Poesia e natura (ALI, Lipu, autunno 19)

intervista del direttore Danilo Selvaggi per ALI, rivista della Lipu - autunno 2019 

Natura e poesia: quale relazione?

Totale.

La poesia riguarda la realtà e nasce dalla realtà, dunque contenuti e scenari della poesia contemporanea occidentale sono spesso urbani. Ma ogni poeta procede per similitudine, per paragoni, quasi sempre naturali. Vale certo per i lirici, ma anche per i poeti d’avanguardia, soprattutto quando descrivono il mondo secondo un proprio realismo allegro, una specie di compiacimento della realtà com’è, mentre al poeta lirico manca sempre qualcosa, ha nostalgia di un vero che non rintraccia al mondo.

Perché i poeti la cantano da così tanto tempo?

Perché i poeti, come gli altri esseri umani, prima di ogni altra cosa sono animali e l’appello alla nostra animalità è la radice comune al resto dell’esistente.

Un poeta da citare specialmente.

Pasolini. Perché estende il concetto di poesia alla critica letteraria, al cinema, alla saggistica, al giornalismo. Pasolini ha il dono di trasformare ogni oggetto del mondo in poesia, incluso il proprio corpo. Inoltre, dato il contesto della presente intervista: il rapporto di Pasolini con la natura è nostalgia di un mondo primario, elementare, probabilmente infantile e dunque crudelmente innocente, che il poeta cerca per tutta la vita, fino a spingersi in Africa e in India, quando il veleno del consumismo comincia a corrompere la realtà italiana che il poeta abita. Deluso dall’omologazione, arrabbiato, tradito nella propria visione ossessiva del mondo, Pasolini lancia la propria sfida. E, come sappiamo, soccombe. E, con lui, per troppi anni, soccombe la figura del poeta sociale, ingaggiato col mondo.

La natura: è solo una momentanea alternativa alla città? Un luogo in cui ricrearsi?

Certo no. Noi siamo natura, siamo in primo luogo natura. Chi dimentica questo dato essenziale, questo stare nel corpo come dentro un albero o su un prato, è destinato a vivere con fatica, credo. 

La tua poesia per la natura? Hai avuto modo di sperimentare questa relazione? Di fare qualcosa per la natura attraverso la poesia? Composizioni, scritti, radio…

La mia poesia contiene migliaia di panorami e paragoni naturali. Le mie fonti di ispirazione sono in primo luogo la natura e, immediatamente dopo, i legami tra gli esseri, le relazioni.

Poesia e impegno sociale.

Ne ho fatto un breve cenno due riposte sopra: dopo Pasolini, nei settant’anni di pace apparente che hanno rilassato l’Occidente, non abbiamo più sentito bisogno di poesia civile. Ora le cose sono diverse, il mondo intorno è sempre più vicino, la demografia del pianeta si sta mescolando, i bisogni ecologici ed economici sono sempre più urgenti. In questa fase di ristrutturazione planetaria, credo sia indispensabile che anche i poeti occidentali riprendano la parola per le persone, che anche la nostra poesia torni a essere al servizio delle persone, come non ha mai smesso di avvenire nei paesi extraeuropei. Tocca anche a noi poeti dare voce (per esempio, in Italia) alla disperazione dei “nostri” disoccupati e a quella dei migranti, con uguale potenza e senza classifiche di valore, in nome di qualcosa che definisco “comune umana” e che credo sia la fondamenta del fare poetico. L’uguaglianza di persona con persona. Se ci identifichiamo con l’altro, ogni disperazione è ugualmente urgente. Leggere esercizi poetici di stile senza fondamenta umane, non mi suscita più il benché minimo interesse.    

Poesia e crisi ambientale globale.

Che io sappia, in questo momento in Italia non ci sono poeti che scrivano di questo.

Il canto degli uccelli.

L’urlo carnivoro dei gabbiani o il ticchettio squillante – sempre più raro in città – del cardellino?

Oggi anche il canto degli uccelli urbani si muove tra estremi e per opposizioni. Ma esiste un bellissimo poema del mistico persiano Farīd ad-dīn ’Aṭṭār, Il verbo degli uccelli, un viaggio allegorico alla ricerca del mitologico Simurgh, che si conclude come la Commedia di Dante: il volto di Dio è uno specchio della nostra immagine. La circolazione interna al volto divino «mi parve pinta de la nostra effige: / per che ’l mio viso in lei tutto era messo», scrive Dante. E, dall’altra parte del mondo, ’Aṭṭār scrive: «Noi siamo uno specchio grande come il sole e chiunque in esso si guardi, vede l’immagine di sé stesso, del corpo e dell’anima». Il sole, lo specchio, il canto degli uccelli e il canto d’amore: chi s’incammina dietro il canto degli uccelli, presto o tardi arriva a sé stesso. Ovvero al più sconosciuto tra gli esseri. E alla speranza di una costante emanazione amorosa, detta con le parole di un lattante («che bagni ancor la lingua a la mammella», scrive l’intelligentissimo Dante, cedendo infine al silenzio).

Vai in natura? La vivi in qualche modo?

Appena possibile, ovvero appena il clima e il tempo che ho a disposizione me lo permettono, vado con i miei figli nei parchi romani, alla ricerca di animali del sottobosco con la figlia più piccola Anna o, ancora meglio, partiamo per brevi gite da mattina a sera. Così facendo, abbiamo scoperto che il Lazio è d’inimmaginabile bellezza. Un luogo per tutti: la riserva naturale delle sorgenti dell’Aniene sui monti Simbruini. Sono luoghi dove cambia completamente il rapporto con il tempo, nelle città così frammentato. Naturalmente in quei luoghi occorre essere irraggiungibili, abbandonati alla natura, i telefoni cellulari sono vietati.

Il mondo di domani e la poesia.

Auspico che la poesia riprenda il proprio ruolo di servizio, come legante della collettività. Questo compito è stato affidato per molti anni al focolare televisivo, che ha presto rivelato la propria faccia oscura di focolaio d’isolamento: guardare insieme la televisione spesso disgrega, più che consolidare, le relazioni. Degli effetti della rete, che ha in larga parte sostituito il mezzo televisivo, è stato detto già troppo, ed è stata già anche sottolineata la solitudine fisica dei corpi seduti davanti ai computer, o la relazione astratta con altri corpi che spesso non conosciamo. Così come è stato detto tanto sui social, che hanno asservito la rete a narcisismi sempre più privi di parole (Instagram) e dunque a solitudini disperanti, quando inconsapevoli. Ma, detto questo, non intendo affatto demonizzare né i social né tanto meno la rete, che adopero quotidianamente e con gratitudine, intendo demonizzarne l’utilizzo tossico e incessante. La poesia, insieme alla natura, possono aiutarci a recuperare il tessuto del nostro corpo, ricordarci che esso è composto della stessa sostanza delle stelle e non – o non ancora – di pixel.

Chi è Maria Grazia Calandrone. Breve bio, anche obliqua.

Una persona che lavora per conciliare gli opposti. Per esempio, offrire un’opera che suggerisca un equilibrio tra “cosìdetta realtà” e immaginazione. 

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