Del Vecchio Maria, Arimanere (InternoPoesia, 2017)

Eccezionalmente per la nostra poesia contemporanea, nelle poesie di Maria del Vecchio ricorre la parola “gioia” e, altrettanto eccezionalmente, viene ripetutamente dichiarata un’inclinazione alla gioia della persona scrivente, un muovere “a favore del sole” e “a scapito della notte”.

Del Vecchio ha il piglio fiero di chi ama le sfide: sa che la tristezza è tanto più accessibile, che la dotazione di lacrime è a portata di mano, che essere felici è un’ardua impresa e richiede pure uno sforzo iniziale d’immaginazione (“bisogna immaginarsi felici / prima di esserlo”) ma, proprio per ciò, trova doppiamente attraente la felicità: per la difficoltà del cammino – visto che nei suoi testi non mancano momenti di dolore puro, straziante, di equivoci e di assenze – e per il premio finale, l’ottenimento di qualcosa che ha il coraggio di non temere, ovvero: “Quanto franare provoca una felicità”.

La poetessa, dunque, non ha paura di essere e dichiararsi felice, perché non ha paura di vedere “cieli di altri mondi”, di essere “disumana perché desiderosa del volo”, non teme l’invidia degli dei, perché non teme nemmeno “di non credere a me. Non mi credo, e quindi?”.

Per essere felici occorre allora non darsi più importanza di quanta se ne dia a un altro essere umano, bisogna poter scrivere: “so il fiato tuo del sonno / e quello di quando ti svegli”: “” a questo io credo”.

Credere all’altro, credere al legame, all’evidenza della relazione, a quello che ci porta fuori di noi, nella terra straniera del respiro dell’altro.

E ancora oltre.

Una seconda chiave ci viene consegnata dal testo che si chiude con questi tre versi bellissimi: “La condanna: / come se un eroe avesse / nostalgia per una patria non sua.”.

Del Vecchio parla anche di questo scavalcamento ulteriore – di quello che da sempre de-scrivono i poeti, di questa caproniana res amissa: non solo di una perdita singolare e circoscritta da una biografia, ma del ricordo di un luogo perduto indecifrabile e incomunicabile, che da giovani si cerca con slancio, dentro il sole del mondo e poi, chissà, come fa l’ultimo Caproni, tra i rovi e gli sterpi montani presi dal vento. Ma Del Vecchio ha una scrittura piena d’impeto, tutta sangue e materia, dichiara apertamente di non essere “qui per il pudore”, probabilmente perché le “pare vero ogni sogno”.

E il sogno più grande da sognare è questa nostalgia di qualcosa che non abbiamo posseduto mai. E torniamo a Caproni: “Tutti riceviamo un dono. / Poi, non ricordiamo più / né da chi né che sia. / Soltanto, ne conserviamo / – pungente e senza condono – / la spina della nostalgia.”

Attraversando con il batticuore e con coraggio la nostra nostalgia – la nostalgia privata e quella umanamente condivisibile – si raggiunge la vista che vede il mondo, la bellezza del mondo, madri che “lucidano fornelli d’oro” e la luna “in quella / tasca di cielo sul cortile”. È quello che ci auguriamo e che auguriamo.

Per chiudere bene, occorre sottolineare la bellezza dei titoli di Del Vecchio, che mostra un vero talento, anche ironico, anche icastico e fulminante, nel dare nome ai suoi piccoli edifici di parole. E, naturalmente, saper nominare le cose non è insignificante, in poesia!

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