Istruzioni per vivere (Secolo Donna 2017)

intervista di Angela Lo Passo

Parto da lei e dal suo approccio al genere poetico.
Scorrendo la sua biografia, si nota subito questo doppio modo di approcciarsi al reale (sociale ed intimo)  che si rispecchia anche nella scrittura, non solo a livello contenutistico ma anche linguistico-formale:  secondo lei ciò è dovuto alla sua natura e formazione o al tipo di poesia attuale?

È dovuto senza dubbio alla mia formazione, perché ho conosciuto dall’infanzia due culture in apparente contraddizione: una linea maschile limpida, di ideali calati con un piglio generoso e irruente nel concreto della vita politica – e una linea materna perturbante, piena d’aria affocata e di morgane, prossima alla tentazione della convivenza dei vivi con i morti. Questo doppio manuale di istruzioni per vivere convive nella mia poesia, originando due voci parallele che talvolta si scambiano la cortesia della parola, ma trova senso e urgenza nel contesto storico e linguistico nel quale casualmente sono viva. Inoltre, origina in me la necessità di tracciare dei segni sulla pagina dura della vita, non solo sulla pagina ardente della poesia.

Passiamo ora ad analizzare l’impatto della poesia sulla contemporaneità.
La poesia sembra un’arte dimenticata, riservata a pochi eletti  che nulla ha a che fare con l’azione. Ha perso, sembrerebbe, la capacità di illuminare il fare sociale, avere poche connessioni con la storia. E’ un fatto voluto o è, purtroppo, l’amara condizione a cui dobbiamo in qualche modo rassegnarci?

Non volendo ho già contraddetto l’affermazione contenuta nella domanda. Mi pare più che mai necessaria la visione del mondo dei poeti: ora che il mondo del capitale sta esalando il suo ultimo respiro, adesso che l’Europa si frammenta e si chiude, trascurando il lavoro dei tanti uomini e donne che aprono la propria vita al futuro, non le pare indispensabile una bussola, una visione collettiva, un’affermazione di uguaglianza? Se è vero che la poesia parla al nucleo comune degli uomini, credo che in futuro avremo sempre più bisogno di sentirci parlare da così vicino.

Ora una considerazione generale sulla poesia.                  
I luoghi e i modi di fare poesia, la sua stessa necessità di essere e di essere riconosciuta sono cambiati con il tempo: oggi come e quando si può parlare di poesia? E quale cifra ha la poesia contemporanea?

Oggi come prima credo che la poesia si riconosca dal suo effetto fisico. Se fa battere il cuore o se mette in moto la gioia di un fervore mentale, se mentre la leggi dimentichi le leggi basiche della sopravvivenza come respirare, è poesia. Scrivo “leggi” perché l’ascolto della poesia può trarre in inganno: la poesia va misurata in solitudine e nel silenzio, senza nient’altro che se stessa, senza neanche la voce del poeta, va messa di fronte ai nostri occhi proprio come un quadro. Se è poesia, quello è il suo spaziotempo per parlare, cioè per mettere in crisi il nostro mondo.

Una riflessione sulla scrittura poetica.
Sappiamo che scrivere comporta un lungo apprendistato, frutto di lettura e analisi, di un giusto equilibrio tra significante e significato, insomma di meditazione, studio e tempo,  mentre proliferano premi, raccolte di versi prodotti da un incauto ottimismo su cosa possa definirsi “poetico”.  Cosa direbbe a chi si accinge oggi ad affrontare un genere così complesso ed insidioso? Quali le coordinate da seguire?

Proprio come lei ha ben detto: darsi tempo, non aver fretta e leggere, leggere irrimediabilmente. Saper parlare di poesia, essere colti e intelligenti, saperla lunga sui poeti, non vuol dire essere poeti: ora che il livello medio di cultura si è giustamente e fortunatamente innalzato, è facile cadere nell’equivoco di sentirsi poeti perché si sa scrivere. Un poeta deve aver maturato una visione del mondo – e avere una visione del mondo, salvo rari casi, richiede riflessione, tentativi ed errori, ripensamenti. La visione va poi tradotta in parole, ovvero in stile. Non descritta, tradotta: sulla pagina deve depositarsi la costruzione di un mondo tradotta in stile, non basta saper mettere una dopo l’altra una sequenza musicale di sillabe. Penna ha una visione, Sanguineti ha una visione. Prendo apposta ad esempio due esiti opposti. Naturalmente, quando la poesia segue da vicino l’apprendimento esistenziale del poeta, lo stratificarsi dell’esperienza può rovesciare quasi interamente la visione: pensiamo a Caproni, che comincia a parlare cantando l’aria che fanno le ragazzine passandogli accanto e si congeda sempre più esile, ironico e disincantato, cercando l’inesistente verità tra spini e rovi montani.

Ancora una considerazione sulla condizione contemporanea e sui giovani.
Esiste secondo lei un modo per imparare a fare poesia, per incanalare il proprio vissuto e la visione del reale in modo da diventare voci del proprio tempo senza usufruire di scuole o accademie (o che si spacciano tali), partendo soltanto da un proprio vissuto e dalle proprie letture o studi?

Le scuole di poesia servono a confrontare la propria esperienza e i propri esercizi con quelli dei poeti invitati e dei compagni di corso. Ma, poiché non si tratta di una scienza esatta, nessuno può insegnare la poesia, nessuno è mai riuscito neanche a dire cosa sia la poesia. Probabilmente la poesia nasce dall’esperienza del limite e dell’insufficienza della così detta “realtà”, si tratta del desiderio di sentire la realtà nella sua forma intera, integrale, completa di visibile e invisibile, concentra uno slancio laico verso l’invisibile, materializza bisogno e desiderio in forma di bellezza. Ma chi può insegnare a un altro a desiderare? Però, certo, si può leggere insieme…

Ruolo e funzione di chi si impegna con il pensiero a cambiare lo status quo.
L’intellettuale ha bisogno di adattare il linguaggio al contesto e cercare di comunicare la sua visione anticipando in qualche modo cambiamenti e possibilità di emancipazione. Come può distinguersi oggi un’opera militante, nel senso più stretto del termine? E l’intellettuale può definirsi libero, nonostante tutto?

Un’opera militante, oggi come sempre, è un’opera che guarda al futuro ricordando l’esperienza del passato, dunque un’opera che contenga un pensiero il più esteso e ampio possibile. Il presente si interpreta e si costruisce tenendo accesi i sensori per intercettare i mutamenti anche minimi (sebbene nel nostro presente siano macroscopici), ma con i piedi saldi nella storia, negli errori e nelle vittorie che ci hanno preceduti. Nel caso dei poeti, “mondo” e “parola” quasi si sovrappongono, allora penso al lavoro necessario sugli inevitabili cambiamenti che i movimenti mondiali porteranno nella nostra lingua: esausta, sfinita, “paralizzata”, come la definisce Gian Maria Annovi. I poeti saranno probabilmente i primi a rimettere sangue e moto nella lingua, come ha fatto Ùbax Cristina Àli Fàrah*, autrice somala che ha compiuto il procedimento inverso, inventando un italiano “con le sonorità e le strutture del somalo”, per “riappropriarmi di tutto ciò che nella realtà non poteva coesistere”. Ricucire dunque una frattura biografica e storica – che diventa frattura interiore – modificando la lingua nella quale esprimersi. Cominciamo ad arrenderci: il futuro sarà fatto di popolazioni miste che parleranno lingue nuove, miste, reinventate.

* [in Ai confini del verso. Poesia della migrazione in italiano, a cura di Mia Lecomte (Le lettere, 2006)]

Infine uno sguardo al mondo a cui apparteniamo entrambe.
Potrebbe sembrare una domanda di parte, ma c’è una possibile definizione di una poesia o poetica al femminile? E se sì, quale?

Quando la poesia delle donne cominciava a pretendere l’ascolto al quale ha il diritto che tutti noi oggi diamo per scontato, si è molto discusso intorno alle questioni di genere: per cominciare, si rendeva necessario marcare dei confini e rivendicare l’insostituibile valore assicurato da una specificità. Grazie alla strada che le donne prima di noi hanno fatto per noi, a questo punto della storia letteraria dell’Occidente credo che le differenze si siano assottigliate al punto di sparire. Non è così in altri paesi, uno per tutti l’Afghanistan, dove le donne ancora pagano con la vita la propria arte, una per tutte Nadia Anjuman, uccisa nel 2005 dal marito perché scoperta a leggere in pubblico i suoi ghazal, poesie d’amore scritte di nascosto per anni e riunite nel libro dal titolo Fiore rosso scuro. Per la nuda cronaca: il marito di Nadia, ricercatore universitario della facoltà di Lettere, viene processato e assolto, dunque torna a insegnare all’Università: per la legge afghana Nadia è morta suicida. Conclusione non lontana dal vero, nei luoghi dove scrivere poesia per una donna equivale a rischiare la vita. Se l’è proprio cercata, non vi pare?

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