al libro, ecco il santino laico di noi, inflacciditi e incastrati nella (castrati dalla) pace, come alla fine di un impero – l’impero romano, l’impero del capitale.

Anche Notti di pace occidentale di Antonella Anedda tratta il tema della presunta pace dell’Occidente. Anedda scrive: “Se ho scritto è per pensiero / perché ero in pensiero per la vita / per gli esseri felici / stretti nell’ombra della sera / per la sera che di colpo crollava sulle nuche.” Anche Anedda parla della nostra pace come di una pace turbolenta per un sordo rumore di fondo, aggrovigliata e apparente, non altro che tregua – e Pecoraro interpreta la pace come “una guerra silenziosa di tutti contro tutti”, una minutaglia di solitudini che si dibattono per emergere dal pastone di fondo, dall’indifferenziato di una equanime, “democratica” indifferenza: La vita in tempo di pace è un libro di intelligenza acuminata, affilata, smagliante, che parla in sintonia con una delle nostre due voci interiori, perché affronta il tema dell’Occidente sfinito dal proprio benessere, dal tedium vitae, ottuso dalla pace e posto davanti al “vitale”, virale, diversamente ottuso slancio della jihad.

Inoltre Pecoraro è anche poeta, un poeta leggero e cantabile, soprattutto quando parla d’amore – o addirittura in rima, nei sette rebus finali di Primordio vertebrale (Ponte Sisto, 2012), volume che contiene anche due poesie che riassumono l’atmosfera de La vita in tempo di pace: il trasognato, pseudo-onirico fastidio dell’uomo spiaggiato nella sala d’aspetto di un aeroporto, luogo-non-luogo ideale dal quale si dipartono la memoria e le riflessioni di tutta la vita – e ogni genere di considerazione estetica… Ecco dunque, a chiusura, una delle due poesie che riassumono in versi l’umor nero de La vita in tempo di pace, libro che ho scelto perché vi ho trovato, messo in ordine, quanto ho caoticamente dedotto dall’esperienza di vivere:

Milano Malpensa
Ch’era notte
Sala d’imbarco
Pinne d’aereo
Oltre le vetrate
File di bravi soldati
In grigio-valigetta
Fuori il mondo
Del divino aeronautico
Li ignora, indifferente
Una macchina attende
Complessa
Più della somma
Di tutte quelle teste
E bella più di quanto
Saranno mai capaci di capire.

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