Intervista a cura di Alaimo e Maggiani (laRecherche, 14.12.10)

INTERVISTA A MARIA GRAZIA CALANDRONE (laRecherche, 14.12.2010)

di Franca Alaimo e Roberto Maggiani

ROBERTO. Come ti presenteresti a persone che non ti conoscono? Chi è Maria Grazia Calandrone?

RISPOSTA. Una che ama la vita. Con gratitudine crescente.

ROBERTO. Perché hai iniziato a scrivere e in particolare poesia? Ci tratteggi la tua storia di scrittrice? Gli incontri importanti, le tue pubblicazioni.

RISPOSTA. Veramente io non volevo. Anzi, ho davvero lottato perché non fosse. Infatti non facevo leggere quello che scrivevo. Poi nel 1999, senza che io fossi né abbonata né tanto meno – neanche meno! – “conosciuta”, cominciò ad arrivarmi “Poesia”. Al terzo numero mi sentii in imbarazzo e telefonai in redazione per segnalare l’errore e mi rispose al telefono un simpaticissimo Fabio Simonelli. Dopo poche parole venne al sodo e mi chiese se scrivevo, io dissi un po’ e lui disse manda qui alla mia attenzione e io dissi sì grazie e mandai due poesie inedite e dopo molti mesi (otto, nove…) mi telefonò uno che disse sono Crocetti, sarò a Roma tra una settimana e desidererei incontrarla e io dissi sì vabbè! Invece era lui.

ROBERTO. Sei una scrittrice, ma prima di tutto una lettrice. Quali sono gli autori e i testi sui quali ti sei formata e ti formi, che hanno influenzato e influenzano la tua scrittura?

RISPOSTA. Noiosamente monogama come io sono, do la stessa risposta da anni: Rilke, Anedda, Mandel’stam, Cvetaeva saggista. Da ultimo, senza rinnegare gli amori passati e grazie a uno studio che mi è stato commissionato, ho riscoperto Brodskij, ovvero le propaggini della grandezza russa nel nostro tempo e nel nostro luogo.

ROBERTO. Come avviene il tuo processo di scrittura? In quali ore e luoghi, con quali modalità? Pubblichi ciò che scrivi di getto oppure rivedi i tuoi testi, sia nella forma che nei contenuti?

RISPOSTA. Dipende. Talvolta i testi definitivi sono frutto di una lunga elaborazione, altre volte nascono già esatti. Certo è che ovunque e in qualsiasi situazione sono disponibile a essere raggiunta da parole che facciano cortocircuito. Prendo appunti sempre e però sempre lascio a raffreddarsi le cose scritte, prima di pubblicarle. Poi, ho una fermissima autodeterminazione nel lavorare quotidianamente, fare continuo abuso di scrittura. Tutti i giorni al risveglio, se non sono in viaggio: caffè e scrivania, ore di scrivania.

ROBERTO. C’è differenza tra prosa e poesia?

RISPOSTA. Certo che c’è. Infatti io non so scrivere in prosa. La prosa ha le idee, il discorso, la poesia ha la lingua e la folgorazione, aggruma per associazioni che non devono essere spiegate.

ROBERTO. La critica più bella e la critica più cattiva che hai ricevuto alle tue poesie?

RISPOSTA. La più bella non la ricordo. La più incompiuta, più che cattiva, mi è stata fatta tramite facebook da una persona che non conoscevo e della quale non farò il nome. La riporto integralmente: “raramente ho visto qualcuno prendersi così sul serio come fai tu. Quanta pesantezza. Quante parole sprecate. Quanta pomposità. Fuori epoca. Leggo quel che scrivi e chiudo senza che nulla sia aggiunto a quanto so e vedo intorno. E' raro che io mi permetta di scrivere simili commenti, ma dato che sei fra i miei "amici" me lo concedo qui in privato, prima di chiudere questa falsa amicizia virtuale. Già la tua dichiarazione in apertura è rovinosa (Brullo), talmente contraria a quanto mi spinge a scrivere che provo stranamente quasi nausea. Ma perché scegliere di essere tanto pesanti? Volutamente arzigogolati. Io credo nell'efficacia della parola semplice, nella poesia che possa farsi comprendere. Altrimenti è tutto inutile. E il narcisismo di coloro che ti commentano è devastante. Cosa può cambiare grazie a riflessioni come le tue, le loro? Non aggiungo altro, ché rischio d'esser pomposa a mia volta, se già non lo sono stata. Ma in quel che scriverò e nelle presentazioni delle cose mie mi divertirò molto a sorridere di tanta serietà. Continua su questa strada, comunque, che non si incrocerà con la mia.” Purtroppo la senz’altro valente poetessa, che nel tempo ho scoperto essersi messa in rete alla cerca di “quelli che vivono semplice” ovvero di “musicians for music/poetry projects”, ha voluto negarmi le istruzioni per l’uso della semplicità calate in qualche luminoso esempio della sua propria scrittura, che così immediatamente le richiesi: “Puoi farmi degli esempi della tua scrittura semplice per favore?” E in tal modo spirò miseramente la mia ultima speranza di farmi comprendere.

FRANCA. In una delle tue e-mail mi scrivevi che il poeta è, secondo te, una persona crudele, e però una delle qualità che permea la tua pronuncia poetica sembra essere la compassione. Ed allora come riesci a sciogliere il nodo di questo ossimoro?

RISPOSTA. Riportavo una frase ascoltata dalla bocca di Vivian Lamarque durante una recente lettura comune svolta per RomaPoesia in un Dipartimento di Salute Mentale (per inciso, esperienza caldissima e con vivi bagliori di utilità). Non è riflessione nuova ma ogni volta colpisce. Sì, il poeta è crudele in quanto usa tutto quello che vive e che vivono quelli dei quali ha notizia diretta per metterlo al servizio dei suoi versi – i quali però, quando sono poesia, raggiungono la temperatura altissima della compassione, dove ogni io si scioglie, fonde, diventa tu(tto).

FRANCA. Mi confidi di esserti spesso occupata di poeti “innocenti che ti fanno piegare le ginocchia”: Che cosa intendi? A chi ti riferisci?

RISPOSTA. Mi riferivo alla categoria umana in generale. Credo che l’innocenza degli adulti, quella sì, sia crudelissima, poiché è chiaro che una creatura adulta sia per forza di cose contaminata e dunque solamente finga di non conoscere o riconoscere il male. Ne parlo in un poemetto su Maria. Maria era giovane e quasi non più giovane e mise tutti in pericolo con la sua innocenza. Tutti vorremmo credere all’innocenza. In questo sta il pericolo di chi si presenta innocente: incarna il più profondo dei nostri desideri, la umanizzazione del bene, della Fiducia.

FRANCA. Un’altra affermazione (tratta da un tuo pubblico intervento sulla poesia) che vorrei tu mi commentassi ampiamente è la seguente: “Non m’interessano i poeti che non somigliano alla propria poesia”.

RISPOSTA. La poesia si fa con il corpo. La parola modella il corpo di chi la scrive, non c’è separazione. Se c’è separazione è letteratura e a me non interessa. A me interessa la nudità assoluta, la nudità di chi è così completamente disinteressato a se stesso che usa di sé a piene mani. Vedi come quel corpo non potrebbe produrre altre parole che quelle che scrive. Prova a immaginare, per esempio, le poesie di Montale sulla bocca di Penna. O D’Annunzio in bocca a Caproni. Caricature.

ROBERTO. Quali sono gli indicatori che utilizzi nel valutare, se così ci è permesso dire, un testo poetico o una intera raccolta? Quali sono, a tuo avviso, le caratteristiche di una buona poesia?

RISPOSTA. Se mi ispira a scrivere a mia volta, se mi contagia, se mi trasporta in un volere bene o in un dolere o in un gioire che non mi appartiene se non come a uno tra gli oggetti del mondo.

FRANCA. Fino a che punto ritieni che le tue esperienze biografiche abbiano inciso sulla tua vocazione poetica? Sei d’accordo che alla base dell’impulso creativo ci sia un “vuoto”?

RISPOSTA. Sì, ma non credo indispensabile che il vuoto sia vero, può anche essere semplicemente la percezione di una cosa perduta. Ma per scrivere bisogna avere la sensazione di dovere oltrepassare una distanza. Più grande è la distanza colmata, più grande è la poesia. Le parole sono ottimi mezzi di trasporto.

FRANCA. Quali emblemi porta con sé la figura materna, così precocemente perduta, e così presente nella tua poesia?

RISPOSTA. Senz’altro l’acqua che l’ha raccolta. Credo anche la forza che ha trascinato molta mia poesia giovanile, che è stata spesso definita fluviale, onnivora portatrice di detriti, tronchi (umani e non) insieme a cose a volte meno oscene.

FRANCA. La tua scenografia poetica accoglie le creature vegetali e animali assai più frequentemente che quelle umane, cosa che mi pare una vera rivoluzione rispetto alla gran parte della produzione poetica contemporanea, essendo quest’ultima piena di cose inanimate: da che cosa deriva questo atteggiamento? Quale rapporto senti di avere con le “piccole creature” terrene?

RISPOSTA. Io entro in relazione con ogni cosa, viva o inanimata che sia, considerando vivo anche l’inerte o il già morto. Ma amo talmente la sovrabbondanza generosa e infiltrante della natura che a volte credo di volerla emulare! Amo i colori, gli alberi, i bambini, gli animali, il sole. La campagna distesa sotto il sole mi commuove. Le voci dei bambini mi commuovono. Lo si può ancora dire?

FRANCA. La tua poesia è spesso abbondante e fluviale, senza però essere barocca; non è che concepisci anche la lingua come corpo da esporre?

RISPOSTA. Appunto.

FRANCA. Dici ancora: “Le parole di un poeta sono il rumore bianco di chi ama senza più oggetto”. Quale relazione c’è allora fra l’amore, la morte o il nulla, e la poesia?

RISPOSTA. Come ho detto, bisogna aver perduto qualcosa, per scriverne. Non certo un calzino o una penna. Diciamo un amore, diciamo non per forza nella morte. Ma non è ovviamente vero che se si hanno molti lutti si diventa poeti: alla morte bisogna aver aggiunto una malattia propria, una ossessione propria per la voce – e come questa nasca e poi si radichi non so dirlo. A volte sono concatenazioni di strane coincidenze a formare i destini.

FRANCA. Sulla rivista “Poesia” tieni una rubrica in cui accogli poeti spesso trascurati dalla grande editoria e che, tuttavia, lavorano nei loro cantieri verbali in modo prezioso. Secondo te, perché accade questo? E, inoltre, pensi che la notorietà debba per forza coincidere con la visibilità?

RISPOSTA. La rubrica che Crocetti mi ha concesso mi dà una gioia grandissima, oltre a un inimmaginabile impegno (ogni giorno ricevo circa 5 o 6 tra dattiloscritti e file). Ma tutto è cominciato perché da anni avevo nei cassetti virtuali un piccolo gruzzolo di poeti a mio parere eccellenti che, per i più disparati motivi, non avevano ancora pubblicato. Motivi a volte privati. Bisogna agire sempre con molta delicatezza nell’esporre un poeta. Non tutti schiumano e smaniano per venire alla luce, non tutti – o per lo meno non subito! Alcuni tra quelli che ho proposto e proporrò sono nel tirocinio da molti anni e solo di recente si sono detti pronti, hanno preparato il temperamento adatto ad affrontare la generosa insolenza della lettura altrui.

FRANCA. Come commenteresti questa affermazione di Edmond Jabès. “Ogni libro non sarebbe che torbida somiglianza con il libro perduto”?

RISPOSTA. Profondamente vero. Il libro onirico, quello che forse nessuno scriverà mai, quello al quale tutti vorremmo approssimarci.

ROBERTO. A cosa stai lavorando?

RISPOSTA. A un testo teatrale dove è in scena una donna che smette la parola e comincia a latrare. La scimmia bianca dei miracoli. Verrà rappresentato in giugno da Sonia Bergamasco.

E poi a un volume di poesia dal titolo Il bene morale. Spero che il titolo parli da sé. Io proseguo in poesia la mia lotta privata e probabilmente inutile o utile per micronumeri contro la solitudine e la precarietà che ci spaventa.

E, ovviamente, poi, lavoro alla lettura di quelli che mi si offrono.

ROBERTO. Quali difficoltà hai incontrato (o incontri) nel pubblicare i tuoi testi in versi? Che cosa pensi dell’editoria italiana?

RISPOSTA. Nessuna perché appunto non volevo, è andata come ho detto. L’editoria è sommersa da proposte anche buone, lo vedo nel mio piccolo. Si fa letteralmente quello che le 24 ore del giorno permettono di fare. Ma ormai si cerca l’ottimo, l’eccellenza, perché il livello medio è molto alto.

ROBERTO. Ci sono novità nella poesia italiana?

RISPOSTA. Le cerco tutti i giorni. Ho proposto alcuni autori che spero con il tempo diventeranno classici! Sul futuro di alcuni tra loro metterei la mia firma.

ROBERTO. Hai qualcosa da dire agli autori che pubblicano i loro testi su LaRecherche.it? Che cosa pensi, più in generale, della libera scrittura in rete e dell’editoria elettronica? Non pensi che Internet possa pareggiare i conti con i “baroni” della scrittura mettendo tutti su una nuova linea di partenza? E che nel futuro non esisterà più il grande poeta ma, finalmente, una collettività di poeti?

RISPOSTA. Io ho avuto bisogno di maestri e di compagni. Credo siano necessari i grandi ai quali riferirsi insieme a quelli che più modestamente camminano con noi. Io sono ormai sicura che la vera grandezza sia interamente rivestita di umiltà. Se la pubblicazione in rete ha alle spalle un vero editore ha valore quanto quella cartacea. Quanto alla libera scrittura, ciascuno di noi vale in rete quanto vale fuori dalla rete.

ROBERTO. Nel prossimo 2011/2012 potremo leggere nel nostro catalogo di eBook una tua raccolta di versi?

RISPOSTA. Immagino di sì.

ROBERTO. Vuoi aggiungere qualcosa? C’è una domanda che non ti hanno mai posto e alla quale vorresti invece dare una risposta?

RISPOSTA. Guarda, me l’hanno fatta proprio ieri a bruciapelo a Fahrenheit: che libro vorresti essere? E sorprendendo me stessa a bruciapelo ho risposto La trilogia della città di K.

Grazie. A voi entrambi!

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