Picchiata dal fidanzato. Immobili i passanti (CorSera Roma, 14.5.18)

"Corriere della Sera - Roma" 14 maggio 2018

Picchiata dal fidanzato. I passanti fermi come davanti a uno schermo

Ore 19 di una sera qualunque all’Appio Tuscolano. Lavoro alla recensione di un libro, seduta nel mio studio al settimo piano. Le finestre sulla strada sono chiuse. Eppure, un suono buca la camera d’aria tra i vetri. Sembra un urlo di donna. Prolungato, animale. Giro gli occhi a fissare la finestra. Silenzio assoluto. Mi sarò sbagliata. Riabbasso gli occhi sulla tastiera. Un altro urlo. È davvero una voce di donna, con la corda del panico nella voce, tesa fino al punto di rottura. E stavolta non smette: “Aiuto, aiutatemi, aiuto!” La vibrazione di una paura vera, profonda, che viene dal tempo in cui eravamo prede.

Mi spavento a mia volta. Apro la finestra, mi affaccio e vedo una figura maschile che spintona una sagoma di donna. Intorno ai due, piccoli capannelli di persone. Ferme.

Lui continua a spingere, poi vedo un movimento veloce, il braccio di lui compie un arco e la figura femminile cade a terra. Tutto è fermo, tutti restano fermi. È insopportabile. È irreale. Non ho mai fatto un’ora di sport, figuriamoci se so picchiare, il mio mestiere è scrivere. Eppure, riconosco la tensione della rabbia. Adrenalina, muscoli pronti alla lotta. Non penso a chiamare la polizia, penso che questa cosa deve finire adesso. Subito. Scendo. E vedo: la ragazza seduta sull’asfalto, che piange piano e si tocca il viso, si copre con la mano l’occhio sinistro, con l’occhio sano guarda dal basso il ragazzo che incombe sopra di lei. Lei non urla più, ha nella voce lo stupore e la supplica di una bambina: “Mi hai fatto male, mi fa male, è gonfio…”  

Sento il guaito della preda che ha ceduto al morso, la lacrima della cerva che si prepara a diventare terra. Adesso è lui a urlare, a propria discolpa: “Che cazzo dici, se t’ho dato un buffetto! Alzati, andiamo!” e la strattona per il braccio per portarla con sé. Le persone intorno stanno ferme come davanti a uno schermo, come se quel che vedono non sia reale. Provo un destabilizzante sentimento di solitudine assoluta. Sono certa di provare sentimenti semplici, naturali, eppure mi sembra di agire da straniera al mondo, mentre urlo all’aggressore: “Lasciala! Lasciala stare!”. Il ragazzo, alto e robusto, si volta a guardarmi con un certo disprezzo. Insisto: “Non la toccare!”. Lui mi considera, con lo sguardo con il quale considererebbe una zanzara in una notte estiva: “Aò, ma te levi dar cazzo?”. Capisco di essere stata misurata secondo unità di misura del reale opposte alle mie. Insisto: “La devi lasciare!”. Ottengo che almeno mi urli contro, mi valuti come un avversario attendibile: “Hai rotto il cazzo. Fatti i cazzi tuoi!” Rispondo la sola cosa possibile: “Questi sono cazzi miei! Sono cazzi di tutti!” Eppure “tutti” – persone che conosco da decenni, poiché abito in questo quartiere dalla nascita – mi guardano come se mi vedessero per la prima volta. Il ragazzo continua a cercare di sollevare da terra la ragazza: “Alzati! Vieni a casa!” Lei non oppone alcuna resistenza, se non quella del peso, unito alla forza di gravità. Sembra vuota. Mi siedo accanto a lei, che comincia a piangere a dirotto, tira su col naso, vuole essere abbracciata, dice: “Mi fa male. Ce l’hai uno specchietto? Voglio vedere che m’ha fatto, quello stronzo. È gonfio?” E lui grida, rivolto alla piccola folla inerte: “E che j’ho fatto? È cascata da sola! Io j’ho dato un buffetto! Aò, io qui ce abbito da trent’anni!” Però a noi due non si avvicina più. Fino a quando? Parlo per qualche minuto con la ragazza, le presto il telefono, chiama la madre. Provo una cupa tenerezza, mista a preoccupazione e a una rabbia profonda, che da animale si è fatta sociale, cioè politica. La ragazza riesce ad alzarsi. Fino a quando? La consegno alla madre. Fino a quando? Mi alzo anch’io, raggiungo lui, pretendo di spiegargli che il suo comportamento è sbagliato, è pericoloso. Ci urliamo contro un dialogo in due lingue sconosciute. Una donna finalmente agisce: “Chiamo la polizia”. Io qui ho finito. Mentre mi avvicino al portone, sento un ultimo commento, alle mie spalle: “Ma dai, era una cosa fra ragazzi…” 

articolo ripreso da "Huffington Post", da Francesco Loiacono per "fanpage.it" e da Kati Irrente in "NanoPress"

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