Donato Ariu, 6.10

DONATO ARIU, I semi del bene
a cura di Maria Grazia Calandrone
su Poesia n. 250 - giugno 2010
 
Qui si dimostra che quando la poesia picchia duro non c’è “verso” di scansare i suoi colpi, si mostrano la febbre e le visioni di un bambino, poi ragazzo e infine giovane uomo. 
Qui non si hanno più coordinate ordinarie per considerare: siamo nel flusso di un fiume lavico e dobbiamo accettare i suoi detriti insieme agli atomi e alle travi d’oro, riconoscere nostra sorella poesia nella bellezza e nella grandiosità di un’energia incontrollabile.
Nei testi che stiamo fronteggiando la confusione tra arte e vita è totale, perché l’autore è al tempo stesso il protagonista delle proprie poesie e si è dunque orientati a parlare della persona Donato Ariu, ma in una maniera surreale. Invecchiando va da sé che si scopra quanto l’io (lirico o meno) sia ridicolo e lievemente osceno, ma in questo caso la persona-personaggio è talmente febbricitante ed esplodente ed esposta che non dà alcuna irritazione etica, né estetica, ascoltare la sua propria narrazione di sé. 
Veniamo dunque ai fatti concernenti: il ragazzo ci ha inviato un’opera di oltre 130 testi divisa in cartelle zippate ordinate per anni. All’interno di ciascuna cartella il lavoro era stato sistemato in ordine alfabetico. Il ragazzo ci ha sottoposti a un duro lavoro di selezione. Ma ha mostrato abbandono, nel doppio senso di fiducia e lascito: il suo è stato un gesto equivalente allo sgombero di una soffitta, piena di cose preziose ma delle quali ci si vuole finalmente liberare. Ecce corpus meum. Ecco la bellezza e l’imperfezione del mio corpo poetico: abbi cura di lui. Così il suo organismo in versi è stato accolto qui.
Questa mischia di stupore e vigore ci ha permesso di stare dentro una continua esplosione di sensi, se non di senso: la poesia di Ariu è sensoriale e sensitiva, quasi mai sensata. Ma nemmeno naïf. Per leggerla occorre essere disposti a entrare in una ragione e in una regione parallele. 
Hermann Hesse intitolava Sotto la ruota il suo romanzo sull’adolescenza faticata di Hans Giebenrath: anche il giovane protagonista delle poesie di Ariu è inseguito da erinni, posseduto da una dimensione “seconda” che egli traduce febbrilmente in parola. La Foresta Nera di Ariu è l’entroterra sardo, e la salvezza, che Hans non riuscì a trovare, è nel monumentale rotolo di trascrizioni che Ariu ci ha consegnato.
Ariu è Hanno Buddenbrook o, meglio ancora, un giovane Törless mediocampidanese, dunque inscritto nella gabbia d’oro di una natura antecedente, prestorica e perturbante ben più dell’Accademia Militare. La febbre tifoidea di Ariu è la scrittura, specie di cavallo al galoppo montare il quale è gioia sfrenata e orgoglio e insieme sentimento di una valorosa solitudine: tutte le creature eccezionali sono ristrette in una solitudine che per non asfissiare si dilata, ingloba, divora il conoscibile e l’inconoscibile, con un filo scoperto di corrente sotto il leggero strato di cemento della vita comune: la paura di cadere nella solitudine più grande ancora della follia. Ariu ha la coscienza che basta un solo passo falso per rimanere folgorato. E allora tiene nascosta ai suoi stessi familiari questa sua vocazione, la coltiva segretamente a latere di una altrettanto esplosiva carriera “ufficiale” di finanziere che lo porterà a vivere tra Londra e Milano. Così dunque Ariu il posseduto dalla poesia si tiene al mondo, fino a trovare il modo di ostendere il corpo vivo della sua opera sommersa. 
Il contenuto del suo lavoro e il genere di approccio che abbiamo appena descritto ci fanno scomodare un grande antecedente stilistico, perché la silenziosa precocità di Ariu gli offre il privilegio di una libertà assoluta, di una completa antiletterarietà, dunque il riferimento non può che essere al gran bel nome eversivo di Rimbaud, salvo che Rimbaud concionava moltissimo e con vivo sangue intorno al suo tempo e alla storia a lui contemporanea, mentre Ariu parla agli angeli e con la natura: chi ha conosciuto la Sardegna da abitatore non estemporaneo sa quanto quella natura isolana sia rischiosa, perché ha un corpo così pieno di suadenti e violente propaggini, è così enorme e ancestrale e viva e riporta così profondamente ogni animale umano alle sue assolte origini di bestia che può diventare l’interlocutore principale di un discorso interiore. 
Ma, come per il bell’Arthur, quando la poesia è un dono scorrevole e impaziente e così possessivo e gratuito, si sceglie un’altra via e il nostro affatto salottiero Ariu se ne va verso l’industrioso Nord, non verso l’Africa avventurosa.
Egli, bambino avvolto nelle lenzuola raffiguranti Paperino, aveva già ingaggiato una lotta con i dèmoni che agguantavano il suo piccolo corpo per scagliarlo in un mondo prenatale, nel mondo altro per il quale egli ha un’attrazione imprescindibile: non si tratta dei diavoli padroni delle giornate dell’amore furente cantati dalla maestosa Mina con le 20 parole di Roversi, sono i diavoli schumaniani dell’arte, sono gli angeli che si mutano in dèmoni e portano via. Sono le abitatrici delle Domus de Janas, le necropoli neolitiche che imitano in tutti i dettagli l’ambiente domestico: case, fate e streghe sono cose parecchio limitrofe.
La fata si rovescia nella strega, la casa si rovescia nella tomba, l’angelo nella sua caduta luciferina.
Ma dalle isole quando c’è tempesta non si parte: così da un cuore umano in tempesta non si arriva a nessuno. E Ariu ancora bambino l’ha già capito e invoca solo pace e comprensione e spesso usa la ripetizione, come se la parola gli si incantasse in bocca: incantata come un disco e incantata dal proprio stesso suono come una filastrocca. O forse cerca di lanciare la voce con insistenza al di là di una sponda, forse cerca di asciugare quel mare intorno che fa isola l’isola e il suo poeta, anch’egli assediato da un mare di silenzio che abbiamo avuto il privilegio di solcare con la barchetta della nostra lettura. 

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