Bosnia: le case infinite ("ilReportage" n. 35)

il Reportage” n. 35, luglio 2018

La Bosnia somiglia all’Italia del dopoguerra. Ma più deserta. Scavalcata l’impressione visiva, parlando con gli abitanti, comincia la conta delle differenze. Nel numero di due.

Prima: la Bosnia vive il disagio del dopoguerra mentre si trova incastonata in un’Europa capitalista, che la soffoca – anzi, in quello che per le società del cosiddetto benessere è ormai post-capitalismo. Questo dopoguerra non è quello di un corpo collettivo che si rialza e si scrolla di dosso la polvere delle macerie, pronto a ricostruire un’economia ferita. Possiamo rappresentare il dopoguerra bosniaco come un corpo vestito dai panni allegri, cupi e duri della società agricola socialista, che sia stato precipitato nell’angoscioso individualismo neoliberista, fatto di molte disperate solitudini costrette a desiderare di venire incluse nel ciclo del consumo che, fino a pochi anni fa, non sapevano neanche esistesse. La macchina a vent’anni, per intenderci. Per inseguire questo solitario e sovradimensionato riscatto, i giovani bosniaci si stanno preparando a migrare in massa verso il Nord Europa.

Seconda differenza: usciti tra gli ultimi dal socialismo, i bosniaci hanno il ricordo recente dei diritti sociali elementari che il socialismo garantiva, primo fra tutti il lavoro. I maggiorenni si sentono umiliati dall’ozio imposto dalla disoccupazione, che li costringe a coabitazioni forzate con genitori che, alla loro età, avevano intrapreso da un pezzo il giusto percorso di emancipazione e indipendenza. I giovani bosniaci del 2018 sono bruciati dall’ansia della brevità della vita.  

Ma la solitudine sociale è il terreno dell’odio. E l’odio è il terreno del fascismo. E il fascismo è il terreno della guerra. O della rinuncia.

Questo è il racconto di quattro giorni di attraversamento del territorio bosniaco.

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