Dimartino Letizia (3.11)

LETIZIA DIMARTINO, Deserto
a cura di Maria Grazia Calandrone
su Poesia n. 258 - marzo 2011
 
come parlammo – poveri – / come non più noi, scrive Letizia Dimartino. 
Il discorso rivela una ricchezza perduta. L’oggetto bianco della poesia in questione è la cronaca di un regno perduto: parole povere esalate come i vapori di un corpo povero. Il regno del proprio possedimento primario: il corpo – e la sua più prossima allegoria: la casa, sono luoghi abitati interamente dal sentimento della loro precarietà, mentre una volta – chi scrive ancora lo ricorda – ero io il mio luogo.
Corpo: abitazione del corpo, ri-conoscenza del corpo. La schiena, per esempio, (c’era un corpo – la schiena –) chiama a sé uno tra gli impossibilidettagli di Anedda. Anche Anedda parla di una ri-conoscenza corporale e lo fa con tale dolcezza: così, con le parole di un amore che parla nel tempo:quella (schiena) che cerco di conservare perché il tuo corpo riconosca il mio. E Dimartino, più avanti: come trema / questo corpo che conosci.
Le donne sono attente ai particolari, i loro uomini lo sanno bene! Quando sono addirittura poetesse anche le loro parole sono spesso appuntate sui dettagli: la piccola vetta di parole che cercano la luce, accumulate su ogni frammento, è la faccia evidente della loro poesia – e l’ombra della tela che s’inconca fra dettaglio e dettaglio è la loro materia obliqua, the dark side, la parte spuria che forse più dice, la feccia della bevanda dove la profetessa legge il futuro. Nel caso di questa donna l’attenzione è esasperata e i dettagli sono ingigantiti dall’abitare una dickinsoniana cella: dalla casa-corpo immobile, ferma senza morire, viene riportato il resoconto del mondo sotto forme di neve e di pioggia o al contrario deserto con acero rosso – ma nei versi c’è un continuo chiamare, una invocazione che non smette.
Dunque qui viene detta una donna custodita in un corpo che non risponde più – e il segno della perdita è nella perdita dello sguardo – ma che ci vuole fermamente dare notizia di sé: una sorta di leggendaria Lady of Shalott di Alfred Tennyson, la sfortunata e bellissima Elaine che a causa di una maledizione non poteva posare gli occhi sul mondo e allora puntava il suo specchio d’argento fuori dalla finestra e tesseva al telaio tutto ciò che vedeva, riportava i riflessi del mondo nei suoi arazzi magnificenti.
Non importa sapere se Dimartino sta raccontando un suo isolamento materiale o se, come Tennyson, va rappresentando allegoricamente il dilemma immortale – quello sì – dell’artista tra Vita e sua contemplazione indiretta: quello che qui importa è identificare facilmente lo specchio di Letizia Dimartino nelle sue parole.
Il corpo porta un grigio di capelli radi sul cuscino, mostra acqua che cola sul mento, la malattia che asciuga e vene vuote che ricordano, per anagramma e senso, la neve finale, il gelo, la brina del non-esserci. Ma la voce resta, come rimarrà il nome di Elaine. La creatura-casa ha le stanze coperte da un immobile e muto bianco di brina, tutta la casa appare come un transatlantico arenato, vuoto e bianco, abitato da un’ombra vivente che fa uscire dalle finestre la voce. Ecco. La voce può abitare il mondo che l’occhio non vede. 
È proprio l’ostinazione ad arrampicare l’albero di tutto il silenzio – la pianta del morire di cui parlammo per Guida – la vitalità delle parole di Dimartino, che hanno come oggetto del discorso il silenzio che irridono parlando. Si sente chiaro che sono parole che hanno dovuto sfondare i muri del santuario per venire nell’aria imperfetta del mondo: sono parole piene di calcinacci e polvere – ma si sente che l’aria del mondo, vista da lì, diventa essenziale e splendida, come la vita chiusa tra quei muri viene detta pura, perché l’umano, quando non riconosce più l’identità del proprio viso, è ridotto alle sue fondamenta, al bersaglio rosso del cuore, che è rosso equanime.
Il libro di Anedda si chiude con lo struggente capitoletto “Collezionare perdite”. Non si tratta di altro. Bishop, Anedda, Teresa d’Avila: diventare brave a perdere tutto, specialmente sé. Sia The Lady of Shalott (che, come si conviene all’eroina romantica, se ne andrà a morire d’amore sulle acque del fiume, dentro la piccola imbarcazione dove ha scritto il suo nome: che di me ti raggiunga almeno il nome…) che questa piccola silloge si chiudono con l’acqua, elemento che scorre e dunque esprime il perfetto non luogo, il luogo inafferrabile e che tutto afferra: Ofelie, dettagli: non trattenere nulla, non lamentarsi: scorrere, trasmigrare – cellula per cellula – nell’elemento acquatico, parlare l’equanime lingua del cuore e dei fiumi. Acqua s’intitola infatti l’ultima sezione della silloge che ci seguirà e finirà con i piedi nell’erba e ancora fiato, per chiamare… 

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