Raimondi Daniela, Maria di Nazareth (motivazione Notari 17)

Ci vuole coraggio, a far parlare Maria per bocca nostra, a parlare al suo posto noi umani, umanissimi, tanto più perché poeti. Lo ha già fatto Merini nel Magnificat, con le sue impennate enfatiche, arrivando a fare di Maria se stessa, la poetessa che mette al mondo il Verbo, secondo una catena associativa istintiva. E, ben prima di lei, lo aveva fatto Jacopone da Todi con la lauda drammatica Donna de Paradiso, che contiene la supplica di Maria a Pilato: “O Pilato, non fare / el figlio meo tormentare, / ch’eo te pòzzo mustrare / como a ttorto è accusato”.

Ci vuole coraggio, a far scendere ancora Maria dal cielo, a costruire con le parole una Maria tutta materia umana e contemporanea, che si oppone al volere di Dio – come questa di Raimondi: qui Maria non supplica nemmeno, bensì si oppone fieramente, sebbene inutilmente, al proprio destino e al destino del figlio – rivendica con forza e disperata ironia la propria umanità: “Mi hanno fatta di legno intarsiato, / d’ebano e d’oro. E menzogne. / Perché io non fui mai così bella / ma ero fatta di carne, e dolore, e pietà.”  

Infine, orfana del figlio come Storia comanda, maledice la vita che le resta – proprio come farebbe e fa ogni madre. Questa possibilità di identificazione e scavalcamento spazio-temporale è la chiave del libro di Daniela Raimondi, che impone al nostro sguardo una figura non distaccata e ieratica, la materna e serena custode delle nostre preghiere, ma porta quella Vergine antica nel tempo nostro, ne fa una qualunque madre che grida di nero dolore: non la madre soavissima di dio, ma una qualunque madre della nostra contemporaneità: afghana, siriana, belga, sudanese, eritrea (purtroppo abbiamo l’imbarazzo della scelta), una donna che insieme al figlio ha perduto la gioia della vita, una madre di dio che non ci guarda dall’alto, piuttosto ci riguarda – e condivide una larga, dolente parte della storia contemporanea. L’evocazione è purtroppo automatica.

La poesia di Raimondi chiede dunque alla nostra coscienza un altro passo, per tornare sensibile al dolore privato di ciascuna madre, nel dolore più grande: caotico, vasto e sovranumerico al quale siamo assuefatti.

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