Che cosa mi aspetto dalla critica (il verri 2.19)

Della critica m’interessa l’intuizione folgorante, che svela e lega la posizione dell’autore esaminato al sistema-mondo, per me inseparabile dal sistema-letteratura.

Ho imparato che le poetiche e le scuole di pensiero sono la traduzione organizzata del proprio temperamento e della propria occasione storica e sociale, nonché della propria collocazione geografica. Io stessa, se fossi sudanese o inuit, scriverei tutt’altro e sarei un’altra persona. Ma dell’ultima parte della frase sono solo parzialmente certa.

Penso (e pratico) la critica letteraria come un’operazione creativa non autonoma. Ammesso che si possa affermare l’autonomia di qualsiasi opera creativa. Nel caso della critica letteraria, il debito con l’opera dalla quale deriva è semplicemente più diretto e direttamente chiaro. Ogni critica comincia dove finisce il lavoro di un altro. Ma anche questa evidenza è sempre più scivolosa: la critica letteraria, come quella sociale e addirittura politica, è spesso impastata alla prosa letteraria o alla poesia (i poeti, in realtà, si sono sempre presi la libertà di rispondere in versi, spesso caustici, ai loro critici).

Non direi dunque che la critica sia morta, direi piuttosto che i generi letterari – anzi, artistici – come noi siamo abituati a pensarli, stiano sempre più confluendo gli uni negli altri e tutti in una sempre più vasta e confusiva «socialità».

Sono gli effetti della recente rivoluzione digitale, ovvero del chiacchiericcio globale, del tempo rotto in segmenti traslucidi, della perenne raggiungibilità individuale e della disponibilità e semplificazione di strumenti – per esempio i programmi di montaggio cinematografico – fino a qualche anno fa destinati ai soli esperti. La nota nuova democrazia apparente, anche pericolosa, anche esasperante – ma, a mio parere (poiché tanti anni fa ho preso con me stessa l’impegno politico di sperare), bella officina di futuro.

Come sempre, il mondo cambia più velocemente di noi. Come sempre, tendiamo a fare resistenza. Oggi assistiamo a molti spettacoli nuovi: insieme agli spostamenti in massa di persone, che cambiano la geografia del pianeta (e, per la prima volta, rivelano davvero noi ai noi stessi della mia generazione), vediamo i rivoli di letteratura, cinema, serie televisive, poesia, politica, critica cinematografica e letteraria, convergere in un grande intreccio di contenuti dal quale probabilmente emergeranno nuove arti. Ovvero quello che noi umani saremo capaci di inventare per (ri)scoprire quello che già esiste e già sappiamo, sapevamo, addirittura sapremo.

Naturale che, accostandomi alla critica con le aspettative appena descritte, perché io cambi opinione su un autore, devo fidarmi della visione del mondo di chi scrive il pezzo critico. Per me è sempre questione di rapporto tra persona e persona, di relazione fra intelligenze e sensibilità. E questo è tanto vero che mi è capitato di cambiare opinione sul mio lavoro, leggendo quanto ne era stato scritto. Dunque sì, è avvenuto che la critica abbia modificato la mia percezione della mia opera, mi abbia rivelato l’«ultrasuono» al quale ero paradossalmente sorda, pur avendolo nominato.

In poesia, come in politica, esiste un governo (quello poetico essendo sfumatissimo, labile, provvisorio, presunto, dovrebbe legiferare per induzione, più che per proclami) ed esiste un’opposizione. Per essere più esatta, il governo riconosce sé stesso quando l’opposizione monta.

Poiché richiesta del mio particulare: non sono né tra quelli che si arroccano perché sentono vacillare i pilastri del proprio mondo, poiché il “mio mondo” è estremamente mobile e proteiforme, sconosciuto soprattutto a me stessa – né figuro tra gli iconoclasti, perché non esiste niente di sacro da fare a pezzi. Tanto meno la scrittura, verso la quale provo fiducia, gratitudine e curiosità.

Imparo infatti quotidianamente moltissimo dalla scrittura, la accompagno e mi lascio accompagnare, procedo per tentativi ed errori, sono alla continua ricerca di non so cosa, ma archivio immediatamente quel che ho imparato a fare, non ho mai scritto un libro uguale all’altro. Detto questo, gli elogi mi imbarazzano. Quanto alle stroncature, mi è dato sapere di averne ricevuta una sola, una canzonatura «social» del mio atteggiamento nei confronti della poesia, definito «buonista» ed «ecumenico». L’ho presa male, perché la pubblica accusa contraddiceva la lusinga privata. Non credo avrei nulla da obiettare a qualsiasi obiezione critica ritenessi seria e serena. Forse in futuro avrò modo di scoprirlo.

Desidero concludere raccontando quello che ho imparato nei dieci anni di laboratori di poesia fatti nelle scuole, dai bambini delle elementari agli “anziani” liceali: la critica deve venire dopo.

La prima cosa è far saltare fuori dalla tavola autoptica della pagina il corpicino alieno della poesia, gettare i ragazzi nell’acqua viva dei testi, e, soprattutto, poiché la poesia è musica fatta con le parole, è necessario far suonare le parole, è necessario che i ragazzi le leggano insieme, ad alta voce, perché la poesia risulti cosa viva e a loro vicina, un oggetto come gli altri, di uso quotidiano. Dunque che i ragazzi la adoperino, che la sporchino, la storpino, che se la rilancino in tre dimensioni come un rosso pallone sonoro, che la dedichino e, alla fine, provino anche a manipolarla in prima persona, descrivendo magari oggetti, più che gli scivolosi sentimenti, e confrontando i risultati in un gioco collettivo privo di giudizio, affinché avvenga un contagio delle idee, dei risultati e degli azzardi. Non perché tutti diventino poeti, ma perché stare accanto alla poesia mi pare un modo direttissimo di essere liberi. 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

Cerca nel sito