Il bene morale (Crocetti, 2017)

Premio Città di Conza 2018

finalista Premio Internazionale Cetonaverde 2018
finalista Premio Lorenzo Montano 2018

Il bene morale di Maria Grazia Calandrone canta a voce libera e gioiosa il canto dell’infanzia, proprio mentre, con l’altra sua voce, ci interroga duramente sull’orrore umano, soffermandosi sui dettagli delle camere a gas, del disastro del Vajont o della strage contemporanea e permanente di migranti nei nostri mari, così da evidenziare il controcanto tra quello che il bene dell’uomo vorrebbe essere e quello che la realtà della storia mostra che siamo capaci di essere. Bene morale, dunque. Ovvero bene etico, responsabile, per un’autrice che ha già definito noi uomini “macchine responsabili”. Un libro dalla parte delle vittime, sulla persistenza dell’amore e sull’evoluzione della specie, ma soprattutto sull’ottimismo della volontà, dove Calandrone dedica alcune luminosissime pagine alla città dove abita, Roma, e un intero poemetto alla struggente icona infantile di Marilyn Monroe.

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"Il libro che voglio comprare s’intitola Il bene morale, è un libro che ho letto e lo voglio comprare per regalarlo, perché è un libro che fa bene, perché in questo tempo così privo di pietà è un libro di grande compassione e soprattutto di grande forza poetica. Mariangela Gualtieri, intervista a RaiNews24 (7.7.18)

motivazione finale Premio Cetonaverde Poesia Con questo libro, che raccoglie testi composti dal 2010 a oggi, MGC si distingue per una forte coscienza del proprio agire letterario, sempre in armonia con il reale. Un atteggiamento di complice dolcezza ("guardando i fiori come fossimo fiori") irradia nel testo un senso di sospensione e eternità. L'attenta osservazione dei meccanismi vegetali (per esempio "una capacità variabile / di sopportare tagli"), rende possibile una scrittura partecipata, una parola-albero che accende le "macchine da fiore". E permette al linguaggio di creare "formazioni audaci", anche se con pacatezza. MGC dimostra grande abilità nel passare dal verso breve alla prosa, dalla canzone all'ipermetro, e tuttavia non trattiene una magmatica virulenza del dettato. È poetessa notturna, che non tralascia i minimi movimenti muscolari e tocca i più disparati temi civili, dal disastro nucleare di Fukushima alla Shoah, dalle tragedie migratorie del Mediterraneo al Vajont. Senza dimenticare la scena del ritrovamento del cadavere di Marilyn Monroe. Spesso ambientata a Roma, dove 'autrice vive e lavora, la poesia di questa raccolta non disdegna crimini ed eccessi, perché in fondo, come leggiamo in questa pagine, "la scrittura nacque per tenere i conti di sale e olive": Esplicita è la "tendenza a stare / nella lacerazione", nel sentimento del dolore; a farsi interprete di "un magnetismo imperdonabile" e di "una collettiva dedizione". Così la poesia sanguina, "come sanguina una pietra". Se infatti "il canto è innocente", "gli oggetti sono più innocenti del canto". Anche per questo le pagine si popolano di animali (persino quelli non ancora nominati) e si offrono al lettore come "un ottuso atto di fiducia nella bellezza" (Alberto Pellegatta)

motivazione Premio Città di Conza Poetica tanto più rimarchevole, questa di Maria Grazia Calandrone, con infrequente, accortissima aderenza a due istanze: quella lirica, logica, ritmica, associativa, e  quella mordace, disinibita e corrosiva che afferra per la gola la disfunzione sociale, il tasso di anomia, il livello di deresponsabilizzazione e di demagogia, l'eterodirezione a cui si abbandonano individuo e comunità, al prezzo di un disagio crescente, anticamera della disidentità, dell'entropia (a/im)morale. La cultura e la sensibilità reticolare della poeta acuiscono la drammatica consapevolezza della malattia sociale e costituiscono la punteggiatura di una scommessa rischiosa, per il sé e per l'altro da sé, per l'effetto di straniamento che si alterna e si intrude in un coinvolgimento irradiante, empatico. La prosodia modulata sulla respirazione dell'autore che compone, nel momento in cui compone, lo strappo-scintilla del Poiein è la vis ora prorompente, psichica, gnostica, ora carsica che ripara la frattura tra lingua letteraria e atto del parlare.

Quest’arancia contiene una rivelazione,

manifesta lo schiacciamento ai poli del geoide e il concetto di crosta terrestre (la scorza, il pericarpo) e mantello (la pellicola, il callo bianco) che trattengono il materiale fluido della lava (la polpa, il magma) ordinato in logge paragonabili ai pennacchi
della astenosfera terrestre. Assomiglieremo inoltre la zona solida del nucleo al seme della terra che cristallizza il materiale ferroso. Le scorie della vita terrena stanno al centro – e tutto intorno
irradia una sempre minore contrazione del peso. Ci leviamo verso la superficie – dove maggiore
è l’aria – come stati di ombra.

Nella struttura a strati dell’arancia c’è il cosmo
spiegato ai ragazzi. Soliloquio di prismi, calore, protuberanze e irregolarità – collisioni di plasma sotto la crosta oceanica
della buccia.

Ma i ragazzi mangiano le arance
seduti in gruppo intorno alla fontana, sotto il sole
spolpano il cuore senza prima avere messo a nudo la sua sfera, senza prima avere
scalzato la scorza
della sfera. Così, da un incidente nasce uno stile.

Il tarocco solare è altresì istruttivo e gentile: colmo di una aspirazione alla modestia, simula (suo malgrado) la consistenza delle nostre natiche. Ne consegue
che la sua volenterosa sfericità venga sovente sottoposta alla puntura dell’inesperienza. Ahi!, apprendisti infermieri, questo danno che stilla senza dolore – questa passione inerme – questo finto cuore.

da LE METAFORE DELL’AMOR PERDUTO
3. Ma il mio amore non smette
 
Non toccarmi, non sono questa cenere
né la salvezza
della carne viva
non la rosa
ma il canto
di una cosa.
 
Non toccarmi, non sento più dolore
dell’oggetto composto in tutti i sensi
da superfici: strati
di bianco
fino nel buio della profondità, steli d’aria
dal cuore che è
statue in elevazione
uno stato di cose senza sguardo.
 
Non toccarmi, non ho più intelligenza
dell’albero che ciecamente frutta.
Ho sentito qualcosa che sovrastava.
Ho sentito che siamo incorruttibili.
Ecco allora i bambini
monumenti alla gioia
del corpo quando è forte
più del dolore, monumenti su coppe di silenzio
e un rumore di botole su lastre bianche.
 
Non toccarmi, sono la pietra bianca
e l’animale sotto la sua luce senza oggetto
e la parte profonda del cielo come una tunica di rovi
e il ruotare dei rovi.
Sotto il sasso c’è un rivolo di sangue, un insetto
senza speranza
e senza dolore
ma il suo canto si spegnerà per ultimo.
 
Non toccarmi, ho sognato che in cielo
ruotavano i pianeti e io tra quelli
portavo il cuore
esposto, perché la terra è piccola per il dolore
ma qualcosa perdeva sangue, ancora.

L’idiozia o lo splendore della bellezza
 
Adesso credo necessario un ottuso atto di fiducia nella bellezza. Agire come non fossimo mai stati. Come non fossimo mai stati traditi. Come se non avessimo visto i nostri cari morire. Agire come se fosse la prima volta. Con la stessa innocenza di Cristo. Con la medesima mortalità elettiva. Abbandoniamo tutta la speranza e tutta la sapienza come il Cristo di Hans Holbein – radice appunto immaginaria de L’idiota dostoevskiano – che nemmeno ha interesse a risorgere, che non ha più interesse a essere divino. Che non ha più interesse. Ma che, compiuto il dovere di riaprire una strada a suo modo esemplare tra i rovi del mondo, abbandona se stesso – non il suo corpo: se stesso – alla manomissione che una morte completamente umana farà della sua carne. Diventiamo la bellezza perfetta del dio morto, perché solo la fine è infinita e su di essa sola la bellezza si accampa. Assumiamo la bellezza campale del dio morto. Ovvero del perfetto idiota dostoevskiano, che non ha più la ferita e la nostalgia del risorto di Rilke per l’esperienza regale della finitudine che, nonostante tutto, costruisce imperi di parole. L’idiota agisce come agirà il Cavaliere di Hughes. Egli è il suo stendardo e di quello stracci. Essere stracci della propria gloria. Essere coscienziosamente carne. Carne mortale. Niente. Dante che sviene continuamente. Mostrare la bellezza di una fine che non scavalca e non trascende se stessa. Carne fatta serena come pietra. Carne completa. L’idiozia della pietra e dell’osso, l’idiozia della cosa, ovvero la più acuta tra le intelligenze, la più radicale bellezza e la bontà più radiante, la bontà idiota che Dostoevskij definiva appunto attraverso la parola prekrasnyj, a dire “lo splendore della bellezza”. 
 
luglio 2011
 
Tangenziale Est
 
Voi non sapete la vostra bellezza, i colori magnifici che fate, la vastità marina dei cassetti
con le isole meridiane dei calzini
amaranto al mattino, come commuova il lasco
delle frizioni in questa ora quieta del Sud.
 
Tra corpo e polietilene non c’è spazio. Eppure resiste
qualcosa
di ancora non caduto, di non completamente
disseccato. Scocca di resine. Organi
scuri e molli. Milza. Pistone. Adesso guarda
dentro questa assenza di spazio, tocca questo stiparsi. La materia granata
del cuore. Contachilometri. Stantuffo. Serratura. Portello
posteriore. Gangli
di cavi e valvole. La pituitaria. Ganglio
dell’ipotalamo. Ora abbandona tutta la speranza
lascia che affiori
dal tuo volto la meridiana gialla
del caso – giallo
radiante, giallo
maturo. Un sorriso
di scimmia. Bianco. Un sorriso
canino. Cambio. Filo dei freni. Tendini
e loro estensione. La gravità ci piega verso il basso. Cilindri, aghi
e puntatori. Prolungamento delle rotule nell’albero
motore. Il biglietto coi nomi che hai lasciato
nella cavità della roccia,
la scia di sangue con la quale hai sbiancato il suo cuore.
[...]

Sotto di voi è distesa la colata di pace
della carreggiata. Raramente qualcosa
deraglia. Solo talvolta il cuore – l’orbita
magna – guizza
nella maglia d’uranio
della sopraelevata. Solo talvolta
un soffio del sangue
porta fin qui, sui groppi
di cemento del ponte
la luce delle rose. Allora
la gabbia di zinco dello spartitraffico riluce in questa quiete
come la scia del sorriso degli immortali
allora soffia
sulla groppa di minerale inerte che s’inarca
nell’ampia e bianca radiazione
tra Scalo San Lorenzo e
Via Prenestina un’asciuttezza di sabbia
con le rovine e le biciclette d’oro.
 
Adesso sei continuamente in contatto
completamente divaricato dal canto
sei allo scoperto, tutto
smemoratezza, esposto
in tutta la superficie
e per ciò inattaccabile
sdrucciolo
brilli come una catena di luce che oscilla.
Brilli come una cosa.
Sei curvo come un masso di sentimenti.
Riesci ad amare il tuo benefattore.
                                                                 
Roma, 29 settembre 2011
 
Canzone
 
Canto perché ritorni
quando canto
canto perché attraversi tutti i giorni
miglia di solitudine
per asciugarmi il pianto.
 
Ma ho vergogna di chiederti tanto
e smetto il canto.
 
Canto e sono leggero 
come un fiore di tiglio
canto e siedo davvero
dove mi meraviglio:
 
all’inizio del mondo
 
c’è l’ombra bianca delle prime rose
che non sono più amare
perché canto e ti vedo tornare
come tornano a riva le cose:
senza passato,
con il petto lavato
dal mare.
 
Ecco!,
 
sali le scale come un ragazzino
che scrolla dalle ciglia una corona di sale,
dà due beccate d’indice
alla porta, s’inginocchia
in fretta, in fretta
dice: “Vieni!,
ti porto al mare” e mi sorride, dalla sua statura
di nevischio e di rose, dalla sua garza d’anima salvata
dalle piccole cose.
 
Dalla sua bocca bianca ride il mondo
e ridono le cose
trasparenti del cielo
se, girandosi appena
per pudore, dice: “Lo vedi, non ho più paura”
 
come parlando a un’ombra evaporata
nell’innocenza
 
calma delle ginestre, a un fiatare di rose
andato via per le finestre
aperte
fino alle fondamenta.
 
Così mi lasci nell’aperto privo
di peso. E allora canto
lo stare seduti
nel vivo, tutto l’amore privo,
che non smetta
 
la presenza perfetta
di chi non pesa
 
ma è senza volontà, senza maceria, senza l’avvenimento
della materia
 
è solo polvere che tende alla luce.
 
 
Roma, 30 settembre 2010

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intervista di Riccardo Giagni per Radio 3 Suite e la giornata della memoria (27.1.18)

un'intervista di Michele Paoletti in "Laboratori Poesia" (25.11.17)

la recensione di Niccolò Carosi per "Radio Italia Anni 60" (10.1.18)

Davide Toffoli - La voce poetica di Maria Grazia Calandrone è di quelle che non hanno bisogno di presentazioni. Nel 2017, per l’editore Crocetti, ha pubblicato “Il bene morale” che, a mio personale avviso, rappresenta una delle vette assolute della nostra poesia contemporanea. Un libro indispensabile, capace di lasciare un segno profondo, di entrare nelle pieghe della necessità più assoluta della parola; un libro coerente e ostinato, nei suoi obiettivi e nelle sue strategie comunicative. Apre “Un semplice esercizio di libertà”, che è più di una semplice dichiarazione di intenti, è piuttosto un approccio consigliato (“Guarda le cose / con dolcezza / e con dolcezza tu verrai guardato / dalle cose”), un invito a scambiarsi di posto con le creature del mondo, un inno ad accorgersi dell’alterità e al bisogno degli altri anche solo per parlare di vita [...]

Giovanna Frene – Maria Grazia Calandrone, che cos’è il bene? (alfabeta2 8.7.18) - Nel suo memoriale steso durante la detenzione a Cracovia, Comandante ad Auschwitz, Rudolf Höss evidenzia con scrupolo filologico lo zelo che lo aveva spinto a superare le tante difficoltà materiali nella conduzione di Auschwitz. Aggiunge spesso, poi, una frase agghiacciante: «Avevo ricevuto un ordine ed era mio dovere eseguirlo». Questa giustificazione sembra persuaderlo che ciò che si compie come dovere assolva sempre da ogni colpa. Come si spiega che si possa scambiare in maniera così grossolana il bene con il male?

Questo preambolo era necessario per introdurre la complessità di pensiero poetico a cui è giunta Maria Grazia Calandrone con quest’ultimo libro, la cui stesura è concomitante ai precedenti Serie fossile (2015) e Gli scomparsi (2017), dei quali riassume e supera il portato di empatia e di scavo nella biologia primordiale del sentire umano più profondo – ma è bene dire subito anche che Il bene morale rappresenta una sorta di summa poetica dell’intero tragitto poetico dell’autrice, la quale non è mai stata così vicina come qui al dettato dantesco, per argomentazione, nettezza del dire e lucidità dell’intento etico.

Già nella prima sezione, Alberi, vengono declinati gli elementi su cui il libro intero concresce: le strutture vegetali sono allo stesso tempo corpo e figura di ciò che dovrebbe essere la piena realizzazione della natura umana, nella sua essenza (per esempio, lo spacco sulla buccia di una pera è la ferita in cui «si rivela il vivo della polpa, granulare e bianca come la traccia dei morti»; si veda anche la sezione Questi corpi leggeri come presagi, specie nel richiamo a Baudelaire); il microcosmo diventa immagine del macrocosmo, e viceversa (per cui l’infanzia è lo stato puro di conoscenza, e si veda anche tutta la sezione degli oggetti in Roma); viene immediatamente squadernato tutto il mondo apparentemente altro della vegetazione con un lessico specialistico scientifico (tanto che a tratti davvero si può intravvedere quella che si potrebbe definire come una metafisica biologica; si veda per esempio tutta la sezione Lo stupore di cui eravamo fatti, dove emerge chiaramente un lògos di tipo biologico); gli alberi sono esempi perfetti di come la vittima sappia sopportare e rinascere («hanno anzi una capacità variabile / di sopportare tagli»); la struttura dei testi poetici, dopo un’ampia voluta argomentativa, si ricapitola in una sorta di chiusa gnomico-oracolare (in altri casi, la portata figurale dell’exemplum viene sciolta invece da un’argomentazione finale).

E specialmente viene subito a galla che la necessaria natura del bene, e insieme l’elemento panico che realizza la singolare essenza dell’uomo in quanto poeta, sta dalla parte degli sconfitti, dei feriti, dei morti della storia, grande e piccola. È infatti attraverso la ferita che si produce la parola («Raramente [...] passiamo intatti dall’essere una pera liscia e impassibile a essere una pera parlante, dotata cioè di ferita aperta»), e per questo chi testimonia con la parola, il poeta, non può che essere vinto come i vinti. Solo in questo stare nella ferita è poi possibile ritornare per converso alla natura, quella stessa da cui la parola sembrava avere staccato l’uomo razionale adulto.

Dagli accenti cristologici («Questo è il mio corpo», «Questa è la vigna delle mie ossa», «Elevazione della vittima», ecc.) e del Dante della Vita nova della prima sezione (ripresa in parte nella terza sezione, In un sistema di amore, dove si riconoscono le stimmate dei lunghi testi amorosi argomentativi di Serie fossile, per esempio in Poniamo il caso della gratitudine, o nel magnifico cameo à la Donne di Anatomia della lingua), ribaditi in più punti con i chiodi persuasivi dell’anafora, si passa così alla parte rovente di Vittime, Lecose vive e questi corpi leggeri come presagi.

La storia è percorsa interamente dal male: questo il dato di fatto. Come si spiega che si possa deliberatamente fare il male? Che cos’è, dunque, il bene? Il bene passa attraverso l’empatia con le vittime («basta poco, a conoscere, basta / identificarsi», ecc.). Spinoza afferma che «la Misericordia è Amore, in quanto produce nell’uomo un affetto per cui gode del bene altrui», e si rattrista per il male altrui (Calandrone: «I cattivi sono cattivi perché ottusi, ininterrottamente immersi nel bagno penale del proprio io [...] La poesia abitua alla identificazione [...] e dunque alla compassione, il più utile dei sentimenti umani» – e «utile», in Spinoza, è connesso alla realizzazione dell’essenza dell’uomo), aggiungendo che il bene è la virtù (Calandrone: «Io, che ho sentito il tuo dolore, non potrò mai più farti del male»). Non c’è retorica, dunque, nel racconto argomentativo dei migranti affogati nel Mar Mediterraneo (immagine stessa del naufragio di un Occidente che rifiuta la «faccenda umana»), o nel racconto della Shoah (su tutti il lungo verbale dell’orrore Verba Manent), nelle parole di un albero a Fukushima, nella sequenza sulla tragica esistenza di Marilyn Monroe, o nel poemetto sul Vajont: tutte sono conseguenze del fatto che «un essere umano non riconosce l’altro essere umano come simile».

Nitidezza che definisce la colpa come «vuoto umano», o fenomeno di «estraneità»; perciò il poeta non si pente di nulla di ciò che ha fatto, se non dell’«ignoranza del cuore». La vera conoscenza allora è un «ottuso atto di fiducia nella bellezza»: tutta la sezione Le cose vive viene spesa a dimostrare questo assunto duro, perché comporta l’accettazione dell’essere inermi rispetto alla violenza della storia e della morte, destini comuni dell’umanità. Ed è qui che si produce il riscatto, però: mentre il coro leopardiano delle mummie rivelava il nulla della vita, la parola del poeta si fa «canto immortale sulla bocca dei morti», perché è proprio della natura, o virtù, del poeta dissiparsi «in tutti quelli che sono».

Maurizio Cucchi, "la Regione (Bellinzona)", 18.4.18 - "Un poeta è profondamente coinvolto con le cose del mondo. Il suo compito è ricordare la grandezza possibile della nostra persona". Così scrive, e ha ragione, Maria Grazia Calandrone nel recente Il bene morale, nel quale la sua perlustrazione sensibile, febbrile, delle cose del mondo che vive in noi e attorno a noi, mostra un'energia e una generosità che intervengono anche sulla forma, aprendola in squarci lirici o molto più spesso a un fluviale dire prosastico di non comune effetto. Una proposta nuova anche in questo senso, che conferma la vitalità della sua poesia e la sua capacità di andare a fondo, tra amore e meraviglia quotidiana dell'esserci.

Nicola Bultrini, "Il Tempo", 15.1.18 - Maria Grazia Calandrone ci ha abituati ad una poesia magmatica, dall’andamento fluviale, che avvolge il lettore in un caleidoscopio instancabile. In questo ultimo lavoro invece (“Il bene morale”, euro 12,00, pag. 184, Crocetti Editore), il moto è tellurico e il dettato sussultorio. Il verso quindi si frantuma per poi ricomporsi in agglomerati intertestuali, assumendo un respiro piano, dilatato. La poetessa precisa, come dichiarazione di intenti che “un poeta è profondamente coinvolto con le cose del mondo. Il suo compito è mantenere la memoria della comunità umana. Il suo compito è ricordare la grandezza possibile della nostra persona”. Conseguentemente, la realtà è sempre chiamata per nome, l’anatomia del corpo (vivo o esanime) è giustificata e decrittata secondo verità. La trasfigurazione degli eventi (coerente con un laico ma pregnante lirismo) è sempre comunque aderente ad una concretezza materica; del resto “la poesia abitua alla identificazione (…) e dunque alla compassione, il più utile tra i sentimenti umani”. E proprio nella compassione (molte volte ribadita e nei contesti più differenti, quasi fosse una benigna ossessione), si svela una forte capacità di immedesimazione, mirabile ad esempio nella straziante suite sullo sterminio nei campi nazisti. Ma la voce della Calandrone rivela sempre una matrice sottocutanea ed autobiografica di esperienze, avviluppate attorno a duri nodi e nudi sentimenti, dinamiche e dialettiche. Lo sguardo speculante del poeta ha il suo dovere nella presa d’atto del mondo, dell’esemplare imperfezione, ma se “l’etica della specie non evolve”, “la feroce bellezza della vita”, necessita allora di un atto di fiducia. Un fiato di speranza, tanto vera e tenace, quanto ottusa, anche nella tragedia più schiacciante, nella violenza più assordante, “perché nessuno crede veramente al male”. Un libro di rara compiutezza e consapevolezza, che certifica la Calandrone come una delle voci più intense e significative della nostra poesia.

recensione ibs Ottima raccolta di poesie. L'autrice rivela una grande sensibilità e contemporaneamente una spiccata aderenza alla realtà. Niente melensaggini, solo parole che fanno bene. Lo consiglio senz'altro.

"L'Espresso", 4.2.18 

Andrea Galgano in "Frontiera di pagine", 7.2.18

Michele Paoletti, LaboratoriPoesia 19.4.18 "Il bene morale" di Maria Grazia Calandrone è un libro straordinario, un canto di gioia, d’amore e di compassione per le creature che posano il loro peso sulla terra. Difficile descrivere la ricchezza dei testi, la padronanza del linguaggio che spazia tra i vocaboli più disparati per restituirci poesie che si radicano dentro continuando a sorprenderci, lettura dopo lettura. Sicuramente uno dei libri più belli di quest’anno appena cominciato. Ho conosciuto i versi di Maria Grazia Calandrone qualche anno fa sulla rivista Poesia di Crocetti e sono rimasto subito affascinato dall’energia vitale che tracimava dalle sue parole. Oltre che dalle doti di scrittrice, sono rimasto colpito anche dall’intensa attività di promotrice della parola poetica e ancora di più dalla capacità di farsi corpo e voce della poesia, sua e degli altri (in tal proposito, ascoltatevi l’eccellente alfabetiere che ha curato per Radio Tre). Non credo sia un caso che Il bene morale (Crocetti, 2018) indaghi proprio i rapporti con l’altro, “la responsabilità dei nostri sentimenti, l’attenzione che dobbiamo al bene che proviamo e facciamo” come afferma l’autrice stessa parlando del libro nell’intervista che le ho fatto per laboratoripoesia.it. Un libro denso e importante – oltre 180 pagine – che si apre raccontando un semplice esercizio di libertà, un’esortazione ad abbandonarci alla bellezza delle cose e della natura per diventare cielo e disperdersi nel mondo. Si prosegue poi attraverso una serie di sezioni in cui l’autrice ci invita ad aprire lo sguardo, ritornare ad uno stadio primigenio e spogliarsi delle sovrastrutture per ricongiungersi con la nostra parte animale e ricucire il dialogo con la natura, gli alberi, i frutti del mondo. Un poeta è profondamente coinvolto con le cose del mondo. Il suo compito è mantenere la memoria della comunità umana afferma Maria Grazia Calandrone in una sorta di introduzione alla sezione Vittime e si fa voce dei testimoni della Shoah, dei sopravvissuti al disastro dell’Acciaieria Thyssen Krupp, di un albero di Fukushima, di Marilyn Monroe. Documento e poesia si fondono e sottolineano ancora di più il legame indissolubile tra Storia e poesia, il loro procedere intrecciate. C’è amarezza verso il genere umano in questi testi, la specie che resta non si evolve, la catastrofe non segna la memoria: il disastro del Vajont diventa emblema della noncuranza umana. Ecco che il bene morale, la cura dell’altro, di ciò che è e di ciò che prova, sembra venir meno, ma l’autrice ci esorta ad attraversare il disastro ad aver cura delle macerie, ricostruire.

  • ora dammi la mano, attraversiamo insieme questo disastro. impara a tenere alta la tua bellezza
  • sopra l’acqua infetta, sopra questa evidenza
    tremenda. inventerei
    una trama diversa alla tua vita. ma questo è quanto abbiamo. dunque impariamo
    a essere grati, ognuno
    per il suo bene. io
    del mio
    tanto, figlia, ché sei rimasta

Nella sezione Le Cose Vive il libro raggiunge a mio avviso il suo apice. La poesia di Maria Grazia Calandrone ha sempre posto l’attenzione su un concetto poco frequentato dai poeti: la gioia. Lo stupore che si prova di fronte alla bellezza e come questo sentimento possa scaturire in modi impensati, improvvisi. In apertura alla sezione l’autrice ci invita ad un ottuso atto di fiducia nella bellezza, a tornare all’origine, al candore della scoperta consapevoli della propria carne e della propria mortalità. Uno stato di idiozia che ha coscienza della propria fine e dello splendore della bellezza che sulla fine si accampa. E che celebra il corpo in tutti i suoi elementi, un’anatomia amorosa che, utilizzando anche termini strettamente tecnici, esalta la perfezione della macchina responsabile che è l’essere umano.

  • amare
  • questo vivido essere impermeabile. avere cura
    della sua meraviglia e della sua ferocia. non esiste che questo sulla terra.

La poesia di Maria Grazia Calandrone è dunque un canto della bellezza e per la bellezza. Per riconoscerla e preservarla, averne cura. Ma è anche un canto di compassione, parola-ossessione dell’autrice, da leggersi non come pietà bensì come capacità di sentire insieme, accordare voce con voce. Il canto si spande per le vie di Roma, città-mondo polimorfa, creatura vivente che risplende sotto il sole. E si frantuma tra uomini e gabbiani, tra i colpi dei battilamiera e la folla sull’autobus che sembrava ubbidisse a un comandamento di gioia. Con la sua voce poetica intensa e lucida, Maria Grazia Calandrone ci invita a ritrovare il seme dello stupore piantato dentro di noi. E a osservare il mondo e gli uomini con la fiducia che hanno i bambini, custodi gioiosi di uno sguardo poetico puro, irraggiungibile.

Stefano Vitale, “Il Giornalaccio” 3.10.18 - I testi che compongo il libro sono stati scritti dal 2010 al 2016 e rappresentano un punto di approdo importante nella produzione di questa poetessa ormai affermata. E’ come se in questi testi l’autrice abbia deciso di fare il punto, di mettere un punto e stabilire con chiarezza un punto di vista poetico sulla realtà. E lo fa con voce ferma, sicura, riconoscibile.

Nella motivazione al Premio Cetonaverde Poesia (2018) troviamo scritto: “Un atteggiamento di complice dolcezza (“guardando i fiori come fossimo fiori”) irradia nel testo un senso di sospensione e eternità. L’attenta osservazione dei meccanismi vegetali (per esempio “una capacità variabile / di sopportare tagli”), rende possibile una scrittura partecipata, una parola-albero che accende le “macchine da fiore”. E permette al linguaggio di creare “formazioni audaci”, anche se con pacatezza. MGC dimostra grande abilità nel passare dal verso breve alla prosa, dalla canzone all’ipermetro, e tuttavia non trattiene una magmatica virulenza del dettato. È poetessa notturna, che non tralascia i minimi movimenti muscolari e tocca i più disparati temi civili, dal disastro nucleare di Fukushima alla Shoah, dalle tragedie migratorie del Mediterraneo al Vajont. Senza dimenticare la scena del ritrovamento del cadavere di Marilyn Monroe. Spesso ambientata a Roma, dove ‘autrice vive e lavora, la poesia di questa raccolta non disdegna crimini ed eccessi, perché in fondo, come leggiamo in questa pagine, “la scrittura nacque per tenere i conti di sale e olive“: Esplicita è la “tendenza a stare / nella lacerazione”, nel sentimento del dolore; a farsi interprete di “un magnetismo imperdonabile” e di “una collettiva dedizione“. Così la poesia sanguina, “come sanguina una pietra”. Se infatti “il canto è innocente”, “gli oggetti sono più innocenti del canto“. Anche per questo le pagine si popolano di animali (persino quelli non ancora nominati) e si offrono al lettore come “un ottuso atto di fiducia nella bellezza” (Alberto Pellegatta)

Poetessa civile e lirica; poetessa capace di trasformare la cronaca in letteratura, capace di alternare registri intimi ad altri di natura narrativa, scrittrice a volte stringata e tagliente altre volte barocca tanto che certe sue poesie ricordano un retablo tanto è attenta all’architettura e ai colori dei testi; poetessa che a volte sembra istintiva nell’inseguimento di un demone della scrittura che guida la sua penna (o le sue dita) altre volte meditativa, riservata; poetessa che non ha paura della gioia (e che ci ricorda spesso Mariangela Gualtieri) ma neppure di cantare il male e il suo orrore. Poetessa civile, dicevamo, che ha il coraggio, e certo è un rischio, di “dire la sua” nel senso che la sua poesia non si limita all’indignazione, alla denuncia, ma va oltre: indica il “bene morale”, ricerca una soluzione che è etica, certamente, ma anche “antropologica” per così dire. E’ l’uomo che deve cambiare, cambiare dentro, cambiare nel profondo.

Il libro è introdotto da una bella poesia che è come un manifesto: “un semplice esercizio di libertà” dove non teme di dire: “guarda, il mondo è perfetto,/non avremmo saputo fare di meglio/ guarda le cose/ con dolcezza/ e con dolcezza tu verrai guardato/ dalle cose”. E’ come se prepararsi a guardare in faccia il male presupponga comunque una speranza, una fiducia in se stessi. La prima sezione è “Alberi” e lo stile dominante è legato ad una prosa poetica che a me ha ricordato Francis Ponge. Qui Maria Grazia Calandrone si abbandona a delle descrizione del mondo e delle cose e lo fa appunto con precisione, ma con dolcezza, con la certezza che nelle cose c’è qualcosa di più che un semplice oggetto perché “quest’arancia contiene una rivelazione”. E così ci canta dello stupore dinanzi alla notte, al fiorire dell’infanzia, alle stagioni, alla scoperta del corpo. Lo stile narrativo è spesso sincopato, teatrale, segnato da sbalzi lirici carichi di colori e di immagini.

La sezione “Vittime” è un viaggio, come detto, nel male. “un poeta è profondamente coinvolto con le cose del mondo” scrive MGC che affronta con coraggio il dolore della Shoah, la tragedia della Tyssen, l’esplosione di Fukushima , del disastro antico ma ancora vivo del Vajont consapevole che “etica della specie non evolve. L’esperienza del disastro/non incide sui futuri comportamenti umani, questa/l’evidenza…”. Il tono è dolente, ma fermo, altre volte è sanguigno, combattivo, mai banale. Colpisce la chiarezza, la sincerità: la responsabilità del Male non è metafisica è il frutto della noncuranza, della distrazione, del profitto: “accampare la scusa della fatalità. Questi sono fenomeni di estraneità”; “i fatti sono che i fatti vennero ignorati”. La memoria del disastro non è contemplativa, ma un incitamento all’azione morale. Poi, come in un’apparizione, ecco il poemetto “Marilyn non esiste” dedicato alla sfortuna attrice, vittima “della tua bellezza” che resta dentro questa sezione come un fiore bianco in mezzo al fango.

La poesia comunque non si arrende: “In un sistema di amore” MGC fa un salto mortale. Il bene morale non è un’idea astratta, ma una prassi concreta, praticabile che mette al centro dell’azione il capovolgimento dei valori dominanti e così “poniamo il caso della gratitudine” ci dice che “Amore porta in dono Amore/Amore/porta nudità/trasparenza e umiltà di Amore. Nient’altro.”. In questo testo c’è come una fiducia nella liturgia della parola che salva nel suo tracimare di immagini, nel suo sconfinare oltre le righe del testo stesso, nel suo indicare una via d’uscita etica. Perché c’è “un sì che salva ogni creatura”. In questa poesia emerge la religiosità laica dell’amore, della compassione disperata che si appalla al Bene possibile. Devo dire che poi la poesia “Monologo del padre della dea” (bellissima poesia che riprende un atroce fatto di cronaca accaduto in India) mi ha ricordato nell’incedere, nel lessico (“la stortura fetale dei suoi arti/carichi /all’eccesso, l’encefalo/non finito dell’altro/figlio, questa giaculatoria di carne/che suscita pena/” ) e nel tono la scrittura di Jolanda Insana. E lo stesso in “Lumen quam maximun maxime invisibile” in cui il fiorire della lingua esplode in salti, incisi, toni oracolari, ma meticolosamente costruiti.

Le ultime poesie che chiudono la sezione (“Anatomia della lingua” , “Il bacio davanti alla città”, “tutta la infinitudine del canto” già nei titoli indicano una sorta di riposo, di abbandono dopo la terribile traversata del dolore e della denuncia. “leggerissimo è il solo nell’esercizio della sua caduta,/leggerissimo il richiamo. Terra/magenta. Un magnetismo/imperdonabile. Vieni, diceva. Leggerissimo io rogo”…; “se sorridiamo, è perché siamo irti/della inesorabile felicità/dei bambini, che sono/solamente natura” e la poetessa invoca “tutto il canto e la gioia delle ose di essere cose,/tutta la infinitudine del canto” perché il compito del poeta non è solo di brandire la spada o di innalzare preghiere o di indicare una via d’uscita morale, è anche quella intrinseca del canto puro. Ed è lo splendore della bellezza che prende il sopravvento “adesso credo necessario un ottuso atto di fiducia nella bellezza. Agire come non fossimo mai stati. Come non fossimo mai stai traditi. Come se non avessimo visto i nostri cari morire. Agire come se fosse la prima volta”. In questa rifondazione morale occorre mostrare “la bellezza di una fine che non scavalca e non trascende se stessa. Carne fatta serena come pietra”. In questa sezione il tono cambia, si fa più lirico, in una ricerca anche esistenziale “Non siamo soli, siamo/provvisori “ ma MGC non può rinunciare a far sì che la sua scrittura navighi nel magma dei fatti, che parlano da soli e li si fa ventriloqua della parte nascosta della realtà che lei così illumina poeticamente con scariche elettriche che innervano il testo di luce. Si veda qui il testo “Requiem per L.S.” terribile quanto autentico canto del dolore e della pietà.

Nella sezione “Roma”, MGC dedica poi pagine molto sentite alla sua città e lo fa con un stile barocco, ma carico di affetto e fatto di immagini sentite “il giorno/si capovolge come uno scarabeo/d’oro. Sfolgora il metallo delle gru”…”in un’aria da fine del mondo colo il tuorlo del sole”… oppure ci regale dei pezzi di bravura in “Orazione agli oggetti” in cui la poesia si fa intarsio e labirinto. Questo sguardo si prolunga nella sezione “questi corpi leggeri come presagi” dove la poetessa canta dei piccoli gesti quotidiani di resistenza necessari al bene morale, dove si lascia andare al gioco felice degli haiku, ma sempre senza dimenticare chi resta ai margini, chi resta indietro (come accade nella poesia “I fiori che lei porta”) oppure tornando sul tema dell’infanzia, spazio di innocenza e di apertura al mondo (come in “mentre il fiore d’argento del tuo nome”. Ma anche senza mai lasciar venir meno quel suo gusto della scrittura come accade in “Il mondo si manifesta spontaneamente in selve di metafore”, testo in cui MGC da sfoggio della sua abilità e bravura e dove riafferma “Di niente/che mi abbia versata sula terra/io mi pento, solo dell’ignoranza del cuore”. Il gusto della scrittura, dicevamo, che però è anche misurata fiducia nella parola: “originariamente la parola/aiutò una delle diverse specie preumane a formare piccole/società e a orientarsi nel mondo”:/fu un gesto di compassione che agiva sulla biologia/fissando nella laringe di una specie due bianche pliche vocali/ originariamente la parola/fu un gesto morale della biologia”. E’ come se MGC individuasse la possibilità e la necessità di una trasformazione antropologica. La parola è mediazione, è forma che impedisce la violenza, che la organizza, che la supera in un “commosso desiderio di vivere” oltre i crimini oltre il “sollevarsi la scheggia d’osso”, nella speranza che qualcosa cambi anche se “saremo/le uniche creature/affette da un disturbo/di specie: eliminare i simili/ a causa di astrazioni, contravvenire alla nostra origine” che è o dovrebbe essere “amore” quale “struggente desiderio di non finire/esalato/da corpi riversi/nella dolce imperfezione del tempo”. E la funzione della poesia è centrale: “la poesia non è che questo/rimbalzare del suono tra angoli bianchi/di crateri preistorici – un vuoto calcinato avvitato al fondo/dell’orecchio umano/come pelle con osso”. Il canto ci salva, ma un canto che è morale, che Bene desiderato, esercizio di libertà ritrovata.

Allegati:
Scarica questo file (Galgano Andrea, frontiera di pagine, 7.2.18 - MGC, il fondo poetico delle cose.p)Maria Grazia Calandrone: il fondo poetico delle cose[Andrea Galgano su "Il bene morale"]

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